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uomini e donne nella cronaca di tutti i giorni
5 marzo 2006
Le femministe sono tornate. Ma quali?
E i maschi stanno a guardare?

Un articolo di Bia Sarasini e l'invito al confronto "Donne e uomini nello spazio pubblico: conflitto, relazione, linguaggio" tenuto a Roma l'11 marzo 2006 per iniziativa di DeA, Fondazione Basso, Generi e Generazioni.
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23 agosto 2005
La moglie del Governatore. E le altre
C’è poco da stupirsi che nell’estate italiana avanzi sul proscenio Cristina Rosati, la moglie del governatore nella bufera Antonio Fazio
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10 giugno 2005
Come muore Desdemona?
Stage Beauty, bel film di Richard Eyre sul teatro della Restaurazione inglese, ruota intorno al quesito: “come muore Desdemona?”
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7 giugno 2005
Le buone madri e quelle cattive
Questo articolo è stato pubblicato sul "Foglio" nella rubrica "Biapolitica"
“Avevo paura di non farcela, di non riuscire a essere una buona madre.“. Non c’è mamma che non pensi (non abbia pensato) qualcosa del genere
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7 maggio 2005

Vite di provincia
La chiamano “coazione a rispondere”, ovvero la compulsività che spinge le donne a correre là dove si presentano indiscriminati bisogni.
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20 febbraio 2005

Chi eredita il pensiero della differenza
Non credo ci siano dubbi sul fatto che una delle principali questioni che riguarda oggi il pensiero femminista, sia quella della sua eredità

Il dibattito sul femminismo su Liberazione
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27 ottobre 2004

Un genitore che rimane solo
Un papà siciliano aveva chiesto al dirigente scolastico della scuola frequentata dai figli di conoscere l’andamento scolastico .

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14 settembre 2004

Un patto civile di solidarietà anche in Italia
Carla e Gina, Viola e Luigi, Marco e Matteo, Franco e Teresa sono volti, donne e uomini in carne e ossa che prestano le loro facce e le loro storie alla campagna di comunicazione promossa dai DS per sostenere, anche in Italia, il Patto Civile di Solidarietà, che è in discussione alla Camera.
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2 agosto 2004

Il romanzo di Veronica, anti-first lady
Alla Convention democratica di Boston è stata Hillary Clinton a dare, tra gli applausi e il tripudio delle delegate e dei delegati, la parola al marito, “the best president”: Bill.
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26 aprile 2004

La difficoltà maschile a essere normale
Non sappiamo quale sia stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ma capiamo subito che è successo.
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16 marzo 2004
Quanto silenzio nella Babele dei femminismi
Pubblichiamo la relazione di Lea Melandri che ha aperto il seminario Femminismi di ieri e di oggi che si è tenuto il 6-7 marzo scorso alla Casa internazionale delle donne di Roma
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12 marzo 2004
Donne, informazione e “linguaggio corrente“
Luisa Muraro intervistata da Bia Sarasini sul numero di “Leggendaria“ dedicato allo “stato dell'arte dei femminismi“ torna sulla proposta di un ascolto della lingua del mondo che sta cambiando. Monica Luongo prende in esame il modo in cui l'informazione registra la differenza dei sessi e recensisce alcuni testi teorici del femminismo
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3 marzo 2004
L'Impero contro i matrimoni gay
Perché Bush parte in vantaggio
Per ragioni elettorali Bush propone il cambiamento della costituzione (cosa lunga e complicata in USA) per introdurre il principio del matrimonio unico valido: uomo e donna per un unione prolifica

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17 febbraio 2004
Questioni ereditarie
Trasmettere a chi è più giovane le scommesse e le battaglie del femminismo è compito che quasi sempre viene svolto all’interno degli ambiti universitari.

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6 febbraio 2004
Chi decide dell'inviolabilità del corpo femminile?
La proposta di una mutilazione genitale “dolce” si è chiusa con il no del Comitato di bioetica della Regione Toscana
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15 gennaio 2004
Bratz, la nuova regina di vinile
Ha l'ombelico costantemente scoperto, le scarpe con la zeppa e fattezze da adolescente. E come tutte
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11 dicembre 2003
Una foto senza volto
Lo scorso sei dicembre tutti i quotidiani italiani hanno dedicato ampio spazio al tradizionale Rapporto Censis,
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25 ottobre 2003
Aboliamo il Tribunale dei minori?
Sì, discutiamo la proposta Castelli

Il momento della abolizione dei Tribunali per i minorenni sembra vicino. La Commissione giustizia della Camera ha licenziato a fine luglio il testo, che in questi giorni è in discussione
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26 settembre 2003
Quanto mi deprime il governo Berlusconi
“Fumo, ho tre cani, amo la pastasciutta. Come la metto con il ministro Sirchia ?“ recitava una fulminante lettera a Paolo Mieli sul Corriere della Sera.
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24 agosto 2003
Un giudice di pace che mette la guerra
Alle volte i giornali riportano decisioni apparentemente coraggiose dei cosiddetti giudici di pace. Chi sono?.
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5 agosto
Veline e velone, una storia italiana
Non so chi sarà la Velona vincente, scrivo prima della conclusione. Ma non ha importanza.
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24 maggio 2003
Alceo e le strane leggi del tribunale per minori
Non è detto che una mamma ingegnere ed un papà farmacista
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18 gennaio 2003
Se la psicoanalisi entra in famiglia
Trovo affascinante questo viaggio nel tempo attraverso il quale la storica Elisabeth Roudinesco.
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19 dicembre 2002
Le donne di Termini Imerese dicono alla sinistra: hai dimenticato gli operai
Carissime e caro Alberto
Leggo il pezzo di Chiaromonte sulle donne di Termini Imerese

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8 dicembre 2002
Stato etico, giù le mani dal porno
Nella vicenda della pornotax, presentata e poi ritirata all’inizio della discussione sulla Finanziaria
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28 novembre 2002
Figli e schiaffi
Martedì 26 novembre Blob alle 20 circa su Raitre manda in onda uno spezzone di programma
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1 novembre 2002
Maestre nel sottosuolo
La natura può essere terribile. E terribilmente crudele. Di fronte alle immagini del lutto di San Giuliano
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> 5 aprile 2006


Cominciamo a pubblicare alcuni materiali prodotti in occasione del dibattito "Donne e uomini nello spazio pubblico: conflitto, relazione, linguaggio", tenuto a Roma l'11 marzo (vedi il link qui a sinistra). Il testo di Gabriella Bonacchi è una rielaborazione del suo intervento di apertura. Bianca Pomeranzi, che aveva aperto con Bonacchi e Leiss l'incontro, offre una riflessione che tiene conto del dibattito avvenuto. L'articolo di Alberto Leiss aveva introdotto l'incontro sul numero di Liberazione dell'11 marzo 2006.

Scambi tra i sessi e pensieri turbati.

Ho seguito fino alla sua fine – tremenda - una persona che ho molto amato, mia madre. E ne ho osservato, nella lucidità consentita dalla situazione, i comportamenti, come cercando di imparare da lei come fare quando mi accadrà – e proprio lei mi ha insegnato, con la sua morte, che certo mi accadrà - di morire. Fino all'ultimo istante, mia madre ha atteso da noi figlie e dall’adorata nipote, ubbidiente alle cure più inani, una guarigione straordinaria. Ci aveva scelto – proprio noi tre - per un motivo preciso, lei così scettica rispetto ai miracoli di chicchessia: la straordinarietà dell'amore. E ho pensato in questa circostanza a quanto poco valgano, per le cose davvero serie, le competenze di chi si limita a sapere. E’ su questo filo che si è sviluppata la mia riflessione sulle cose da dire per introdurre gli argomenti dell’incontro tra “donne e uomini nello spazio pubblico”. La mia esperienza recente si intreccia con le cose di cui mi sono andata occupando negli ultimi anni, le faccende di bioetica, e in virtù di tutto, questo mi si sta confermando nella mente la sensazione sempre più netta che, in quello speciale spazio pubblico/privato rappresentato dalla malattia, dalla cura e dalle pratiche connesse, tra esperienza femminile e maschile stiano avendo luogo degli scambi che non esito a definire confusi, e da cui rischiano di uscire penalizzate le caratteristiche di quel particolare specialismo – la competenza d’amore - che è nostro da sempre. Uno specialismo, o se si vuole una parzialità, che mi sembra ancora oggi tutt’altro che superato.
Com’è nella mia natura affronto subito l’indizio negativo, perché sono convinta che una parte non trascurabile della positività di una situazione, scaturisca dalla possibilità via via costruita di affrontarne senza intollerabili imbarazzi le inevitabili negatività. Dico subito che a mio parere una fonte delle confusioni che offuscano gli attuali scambi tra esperienza femminile e maschile sia costituita direttamente o indirettamente da alcune componenti dell’eredità del femminismo, che aleggiano nello spazio pubblico in una forma che mi viene da paragonare a quegli spettri, su cui Jacques Derrida era tornato qualche anno fa, con un libro molto bello dedicato a Marx e al marxismo dopo l’89. Su uno di questi spettri vorrei ora soffermarmi un poco, affrontando un indizio che mi sembra una spia eloquente di quanto andavo prima dicendo.

Lo spettro dell’autodeterminazione

L’indizio che ho in mente, e dalla premessa che ho fatto al mio discorso capite bene perché mi sia venuto in mente proprio questo esempio, è la posizione di Umberto Veronesi sul “testamento biologico”. Tale testamento si basa, ci dicono, sul principio di autodeterminazione del singolo, che deve essere messo in grado di determinare nella misura del possibile le modalità della sua fine di vita, sottraendosi agli arbitri derivanti da una malintesa fedeltà al giuramento di Ippocrate, che imponga al medico curante pratiche di mantenimento in vita che sconfinano facilmente con l’accanimento terapeutico. Molti vedono in questa posizione di Veronesi la conquista (finalmente raggiunta) di una ulteriore libertà da: in questo caso libertà da quella sorta di vera e propria iatrologia che domina la medicina contemporanea, dove il medico è tutto e il paziente è niente, si dice. Sempre si dice, perché – ed è la prima domanda che mi è venuta in mente riflettendo sulle possibilità e i limiti che ha offerto e offre a tutt’oggi l’applicazione della categoria di autodeterminazione alle faccende umane – la serie di telefilm che io più amo (Grey’s Anatomy) mi sta insegnando alcune cose di fondo della formazione del medico, che vanno oltre ai supposti doveri connessi al giuramento di Ippocrate, e alla ben nota avidità di denaro di cui è (anche) lastricata. Questa serie ricostruisce infatti uno specifico percorso formativo: quello del chirurgo che deve imparare soprattutto, si dice, a tagliare e cucire, a creare vuoti artificiali e a riempire artificialmente ciò che vuoto non può restare. Insomma la formazione del chirurgo presuppone l’acquisizione di freddezza e sovranità su quella speciale materia che è il corpo umano. Anche, e prima di tutto in se stessi, come si accorgono prima di tutti (e non a caso) le partecipanti di sesso femminile al corso di specializzazione, alle prese con i vuoti e i pieni determinati – ad esempio – dalla delusione sentimentale dell’allieva Meredith e dalla gravidanza extrauterina di Christina. Ma tagliare e suturare, creare vuoti e riempire artificialmente eventuali lacune: tutto questo complesso di operazioni non riguarda solo le specializzande, riguarda anche gli specializzandi e tutti noi, che di fronte, ad esempio, al testamento biologico dobbiamo decidere a che cosa dare un taglio, che vuoti desiderare e che fili spezzare quando siamo ancora nel possesso di quelle facoltà che si è soliti identificare con la parola autodeterminazione. Autodeterminazione è molto legata per me a quella sorta di chirurgo interiore che taglia e cuce per noi i fili dell’esistenza cosiddetta degna di essere vissuta, quell’esistenza cioè che corrisponde ai criteri di libertà e autonomia che sono tipici e caratteristici dell’ideale di vita dell’individuo occidentale. Non posso farla troppo lunga, ma mi viene da dire, accorciando forse insopportabilmente il mio ragionamento, che è attivo qui quello che - con il Derrida degli “spettri di Marx” – mi verrebbe da definire uno degli spettri del femminismo. Forse il più attivo, quello che dopo aver preso corpo con la legge 194 (la legge sull’interruzione di gravidanza) non ha più cessato di aleggiare sulle nostre teste. E intendo naturalmente il fantasma dell’autodeterminazione, come chiave di lettura in negativo della libertà femminile, perdipiù sostenuto da una implicita deduzione della decisione etica dalla conoscenza. La determinazione di quel che deve essere, e di quel che bisogna fare, di quel che è meglio e di quel che non è tollerabile, non è deducibile dalla conoscenza di quel che è. La competenza scientifica chiarisce i problemi etici, non li risolve. Il giudizio morale appartiene a tutti. Parlare di autodeterminazione per spazzare via i problemi morali dalle questioni della vita e della morte, è del tutto inappropriato, è il principale tra gli spettri del femminismo che grava sull’attuale uso politico delle donne tentato da alcuni uomini. Mia madre ha scelto me, mia sorella e sua nipote per decidere che cosa fare della sua “fine-vita”, si è affidata a noi e ha messo nelle nostre mani la sua vita. Spero davvero, a suo tempo, di avere anch’io qualcuno nelle cui mani rimettere tale decisione. Perché chi si trova a gestire quanto si vorrebbe affidato all’autodeterminazione, è preda della sua carne, quella carne che spesso rifiuta di determinarsi nonché di autodeterminarsi. E un’autodeterminazione incarnata scarta rispetto ai modelli sulla cui base l’autodeterminazione, così come la sua diretta genitrice, la sovranità, è stata coniata.
Ho pensato a spettri del femminismo come a Derrida (autore che molto ha approfittato degli scambi con il pensiero delle donne) era accaduto di pensare agli “Spettri di Marx”, un libro scritto all'indomani della caduta del Muro di Berlino, “un libro sulla malinconia della politica, o sulla politica della malinconia», come lui dice. Anzi: sulla «malinconia geopolitica, l'atteggiamento di scacco strutturale che segna l'inconscio geopolitico» del mondo dopo l'89. La malinconia deriva da una mancata elaborazione del lutto connesso alla fine della politica così come la si conosceva fino all’89. Dopo l’89 non c'è stato lavoro del lutto, e invece che nascita c'è coazione a ripetere. Invece che la differenza vince la ripetizione. E’ questo il nodo dell’inquietudine che mi serpeggia dentro nell’affrontare questo incontro, il profondo timore che anche qui noi oggi ci si trovi ancora alle prese con un vuoto della politica che da parte degli uomini si cerca di tenere a bada cercando di far risuonare di più e più sonoramente nello spazio pubblico parole e categorie che a volte mi fanno, appunto, pensare agli spettri del femminismo. Nel caso degli spettri del femminismo, potremmo trovarci di fronte a un espediente per il quale è la differenza stessa ad essere usata per eludere il lavoro del lutto. Sul deserto lasciato dalla morte degli elementi caratteristici della politica tradizionale – stato-nazione, forma partito, rappresentanza parlamentare – si annaffiano le pianticelle generate da una pretesa pienezza d’essere del femminile cui si attribuisce il compito di coprire le ferite e di lenire le sofferenze.
Ma allora: che conclusioni vado a trarre da questa constatazione? E’ molto semplice. Dico subito che questo gioco con gli spettri del femminismo, sotto forma di ricalco della libertà femminile nello schema dell’autogoverno, e anche sotto altre forme su cui non posso soffermarmi, mi suscita diffidenza. Che cosa vorrei sostituire a questo uso per così dire improprio dell’eredità femminista? La riaffermazione di un suo carattere che qualcuna, molto tempo fa, ebbe modo di definire - con parole felici - di "ricerca turbata" (ho ritrovato questa definizione rovistando tra gli archivi femminili). Il mio ribadire questo carattere “turbato” della ricerca e delle elaborazioni delle donne, scaturisce dalla consapevolezza che esiste in proposito anche una ricerca – e che ricerca! – per così dire “serena”, perché inquadra il femminile in modo tutt’altro che subalterno nell’ambito di quelle molteplicità di saperi, rituali e resistenze che costituiscono le culture di un popolo in un determinato periodo storico. Nella Francia del ‘500, ad esempio, non esiste – come afferma Nathalie Davis – un “contesto o attributo singolo capace, da solo, di determinare il comportamento …: né il … sesso, né il … rapporto con la proprietà e la produzione”. Insomma nella ricerca di Davis, il sesso è una di quelle che Amartya Sen e Martha Nussbaum sulla sua scia definiscono “capabilities”, intendendo una delle risorse di cui può giovarsi un attore sociale “per sopravvivere, per affrontare e qualche volta cambiare le cose”.
Quando parlo di ricerca turbata mi riferisco invece a qualcosa di meno innocuo. Penso cioè che quando interviene il femminile come sistematica destabilizzazione del confine tra pubblico e privato, e cioè come elemento che disordina in vista di un ordine diverso, ci troviamo di fronte a qualcosa di meno innocente del privilegio accordato ad alcune tematiche a dispetto di altre. Quando parlo di "ricerca turbata" intendo far riferimento infatti all'insinuarsi nel campo dell'osservazione, di una presenza conturbante: non solo e non tanto la valorizzazione del soggetto di cui si parla (è una fase primordiale, più ingenuamente e rozzamente ideologico-politica della ricerca femminista) ma l'assunzione esplicita del punto di vista del soggetto di cui si parla e dell'intento dichiarato di creare una genealogia a partire da questa soggettività. E' questo ciò che lega il "turbamento" della ignota femminista dell’appunto da me ritrovato, al mio turbamento di oggi. "Turbamento" e "rumore" rimandano a qualcosa di peculiare: qualcosa che è in transizione tra uno stato e l'altro: qualcosa che senza essere più quiete o silenzio, non è tuttavia ancora del tutto inquadrabile entro i codici emotivi o linguistici dati. Penso dunque che la ricerca femminile debba portar scompiglio nei pensieri maschili. Debba cioè turbarli in virtù del suo stesso turbamento e della sua stessa instabilità, e non già conferire loro nuove e troppo velocemente acquisite stabilità. Penso dunque che solo in una vita privata oltre che del genio maschile anche del genio femminile, e dunque senza eroi, ma anche senza emozionanti fanciulle perennemente impuberi e senza sacrali icone intronizzate sul materno, possiamo scoprire che cosa abbiamo da dirci davvero, donne e uomini.

Gabriella Bonacchi





Il femminismo, forza di sovversione
che appartiene a tutti?


E’ possibile e matura, in un mondo che sembra insidiato dal rischio di una involuzione apertamente reazionaria (guerre “per la democrazia” e fondamentalismi terroristici, restaurazione “patriarcale” e clericale, ideologie razziste, ecc.), una relazione tra uomini e donne che assuma il significato di una rottura, di uno scarto simbolico capace di informare di sé una politica di segno diverso? Ed è sensato pensare che questa nuova relazione possa tentare i primi passi partendo da uno scambio non più episodico sulla realtà attuale del conflitto tra i sessi, e su come esso è nominato, rappresentato nel discorso pubblico?
Qualche risposta a queste domande potrà venire da un incontro organizzato oggi a Roma, alla Casa internazionale delle donne, per iniziativa dell’associazione DeA - Donne e Altri (www. donnealtri. it), della Fondazione Basso e dell’associazione Generi e Generazioni, sul tema, appunto, “Donne e uomini nello spazio pubblico: conflitto, relazione, linguaggio”.
L’idea di proporre un dialogo più ravvicinato a femministe di orientamento e generazione diverse, e a uomini - anch’essi di generazioni diverse - che nel tempo si sono espressi con apertura rispetto al pensiero e alla pratica del femminismo, nasce da un intreccio di segnali, di occasioni, motivazioni, relazioni personali e politiche. Questo giornale ha aperto da tempo un confronto molto ricco sul femminismo e sulla sua “uscita dal silenzio”. E mi sembra significativo che, nel volgere di pochi mesi, e dopo il successo di iniziative come la manifestazione del 14 gennaio a Milano in difesa della legge 194 (ma con un significato assai più ampio), dall’idea del “silenzio” si sia passati a un capovolgimento totale di questo termine. Piero Sansonetti ha scritto per l’8 marzo che «la lotta tra i generi… non è un problema fondamentale della politica, ma è il problema dei problemi. E’ il punto di partenza». Con le parole dirette e efficaci del titolo del libro che ha raccolto buona parte di questo dibattito, è “il cuore della politica”.
Considerazioni che mi hanno fatto venire in mente un altro titolo. Quando l’avevo letto sul primo numero di “Via Dogana”, alla fine degli anni ’80, mi era sembrato azzardato e persino oscuro: “La politica è la politica delle donne”. Lo ricorda oggi Lia Cigarini - sulll’ultimo numero della rivista della Libreria delle donne di Milano, Sessi e generazioni - in un articolo in cui si pronuncia con decisione per un superamento delle esclusive pratiche separatiste del femminismo, e scommette sulla possibilità di una “mediazione maschile” perché la “forza di sovversione” della differenza femminile, del pensiero e della pratica a cui ha dato origine, possa contribuire a cambiare una «politica degli uomini che appare sempre più misera, autoreferenziale e senza idee».
Un nuovo azzardo? E’ probabile che molte donne lo considerino tale, e che molti uomini non capiscano bene il senso di questa apertura. Ma è vero che alcuni uomini da qualche tempo si sono dimostrati assai sensibili a una simile prospettiva. Lia Cigarini cita Mario Tronti, Sergio Bologna, Christian Marazzi. Negli ultimi mesi si sono susseguiti convegni e incontri con la partecipazione di Marco Deriu, Stefano Ciccone, Claudio Vedovati, Sandro Bellassai, il gruppo “Identità e differenza” di Spinea, altri gruppi di Pinerolo (“Uomini in cammino”), della Toscana, di Verona. A Bologna l’associazione “Maschile plurale” ha lanciato un appello a sostegno dell’azione della Casa delle Donne contro la violenza che ha raccolto molte firme di uomini (“... ci riguarda tutti”).
A un recente seminario sulla crisi dei partiti e la ricerca di pratiche politiche di tipo nuovo, promosso da Aldo Tortorella e dall’Associazione per il rinnovamento della sinistra, Giacomo Marramao ha riaffermato l’esigenza di «ripartire tutti dalla frattura longitudinale introdotta, a partire dagli anni ’70, dal “pensiero della differenza”, fenomeno dirompente e di rilievo internazionale», per tentare di declinare una nuova idea di società e un nuovo universalismo. E Maria Luisa Boccia ha ricordato come la politica delle donne abbia prodotto efficacia e rapporto con la vita pur senza costruire una “organizzazione”. Quella dimensione organizzativa che è stata la forza dei partiti tradizionali ma che si è poi capovolta nella loro più grave e a tutt’oggi irrisolta crisi. (Gli interventi di Marramao e Boccia sono pubblicati, con altri, sul numero 5/2005 di “Critica marxista”).
Infine, significherà pur qualcosa che due uomini così distanti per posizione politica e formazione culturale come Toni Negri, e il coordinatore nazionale di Forza Italia Sandro Bondi, abbiamo scritto quasi contemporaneamente due testi che, certo da ottiche diversissime, affidano alla differenza femminile la speranza di una politica e di un mondo migliori (rispettivamente: La differenza italiana, nottetempo; La civiltà dell’amore. Politica e potere al femminile, Mondadori).
Dunque una “svolta” è a portata di mano? Non lo penso. La possibilità di relazioni tra uomini e donne realmente capaci di emanciparsi dalle vecchie strutture simboliche, se si è verificata con cambiamenti radicali nelle nostre vite quotidiane - ma soprattutto per iniziativa delle donne, e al prezzo anche di contraddizioni dolorose - stenta ad affermarsi dove il potere (maschile) è più strutturato (politica, economia, giornali, accademia). E deve comunque fare i conti (ne parla, sempre sul citato numero di “Via Dogana”, Ida Dominijanni) con la complessità asimmetrica dei riflessi sulle relazioni tra donne e tra uomini che può produrre. D’altra parte a fronte di una crisi manifesta delle culture politiche maschili, esiste una articolazione sempre più ricca di tendenze diverse anche nel femminismo e in quello che ha prodotto. Non senza conflitti.
Partire da una riflessione sui linguaggi, sulle nuove modalità di comunicazione (la rete di Internet, al di là di una certa retorica, ha effettivamente aperto nuove possibilità di accesso e di elaborazione, e anche di autorganizzazione), e su una nuova capacità di lettura di una realtà che è sempre costituita dai due sessi (come il mondo mediatico e spettacolare in cui siamo immersi a mio giudizio registra sempre più spesso), può essere un modo, come dire, prudente, di affrontare quello che ancora Marramao, citando la principessa Irulan di Dune, definisce come un “inizio”, un «momento di fragili equilibri». Un aiuto a rendere meno fragili gli equilibri potrebbe forse essere la scelta di alcuni uomini, capaci di riconoscere la nuova libertà e autorità femminile, di affermarlo andando oltre quelli che finora sono stati una serie di percorsi e ricerche soprattutto individuali. Ma questo è solo un altro interrogativo.

Alberto Leiss




A ciascuno le proprie responsabilità

Il numero di Via Dogana intitolato Sessi e Generazioni mi aveva incuriosito già dal titolo che ripeteva ma con una modifica il nome dell’associazione "Generi e Generazioni" con cui partecipo alle attività della Casa Internazionale delle Donne di Roma. Altra sollecitazione mi era stata data dal dialogo tra Lia Cigarini e Ida Dominijanni sulla relazione politica con gli uomini . E’ così che mi sono trovata a partecipare ad un incontro più vasto che ha messo a confronto uomini e donne interessati alla pratica politica della differenza sessuale . Si è trattato di una intensa giornata che ha consentito di fare il punto sulla praticabilità di un percorso politico comune tra uomini e donne. Tuttavia non è stato facile per me mettere a confronto la mia esperienza di lesbica e di femminista separatista con quello che si andava dicendo, non tanto dal punto di vista teorico, quanto da quello della testimonianza di sé. Mi sembrava importante invece il fatto che tutte e tutti i partecipanti fossero consapevoli e concordi nella necessità di lavorare per un salto di civiltà a partire dalle proprie esperienze di donne e di uomini. Ho sentito dunque l’urgenza di intervenire per chiarire, forse a me stessa più che agli altri, i motivi della mia partecipazione e per riflettere su quali secondo me dovrebbero e potrebbero essere alcuni punti di partenza per nuove modalità di relazione tra uomini e donne nello spazio pubblico. Non condivido infatti la divisione tra politica prima e politica seconda .Da alcuni anni, soprattutto con l’esplodere della protesta della società civile globale contro le guerre e la mercantilizzazione della vita umana e preferisco pensarla in termini di spazio pubblico, poiché mi sembra che le radicali trasformazioni tecnologiche e economiche abbiano modificato altrettanto radicalmente i confini della politica istituzionale .
Il femminismo si è trovato all’origine di queste trasformazioni e può, dopo trenta anni, esercitare una funzione guida se si pone come obiettivo non solo la difesa dei diritti delle donne, ma anche il compito di ripensare i modi della convivenza mondiale in funzione di una maggiore felicità collettiva. Questo sta già accadendo nei Forum internazionali dove il sapere delle donne da Vandana Shiva a Aminata Traoré esercita funzioni di guida. In Italia invece no. In questo senso il primo passo che gli uomini, in particolare italiani, dovrebbero compiere sarebbe quello dell’ascolto del sapere femminista che su questo lavora . Un secondo passo importante che ciascuno dovrebbe compiere dovrebbe essere quello di assumersi le proprie responsabilità “relazionali” .
Nel mio breve intervento, sollecitata da una testimonianza maschile sull’incapacità che hanno gli uomini di relazionarsi tra di loro, non ho potuto fare a meno di citare un episodio personale. La mia separazione dalla famiglia e la mia venuta a Roma trenta anni fa erano nate dalla impossibilità di vivere sotto lo stesso tetto il mio lesbismo. Nel colloquio in cui io, mio padre e mia madre decidemmo quella separazione , mio padre si era lamentato della sua incapacità di avere relazioni realmente di amicizia con altri uomini . Trenta anni dopo, un uomo sincero stava affermando la stessa cosa e questo mi ha scosso molto e mi ha fatto partecipare attivamente alla discussione, dichiarando che senza l’assunzione da parte degli uomini delle proprie responsabilità su se stessi , non vi può essere nessun percorso politico comune. Aggiungerei con il senno del poi che la stessa cosa vale anche per le diverse generazioni di donne. Credo infatti che anche noi femministe dovremmo essere più capaci di assumere uno sguardo critico nei confronti delle nostre pratiche e delle nostre scelte , se vogliamo veramente produrre gli spostamenti necessari al miglioramento della vita collettiva.

Bianca Pomeranzi






> il confronto

A ciascuno le proprie responsabilità
di Bianca Pomeranzi

Il femminismo, forza di sovversione
che appartiene
a tutti?
di Alberto Leiss