storie / corsivi
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racconti di persone, polemiche ad personam
8 dicembre 2005
Sull'aborto non difese da alzare
ma una verità da mostrare
Ha un nemico l’ossessiva campagna contro l’aborto che invade la politica e minaccia di diventare uno dei temi di scontro della campagna elettorale?
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28 novembre 2005
Sull'aborto c'è un "silenzio femminile"?
Eppure Guia e Stefania non tacciono
Lea Melandri, su Liberazione del 27 novembre, affronta la discussione sull’aborto spostando giustamente l’attenzione a ciò che avviene prima che per una donna si ponga la scelta se procreare o no. Cioè alla logica del rapporto d’amore tra donna e uomo.
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29 settembre 2005
Ruini attacca i pacs, Ferrara l'aborto
Non fischio ma preferirei di no
Avrei preferito che quei simpatici ragazzi delle “farfalle rosse” non avessero tolto la parola a Ruini. Ma avrei preferito ancora di più che Ruini non avesse sentito il bisogno di pronunciarsi così platealmente contro un’ipotesi di legge, fatta propria dal leader del centrosinistra. Con articoli di Letizia Paolozzi e Bia Sarasini
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28 marzo 2005
Aborto: sì, ripartiamo dal corpo
e dalla sessualità di donne e uomini
Cara Letizia,
sono contenta di potere spiegare il mio pensiero forse un po’ meglio di quanto non abbia potuto fare sul "Corriere"

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7 marzo 2005
Maschilismi all'italiana
Ben vengano i riflettori puntati sui tassi di maschilismo del giornalismo (e politica) italiano. Anche se. Ma prima i fatti.
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3 marzo 2005
Aborto: riparliamo di depenalizzazione
In un testo sul quale, nel 1989, avevo lavorato insieme a altre donne, insistevamo (ne avevamo già parlato negli anni Settanta) sulla possibile depenalizzazione dell’aborto. Una parte del femminismo è rimasta affezionata a questa idea

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8 febbraio 2005
Le donne, l'aborto, il dolore e la violenza
A proposito di qualche eccesso
nell'attuale dibattito sulla bioetica e altro
(pubblichiamo una lettera di Letizia Paolozzi al Foglio, le risposte di Anna Bravo e Claudio Risè e il saggio di Anna Bravo che è uno degli elementi della discussione)
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22 gennaio 2005
La sinistra (la politica) e le donne
Silenti, potenti, imbufalite, sdilinquite...
Sabato 15 gennaio uomini e donne all’assemblea della sinistra “alternativa”, alla Fiera di Roma. Qualcosa non va sin dalla “relazione” di Asor Rosa.
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21 luglio 2004
Antisemitismo, fanatismo e bugie
L’antisemitismo (soprattutto in Francia ma non soltanto) è una realtà. Il problema è come contrastarlo.
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22 giugno 2004
Ancora su "Italiane": signore del privato
o inadatte all'interesse pubblico?
Convocare le avevamo convocate tutte, Letizia Paolozzi ed io, per "discutere" la discussione intorno a "Italiane", più volte ospitata in questo sito: curatrici, autrici, critiche e sostenitrici dell'iniziativa.
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5 giugno 2004
Le "Italiane" fanno discutere
Un incontro a Roma il 10 giugno
Fa discutere l'iniziativa editoriale del ministero delle pari opportunità, che ha pubblicato e distribuito in edicola tre volumi di biografie di italiane. Su DeA intervengono Chiaromonte, Bonacchi, Paolozzi, Ruggieri, Leiss. E insieme alla Fondazione Basso si organizza un incontro pubblico per il 10 giugno
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9 maggio 2004
In famiglia
Mi sono trascinata, ecco sì questo è il verbo giusto, al funerale del vecchio signore. Cioé del nonno. Ci potevo scommettere, una bruciante certezza, che dietro al feretro non ci sarebbero stati la figlia e i nipoti.

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28 aprile 2004
Manifestiamo per gli ostaggi
Sono figli di mamma
Cortocircuiti linguistici, della politica e delle fazioni, intorno alla vicenda degli ostaggi italiani nelle mani delle “brigate verdi” irachene. Quasi nessuno resiste (il direttore di Repubblica compreso) alla tentazione del parallelo con il rapimento di Aldo Moro.
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28 marzo 2004
Ma che ci fa un servizio d'ordine
(del segretario) al corteo per la pace?
Se un uomo o una donna va al corteo della pace, immagino io che ci vada in pace. La pace essendo una trama sostenuta dalle relazioni tra uomini e donne. E bambini. E animali (cani, generalmente).

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10 marzo 2004
Ecco le Italiane
Una storia fatta di storie (non senza qualche polemica)

Un secolo di Italiane con qualche assenza
Un buon lavoro. Soldi (pubblici) ben spesi. A cominciare dal titolo: Italiane.
Di storia delle donne se n'è scritta molto. Non solo all'estero: in Francia, negli Stati Uniti. Anche in Italia. Ma non mancano le polemiche: ne scrivono Chiaromonte, Paolozzi, Bonacchi.

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9 marzo 2004
Otto marzo 2004: le donne straperdono o stravincono?
A me sembra che nelle tante celebrazioni, canoniche e non, di questo Otto marzo – intanto: auguri a tutte da DeA – ci siano molte contraddizioni. O meglio, delle doppie verità. Che però non si combinano. E anzi, non si incontrano nemmeno. Il Presidente della Repubblica si preoccupa
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24 febbraio 2004
Lettera al mio amico dagli occhi gialli
Carissimo Puck,
la mia mamma adottiva mi ha detto che, qualche giorno fa, hai preferito andare nei Campi Elisi, dove l’amore è perenne e dove il dolore e la sofferenza non hanno diritto di entrare.
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17 febbraio 2004
Una lacrima per il corpo di Pantani
Al "mare d'inverno" è dedicata la più bella canzone di Enrico Ruggeri, resa immortale dalla voce naturalmente disperata di Loredana Bertè
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15 gennaio 2004
Laragazza
del quaderno

La sede dei Cobas era gelida. Come al solito. Confesso però che il clima di smantellamento ha sempre attratto i militanti. Senza distinzione di sesso. Penso che la metafora sia appropriata alla condizione di chi fa politica non istituzionale. Una condizione da rivoluzionari veri. Magari iniziata per sfuggire alle perfidie dell’Ochrànka
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5 dicembre 2003
Tra nostalgia e modernità
L'insostenibilità di chiamarsi Mussolini
Ha deciso per la “Libertà di azione”, Alessandra Mussolini. Questo il nome dell’associazione che ha deciso di fondare

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23 novembre 2003
Il nome di Laura e la sua libertà
Ringrazio innanzi tutto la famiglia Ingrao per avermi chiesto di essere qui oggi.
Io, che sono di un’altra generazione rispetto a Laura e a tanti di voi , ho scelto di provare a fare un raffronto
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20 novembre 2003
Gita alle Cinqueterre
Dal racconto del Padre, di una precisione impressionante, anche se vi risuonano tremiti di commozione, ho compreso che escludeva qualsiasi traccia di inquietudine
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17 novembre 2003
Caro Guerri, ma che c'entrano feti
e "marroncini" con il voto agli immigrati?
Su “Il Giornale” di sabato 8 novembre Giordano Bruno Guerri scrive un commento sulla proposta Fini del voto agli immigrati
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25 settembre 2003
Le critiche di Gisele Halimi contro Badinter
e l'associazione "nè puttane nè sottomesse"
13 settembre alla Courneuve.
Il nome - Courneuve - é ricorrente nella cronaca nera dei quotidiani francesi
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3 agosto 2003
La tentazione del silenzio
sulla morte di Marie Trintignant
Marie Trintignant è morta. Un edema cerebrale provocato dalla lite con il suo compagno
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20 luglio 2003
Muscoli e cuore della senatrice
Rodham Clinton
I giornali di tutto il mondo hanno dato grande rilievo alla pubblicazione dell’autobiografia di Hillary Rodham Clinton
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9 giugno 2003
Don DeLillo e lo spettro del capitalismo
Un giorno d’aprile del 2000 Erick Packer, New York, 28 anni, esce di casa per andare dal barbiere. Non vi farà mai ritorno. Il suo è un viaggio lungo un giorno, ma anche lungo tutta una vita e un’epoca, l’ epoca del ‘tempo e del denaro’ come mi dice Don DeLillo, l’autore di "Cosmpolis",.
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11amaggio 2003
Pari opportunità, ma non per le "bugiarde"
Il testo approvato in seconda votazione a maggioranza assoluta,
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13 aprile 2003
Caro Tronti, contro la forza imperiale Usa
vorrei una "potenza" senza "potere"
L’America in Iraq impiega brutalmente tutta la forza perché ha paura di una sua nuova debolezza.
Dibattito: interventi di Moretti, Caminiti, Paolozzi, Leiss, e riferimenti a articoli di Luisa Muraro, Luigi Pintor
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30 marzo 2003
Se solo fossimo umani
Siamo un’amabile, odiosa, affettuosa, rozza, tenera, vile, intelligente, caotica, virtuosa
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20 marzo 2003
Dialogo immaginario sulla nuova presidente Rai
A - “Vedo qui tra voi pochissime donne. Il 7% mi dicono. Chiedo come mai, e la risposta è che la vostra cultura è maschile, aggressiva, competitiva. Bene, ma se siete così energici, perché non investite la competitività nel dare più profitti all’azienda invece che discriminando le colleghe“ ? (così Giovanni Agnelli, all’ultima assemblea dei quadri Fiat, nel racconto di Gianni Riotta)“. Ecco. In un Paese che ha della politica istituzionale e delle cariche pubbliche una concezione molto virile, se non patriarcale, Lucia Annunziata presidente del Cda secondo me è una buona cosa
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> 2 gennaio 2006


Aborto: l'attacco è alla parola femminile
Per rispondere basterà un corteo?


Di fronte alla voglia di manifestare, considero inutili le obiezioni. Cacadubbi, per favore, tacete! Poiché c’è una manifestazione, quella del 14 gennaio a Milano, che mette al centro la questione dell’aborto, o meglio, della libertà femminile, mi chiedo piuttosto quali siano le differenze – proprio per evitarne gli aspetti ripetitivi - rispetto a trent’anni fa, quando manifestavo per l’aborto.
Cosa volevo allora? Che l’aborto non fosse più reato. Che fosse depenalizzato. Andò diversamente. Con la legge 194. Evidentemente si trattò di un compromesso. Non malvagio. Anche se tirava in ballo lo Stato a farsi garante (nei luoghi del pubblico) dell’interruzione della gravidanza, la legge riconosceva l’autodeterminazione femminile.
Misi a tacere alcuni interrogativi. Se io stessa nell’abortire provavo un senso di liberazione, come avrei potuto elaborare dell’aborto l’aspetto mortifero? Era possibile sottolineare la luttuosità di quel gesto – lo “scacco dell’aborto“ – stando sul crinale sottile che divide la legge dalla perdita di un essere “non nato“?
Allora, per esprimere una tensione contraddittoria tra l’autonomia di scelta e i suoi aspetti drammatici, accettai la forma del corteo, degli slogan, degli striscioni. Una forma nobile. Anzi nobilissima per chi (e io sono tra loro) rispetta la storia del movimento operaio. Ma forma maschile, ripresa - da noi donne – e modificata cercando di renderla più fantasiosa. Attraverso la presenza delle “streghe“, decise a esibire ciò di cui ci avevano insegnato a vergognarci. Ora si esibiva un segreto: quello della sessualità femminile. E maschile.
Il tempo non mi pare più quello delle “streghe“.
Non credo che si voglia rimettere in gioco la 194. Piuttosto, l’attacco odierno prende a bersaglio la parola delle donne, giudicata poco credibile, poco seria, irresponsabile: per riappropriarsi del corpo femminile o per ottenere – penso a una parte del ceto politico che ha voluto la Commissione d’indagine sulla 194 - qualche supposto vantaggio elettorale aggregandosi a determinate posizioni della Chiesa cattolica?
Nella sua dottrina ufficiale la Chiesa si oppone all’aborto, alla contraccezione (il divieto della pillola è del ’68, nell’enciclica Humanae Vitae). La Chiesa ha difeso le norme crudeli della procreazione assistita. Non mostra pietà per l’Africa “devastata“ dall’Aids. Anche ai patti tra conviventi fuori dal matrimonio la Chiesa (con la sua idea di famiglia) è ostile. Tuttavia, per una questione di buon senso (e non di identificazione tra l’aborto e i Pacs), avrei preferito che la data della manifestazione milanese fosse spostata.
Ho nominato dei punti di difficoltà: almeno per me. Resto però convinta che la Chiesa non rappresenti una fortezza oscurantista. Se Dio è amore e non, come ritiene il cardinal Ruini, un argomento da impugnare per intervenire nella legge e nel potere politico, a me, donna, conviene continuare a discutere con la Chiesa. Proprio di fronte a una realtà che cambia. Una realtà che cambia, grazie, soprattutto, al sesso femminile.
D’altronde, l’allora cardinale Ratzinger ricordò in una Lettera ai vescovi (agosto 2004) sulla “collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo“ che l’umanità è fondata sulla differenza sessuale. Che la donna non è uguale all’uomo. Che non bisogna imprigionare la donna in un destino biologico.
Dalla Lettera poteva venire uno spostamento.
Così non è stato. Devo ammetterlo, ne sono delusa, profondamente. Ma il corteo del 14 risponde a una delusione? C’è un altro interrogativo che trent’anni fa avevo supposto di risolvere grazie alle manifestazioni tutte al femminile. Rispetto al problema della sessualità (uomo-donna) lui la faceva da padrone. Ci lasciava nelle peste. Nel 1982 gli aborti erano 240mila; nel 2004 sono dimezzati (120mila): certo, dipende dall’applicazione della 194 ma anche dalla modificazione dei rapporti tra donne e uomini. Tuttavia, a volere la manifestazione sono soprattutto donne, quasi che l’aborto resti un problema nostro e solo nostro. E se molto alto è il numero delle extracomunitarie che abortiscono (il 25 %), la cingalese, la polacca, la somala che decide di non avere un bambino sarà in corteo il 14 gennaio?
Quanto alla singolare tensione maschile sul tema della riproduzione, non so se leggerla come un pericoloso desiderio di revanche contro la libertà femminile, o come la spinta ad assumersi una nuova responsabilità.
Certo, nella mappa del potere incontro soprattutto maschi, per lo più prigionieri di una logica autoreferenziale, se non apertamente misogina. Questa condizione di povertà simbolica mi parla della relazione tra i sessi? Dovremmo ragionarne con i nostri compagni, fratelli, figli. E naturalmente tra noi.

Letizia Paolozzi





Uscire dal silenzio vuol dire affrontare
la difficoltà di una nuova relazione tra i sessi

Mi ero permesso di sollevare un dubbio, poco più di un mese fa, a proposito di un articolo di Lea Melandri che sulla questione dell’aborto e dell’attacco strumentale alla legge 194 aveva parlato di “silenzio” femminile. Mi sembrava che numerose voci femminili si facessero già sentire. Ora Lea ha registrato che da questo silenzio le donne stanno uscendo, soprattutto dopo la decisione di organizzare una manifestazione il 14 gennaio a Milano. Esiste un sito – www.usciamodalsilenzio.org - che sta raccogliendo interventi in vista dell’iniziativa milanese, e che allude sin dal nome a questa nuova presa di parola.
Mi sembra giusto reagire anche con una manifestazione a quella che Luisa Muraro ha definito la “strana pantomima maschile intorno alla legge 194”. Ed è importante che anche uomini si sentano chiamati in causa da questa reazione. Ma a rischio di fare la parte del bastian contrario, sento il bisogno di osservare che – se il silenzio c’era – non è detto che il gesto di una manifestazione di per sé consenta di superarlo. Almeno nel senso di produrre un discorso aggiornato e politicamente efficace su tutto quello che c’è dietro la “pantomima maschile” sulla procreazione e l’aborto (e – con i distinguo dovuti alla diversità profonda degli argomenti – anche intorno al valore della famiglia e del matrimonio: vedi la questione Pacs, che ha anche animato il sito di cui sopra a proposito della concomitanza delle manifestazioni di Roma e di Milano).
Pongo due questioni: il giudizio che si da del contesto politico e culturale – starei per dire storico – in cui si sviluppa questa polemica sull’aborto, sulla procreazione e la famiglia; e la pratica politica che può favorire la messa in forma di un discorso e di una iniziativa adeguati, nel nome di quella libertà femminile che è citata nelle motivazioni della manifestazione del 14 gennaio, ma che non sembra fare ancora parte, in modo sufficientemente ampio e stabile, del bagaglio di acquisizioni della politica maschile.
Sul contesto storico mi limito a rimandare a una osservazione del filosofo Emanuele Severino, del quale un volumetto (“Sull’embrione”) raccoglie e amplia gli articoli pubblicati nel corso della discussione sul referendum sulla legge 40 e in altre occasioni, “sulle origini della vita umana, la scienza e la dottrina della chiesa”, come recita la controcopertina. La sua tesi - non mi addentro poi nel merito della sua posizione filosofica - è che la reazione conservatrice nel nome di Dio e del sacro che osserviamo oggi da parte delle gerarchie ecclesiastiche, e - in modi e misura diversi - dalle forze politiche che si riferiscono – lo dico per brevità – al bushismo, è antistorica e ha ben poche possibilità di far tornare indietro, appunto, il fiume che scorre nella nostra epoca. Nemmeno una figura grande come quella di Giovanni Paolo II – ha scritto Severino - può essere riuscita a fare tornare “l’acqua verso il monte”.
Ma il punto che mi interessa sottolineare è l’osservazione sulla debolezza del mondo laico, il quale sembra essersi dimenticato di avere “l’enorme vantaggio di procedere nella direzione del torrente, da monte a valle”. “Il mondo laico – scrive ancora Severino – ormai, si limita a galleggiare. Non vede più la potenza che all’inizio del nostro tempo ha distrutto la tradizione. La potenza del mondo laico è divenuta a sua volta una fede che si oppone a quella religiosa: un dogma in cui si ripete che Dio è morto o si esibisce un sussiego dietro il quale non c’è alcuna profondità”.
Questa smemoratezza e questo “galleggiamento” si notano in modo macroscopico e drammatico nella debolezza della politica che della cultura laica è il riflesso. La cronaca ci parla tutti i giorni di atteggiamenti che possono far pensare a un rapido passaggio dal “galleggiare” all’inabissarsi, nonostante il favore della corrente.
La seconda questione che pongo è dunque il che fare di fronte a questi limiti della cultura e della politica laiche che dovrebbero svolgere un ruolo per interpretare il mondo dopo il tramonto della “tradizione”. Poiché penso che una delle ragioni della debolezza laica – se non la ragione principale: l’altra è il fallimento dell’alternativa comunista e socialista – sia il non sufficiente incontro tra gli uomini e il pensiero e le pratiche della rivoluzione femminile, è questo il punto su cui credo si debba provare a agire in modo più determinato.
Sull’ultimo numero di Via Dogana lo dice Lia Cigarini sostenendo la possibilità che una nuova politica – “la politica è la politica delle donne” – possa affermarsi attraverso l’uso di una mediazione maschile, giacchè oggi alcuni “segnali positivi” vengono dall’universo maschile. Questi segnali si manifestano da un certo tempo, ma io vedo anche il perdurare di una difficoltà, di una impasse, a trovare i modi giusti per esercitare questa “mediazione” da parte maschile in modo efficace (sulla stessa rivista ne parla anche Ida Dominijanni, per quanto riguarda le relazioni tra donne).
Il 14 gennaio sarà una cosa buona se ci saranno anche uomini, capaci di non stare solo a guardare sul marciapiede, e di unirsi al corteo. Ma non servirà a molto – in questo concordo con le osservazioni di Letizia Paolozzi - se non saremo capaci di nominare e affrontare questa difficoltà, questa impasse, che fa ostacolo all’affermarsi di un nuovo tipo di relazione umana e politica tra uomini e donne, in grado di assumere quella rilevanza simbolica e culturale di cui ormai in molti e molte avvertiamo l’urgenza.

Alberto Leiss






Perchè vado al corteo di Milano

Questo articolo è uscito sul Foglio

Ho visto in tv un uomo, Adriano Prosperi, dire con semplicità che ascoltare le donne, l’irruzione della loro parola nella scena pubblica negli anni settanta, lo ha spinto a ripensare tutto a proposito di procreazione, nascita, gravidanza, parto, aborto, insomma del modo in cui si viene o non si viene al mondo. E che da questo ripensamento dovuto all’ascolto delle donne ha preso corpo “Dare l’anima“ (Einaudi), il bellissimo libro in cui ha profuso una ricerca ventennale e tutta la sua competenza di storico -Prosperi insegna Storia dell’Età della Riforma e della Controriforma alla Scuola Normale di Pisa- per analizzare il caso di Lucia Cremonini, infanticida condannata a morte nel 1709 a Bologna. Ecco, ascoltare le donne, accettare un altro punto di vista, considerare quali pensieri vengono alla luce se si riconosce che al centro della scena della procreazione c’è prima di tutto una donna, non succede spesso in tv -neppure altrove, a dire il vero- neanche in una trasmissione di approfondimento, come l’Infedele di Gad Lerner. Non capita spesso che un uomo riconosca che la parola delle donne ha avuto un peso nella sua vita, intellettuale e non solo. Mi sembra, questa scheggia di “buona tivvù“, un eccellente viatico per accostarsi a “La libertà femminile all’origine della vita“, lo slogan che apre il volantino firmato dall’assemblea “usciamodalsilenzio“ per la convocazione della manifestazione di Milano, manifestazione a cui, lo dichiaro subito, io partecipo. Perché è un buon viatico? Perché permette di vedere ciò che avviene quando si presta attenzione, fino a cambiare punto di vista, alla parola delle donne. Succede che si dipana un diverso modo di ordinarsi dei fatti e delle relazioni, che si prospetta un diverso modo di strutturare, pensare, anche immaginare la vita. Come mi pare sia l’apertura al futuro che possa venire da questa manifestazione, proprio perché mette all’inizio la libertà femminile. Non è dunque una manifestazione di reazione, di difesa, anche se il primo impulso, il motore veniva da un “basta“, basta all’attacco dispiegato negli ultimi mesi alla parola delle donne. Non che non fosse necessario bloccare un crescendo di prese di posizioni sempre più isteriche contro le donne, la loro capacità di discernimento, con l’evocazione del fantasma che si supponeva ormai svanito della povera decerebrata, della sciocchina che ha sempre bisogno di qualcuno che le spieghi quali sono le sue vere intenzioni. In questo senso “Usciamo dal silenzio“ mi sembra avere già prodotto un primo risultato di snebbiamento, per esempio il presidente della Camera Casini ha affermato con insolita chiarezza che la 194 non va toccata. Ma dalla manifestazione, dalle assemblee, dalla rinnovata parola pubblica femminile che da queste azioni politiche prende corpo, non viene solo una difesa della 194, legge che nel tempo mostra la solidità di un compromesso ben costruito tra mondo cattolico e mondo laico, incardinato sulla autonoma decisione della donna. La manifestazione, che pure è una forma politica del secolo scorso, e ha tra le promotrici donne radicate negli anni settanta, apre al futuro. Un futuro già presente, in cui il venire al mondo non avviene più nell’ordine patriarcale, l’ordine in cui all’uomo compete il diritto di dare il nome e il lignaggio, la discendenza. È uno snodo fondamentale, che i trent’anni di nuove legislazioni sull’aborto e di libertà di scelta ci consentono oggi di vedere con una chiarezza prima impossibile. È solo se si mette al centro la libertà femminile che si capisce in che senso l’aborto non è un diritto. E si può ripensare, per esempio, la presenza del padre. Perché la sua non sarà più la parola “proprietaria“, ma una parola di relazione. Leggo in questo senso la scommessa di aprire la manifestazione agli uomini, una vera rottura con l’antico separatismo femminista. Una sfida con qualche incognita: quanti uomini parteciperanno? E quanti saranno in un’autentica posizione di ascolto? Il rischio, dicono in molte, è ritrovarsi tra sigle di partiti e sindacato, perdere l’autonomia delle donne. Io preferisco avere fiducia. Fiducia nella capacità delle donne di mostrare la propria libertà, fiducia nella nuova visione che si fa strada.

Bia Sarasini






Perchè non ci andrò

Questo articolo è uscito su Liberazione

Perché non ci andrò, nonostante non provi nessuna ostilità nei confronti della manifestazione di Milano, e anzi mi auguro che sia enorme, come un immenso e pacifico pachiderma che, con una sonora scrollata, si liberi d'un colpo di tutti i fastidiosi parassiti che lo tormentano da troppo tempo ormai. Enorme e semplice, come lo è un urlo di insofferenza, senza cappello di partiti o sindacati, senza bandiere e senza slogan quasi. Solo un BASTA, cadenzato, ripetuto, insistito e forte, che percorra tutto il corteo e tutta Milano e tutto lo Stivale. Un gigantesco basta che esprima solo concetti semplici: sessualità libera, rispetto per la capacità d'amare delle donne, fiducia incondizionata nella loro capacità d'intendere e di volere la vita. Una sfida insomma.
Per i distinguo poi, che pure sacrosantemente ci caratterizzano ormai senza farne un dramma, ci saranno tantissimi modi per comunicarceli e sappiamo usarli tutti, dai siti alle e-mail, agli articoli sui giornali, tanti da invaderli tutti, fino alle vivissime assemblee dove, in presenza dei nostri corpi, circola l'eros necessario perché ci si scaldi e magari ci si accapigli.
Perché non ci andrò allora? Perché il pachiderma che è in me soffre di un terribile orrore per la parola diritto, soprattutto quando viene abbinato all'aborto.
So che ci siamo sgolate, parecchie di noi e per molti anni, nel ripetere fino alla nausea che non di diritto si tratta, ma questa parola scappa fuori ogni volta, come un demone maligno, ad ammalare tutti i nostri basta.
E ora scappa fuori dietro la rivendicazione della laicità dello Stato, cappello magico sotto cui sembra che possano stare insieme Milano e Roma il 14 gennaio e anzi sembra che addirittura possano rinvigorirsi l'una e l'altra piazza, vicendevolmente. A me pare invece il contrario, che si ci si trovi di fronte ad un ennesimo trucco del maligno che potrebbe inquinarle entrambe.
Già Stefania Giorgi ha accennato sul "Manifesto" di mercoledì che la questione dell'aborto ha poco a che vedere con la laicità dello Stato: è questione più "sopra" o più "sotto" se vogliamo, come peraltro dimostra di esserlo il sesso femminile ogni volta che lo si vuole incardinare per forza nelle grandi e piccole questioni della modernità. Esso, il sesso delle donne, sfugge ai cartelli d'inquadramento, anche ai più verosimili. Lo dimostra per esempio il fatto che il Coordinamento Lesbico Romano, sorprendentemente, non aderisce alla manifestazione sui Pacs (lo ha annunciato nel corso dell'assemblea dell'8 gennaio alla Casa Internazionale delle donne di Roma, Lucilla), tutta limpidamente dentro la logica di un diritto ancora disatteso nel nostro Paese e perciò rivendicato se si vuole perfezionare la laicità di uno Stato moderno, mentre aderisce invece a quella di Milano, dove evidentemente la questione annegherà in una più felice confusione e perciò paradossalmente sarà più facile aderire al proprio essere prima di tutto donne e cioè, appunto, non immediatamente inquadrabili nei progetti di risanamento della zoppicante laicità italiana.
Ma allora di nuovo, io perché no?
Perché mi sento intrappolata. Sì, ho paura che l'onda del verosimile soverchi, in me stessa, la verità del mio bisogno di ruminare in santa pace tutta la contraddizione che l'aborto, persino nel suo essere per me soltanto una parola, - non sono mai incappata nella necessità di doverlo fare - mi costringe a contemplare. Sin dal momento della mia prima mestruazione, dal momento cioè che è cominciata per il mio corpo di donna, l'avventura del rischio vertiginoso, bellissimo e spiazzante di restare incinta.
E' vero, c'è un fastidioso ronzio di mosche intorno a questa mia domanda, tutta femminile, di essere lasciata in pace, quando devo fare i conti col coraggio o anche con le paure, mie e delle mie simili, nel momento in cui l'imprevisto di una gravidanza - perché sempre imprevedibile è in qualche modo, persino quando si dice che è altamente programmata - fa irruzione nell'esistenza. Un ronzio di mosche che è sì di un'infinita teoria di uomini, in toga o in tonaca, che vorrebbero metterci becco, non ultimi gli inconsolabili padri esautorati alla Risè, ma è anche quello di alcune donne, che, per sprovveduta leggerezza a volte, o per calcolo d'emancipazione nei luoghi della politica che sfocia troppo facilmente nelle piazze, confondono parole e storie, - magari in buona fede, non lo metto assolutamente in dubbio, - tra loro irrimediabilmente distanti.
La 194 è un capolavoro di quadratura del cerchio della politica tradizionale in questo Paese, dominato da clericalismo e anticlericalismo, tra i più strumentalmente generici che esistano a questo mondo, e perciò è inattaccabile, ferme restando le logiche di questa politica. Nessuno infatti si sogna di azzardare modifiche, anzi tutti si affrettano, a sinistra come a destra, a dichiararne la intoccabilità, per lo meno sostanziale. Persino Storace, Casini. A suo modo, a ben guardare, persino Ruini.
Questo piccolo argomento è un punto di forza. Non siamo deboli su questo punto. Dire che si scende in piazza per difendere la 194 è inappropriato e ci mette in una posizione di subalternità a scenari già scartati dagli stessi attaccanti. Tanto è vero che anche una donna, che io conosco sempre fermissima nella sua contrarietà all'aborto, in qualunque modo esso venga giustificato, Lucetta Scaraffia, recensendo sul "Corriere della Sera" del 10 gennaio scorso, la ponderosa inchiesta del sociologo Luc Boltanski sulle conseguenze giuridiche dell'interruzione di gravidanza, conclude così il suo articolo: «É dovremmo quindi ridiscutere la legalizzazione dell'aborto, ma tutti - a cominciare da chi scrive - siamo convinti che sia meglio non rimetterla in discussione».
Scendere poi con l'idea superficiale che si debba difendere un diritto acquisito ad abortire è semplicemente offensivo nei confronti dell'enorme tradizione di pensiero femminile ormai accumulato su questa insanabile contraddizione.
Allora, diciamocelo pure senza enfasi e magari in sordina: è diffusa abbastanza la consapevolezza delle ambiguità che si porta dietro una manifestazione sull'aborto. Essa è dimostrazione di forza e di debolezza insieme. E perciò viviamola con la dovuta distanza, sia che si vada a Milano domani, sia che no. Essa non è, né può essere una scadenza definitiva, ma una tappa, importante, questo sì, che ci aiuti a continuare il lavoro del pensiero almeno fino a quando esisteranno donne, fosse pure una sola, la cui vita debba essere segnata dallo scegliere se essere o non essere madre
.
Rosetta Stella






Perchè non andrò a Milano
e nemmeno a Roma

abbiamo ricevuto e pubblichiamo questa lettera

Cara Letizia
ho molto apprezzato che tu non abbia taciuta, nel tuo "Basterà un corteo?", la critica per la coincidenza della manifestazione milanese con quella romana...secondo me questa cosa è un ulteriore segno della crisi di comunicazione che attraversa il femminismo e io ci ho anche visto : 1- competizione col movimento gay e lesbico: ho seguito bene le vicende (la storia) delle relazioni fra lesbismo e movimento delle donne e non sono così limpide... le prime sono sempre state schiacciate dal molok (simbolico) donnile che si imponeva al mondo con un sacco di relazioni "giuste" e di mediazioni "appropriate" e "composte" (cioè sessuate, ma non esibenti la sessualità), molok che ora che la visibilità lesbica aumenta e s'impone nel mondo (spesso accompagnata a quella gay, come sai il movimento si chiama ora glbt) da un lato continua ad ignorare le lesbiche e dall'altro entra in competizione con loro (sempre senza nominarle); 2- non escludo che ciò faccia parte della tattica elettoralistica: la manifestazione di Roma è sovversiva perké mette a nudo i contrasti della coalizione di centro-sinistra e la sua arretratezza culturale (molto post comunista e pochissimo libertaria) mentre quella di Milano è, da un punto di vista elettorale, rassicurante e non mina l'unità della coalizione (persino Rosy Bindi accetta la 194).
Allora te la faccio breve e ti dico le pekke del movimento delle donne che emergono da questa vicenda:
- nonostante i visetti innocenti e buoni delle donne convocate alla Camera del Lavoro (io non c'ero ma ho visto le foto e le conosco quasi tutte) il peso dei partiti alle spalle (non esclusa la massoneria) è spaventoso e immobilizzante (innanzitutto per il pensiero, poi per la comunicazione, infine per il movimento);
- le autorità sono statiche, quasi anziane, e quando si rinnovano cooptanti (ciò come sai interrompe qualsiasi idea di movimento e fa istituzione);
- il richiamo al mito storico delle battaglie per la 194 è un richiamo facile alla politica vincente, un falso movimento, per ciò appunto leggibile facilmente come battaglia strumentale e al contempo conservatrice (non della 194 ma delle dinamiche del potere interne al movimento e fra il movimento e ciò che sta fuori); sarebbe quindi interessante vedere in faccia le colpevoli: sono le professioniste del femminismo...istituzionale/istituzionalizzato.
Cordiali saluti e buon anno,

Elena Bignami

ps: io non andrò nemmeno a Roma perké anke il movimento glbt scende in piazza sempre troppo strumentalizzato dai partiti e sono non per i pacs ma semmai per la parità dei diritti: cioè per il matrimonio lesbico e gay e per l'adozione.





Il no dei prelati, il sì di Maria

Tiziana Plebani ci ha inviato questo testo che pubblichiamo

Nel 2000, come si ricorderà, Karol Wojtila fece una pubblica confessione degli errori commessi dalla Chiesa e dai cristiani nel passato, dalle Crociate alla tratta dei neri, dallo sterminio degli Indios agli eccessi dell’Inquisizione sino all’Olocausto.
L’ammissione delle colpe è un evento assai importante nella storia perché interrompe un processo lineare, dà voce alle sofferenze e alle ingiustizie procurate e crea le basi per una riconciliazione col passato. Tuttavia essa non è sufficiente: l’ammissione degli errori dovrebbe provenire da un sincero accoglimento dell’esistenza e delle istanze degli altri, quelli a cui si sono inflitte le pene, e, conseguentemente, inaugurare la volontà di non percorrere più la strada che ha condotto a tali errori, che, val la pena di ricordarlo, ha lastricato la storia di guerre, morti, bruciati nel rogo, donne disprezzate e condannate, individui torturati nel corpo e nell’anima ed espulsi violentemente dalla società attraverso il potere della Chiesa.
Questo accoglimento si era palesato nella strada imboccata da Giovanni XXIII ed espressa nel Concilio Vaticano II, soprattutto in quella volontà di uscire dalla logica delle condanne e di aprirsi alla dialettica interna ed esterna alla Chiesa. Tale direzione è stata abbandonata con Giovanni Paolo II, che ha inoltre rafforzato, come ben si vede, la struttura di potere delle più alte gerarchie ecclesiastiche e negato la parola a comunità di base, teologi dissidenti e al per nulla uniforme “popolo della fede”.
La logica della condanna, arma di potere e di rafforzamento dell’autorità, impone norme rigide e punitive e cristallizza i rapporti tra i fedeli e il capo spirituale, istaurando un’equazione pericolosa tra la sua figura e la figura del giudice del potere secolare, in assenza tuttavia di processo e di strumenti di difesa da parte dell’accusato.
Sono una laica e dunque qualcuno potrà chiedermi perché mi interesso di tutto ciò e non mi accontento di ribadire i necessari confini tra gli ambiti del potere religioso e quelli dello Stato. Più di una ragione invece mi spinge a pensare che la pura difesa della separazione delle sfere sia insufficiente e che alle idee che animano una cultura - perché quando si parla di religione si parla di cultura che come tale non è statica e astorica - si deve controbattere con altre idee. E chi vive in questo paese, come me, sa che la separazione tra le due sfere non è né esistente nel presente, dato l’ancora permanente confessionalità dello stato italiano, né tantomento nel passato. L’influenza della cultura religiosa, nel complesso delle credenze che hanno un significativo peso nel plasmare i comportamenti e la mentalità degli individui (un’influenza che è cresciuta a dismisura, come ben si vede, in tutto il mondo attuale), e la presenza di una struttura ecclesiastica di potere, sono altre ragioni che spingono chi voglia occuparsi criticamente della propria cultura di appartenenza a non ripararsi dietro a confini più immaginari che reali e a prendere parte nel discorso. Inoltre, proprio perché le idee, le pratiche e le cornici di senso non sono statiche, e non lo sono state nemmeno nel passato, è necessario evidenziarne i cambiamenti e, in quanto studiosa di storia, sono attenta alle svolte di pensiero che condizionano o vogliono condizionare la nostra vita.
E quella che è sotto ai nostri occhi è una svolta autoritaria delle più alte gerarchie ecclesiastiche che si sta prepotentemente acuendo e a cui bisogna rispondere non tanto e non solo fissando i limiti dell’influenza della Chiesa (visto che abitiamo lo stesso paese e la stessa cultura) ma confliggendo in merito ai metodi, alle questioni e all’oggetto delle condanne.
Gettare condanne e non assumere su di sé le sofferenze del mondo, la fragilità dei viventi, respingere e non accogliere, non perdonare, fare della minaccia di peccato un’arma di potere è, a partire dalla critica ai metodi, davvero un percorso violento, non tollerabile e che si è allontanato dalla strada dell’amore che lo stesso Cristo indicava perdonando la meretrice, proteggendo i deboli e gli umili (tematiche che non appartengono solo ai credenti ma alla storia dell’etica).
E in quanto ai contenuti, ciò che mi colpisce profondamente è l’incapacità dopo tanti secoli, dibattiti, scontri e alleanze, di guardare alla corporeità dei viventi come a un bene prezioso e non a un luogo di smarrimento e di bassezza, bensì a ciò che ci fa umani, viventi, bisognosi, nati da un corpo di madre che insegna il valore e la necessità dell’amore e del suo corpo, sessuato, finito, reale.
Perché ancora questa Chiesa (come molti ambienti politici, culturali, religiosi) non riesce ad accettare la realtà dei corpi e la differenza sessuale come ricchezza? Perché quest’insistenza sul celibato e sul rifiuto di entrata alle donne (presenti invece nella storia della Chiesa con figure di rilievo), che fa dei sacerdoti delle figure emotivamente fragili, e in profonda difficoltà a gestire la propria sessualità? Perché queste alte cariche ecclesiastiche non si prendono carico della radicale misoginia culturale di cui sono imbevute e non ne disinnescano la carica esplosiva?
La loro irrisolta ossessione verso le pratiche corporee li conduce a guardare il corpo femminile, il corpo Altro in assoluto per il clero maschile, come l’emblema della vita di pulsioni, umori, cicli biologici, godimento e bisogno, scandita da fecondità, da cui tutti originiamo e dipendiamo. E la dipendenza, se non è accolta “culturalmente”, è fonte di oscure paure e repulsioni.
La risposta attuale alla radicale diversità del corpo femminile rievoca la misoginia dei clerici medievali, rinfocola drammi ed errori del passato, quelli stessi per cui Wojtila ha fatto ammissione di colpa.
E il dominio, il controllo attraverso dettami e prescrizioni della vita sentimentale e sessuale, pare voler tendere a depotenziare le donne e gli uomini delle loro energie vitali e a convincerli di lasciare il governo del proprio corpo e di pulsioni, desideri e necessità - l’insieme del “disordine” del corpo - in mano a uomini ordinati (sacerdoti, prelati ecc) che invece dovrebbero ammettere la loro debolezza e il loro difficile equilibrio. Non è un caso dunque che ad essere oggetto delle maggiori condanne sia la direzione della sessualità, (che le donne e anche gli uomini, hanno voluto separare dalla fecondità) schiacciando i fedeli tra l’impossibilità di agire la contraccezione e l’imposizione della maternità e rinviando all’intera comunità di individui, credenti o meno, un’immagine misera e sporca del proprio desiderio.
Tuttavia, sia perché gli individui sempre più costruiscono il senso e il valore della vita a partire dalle proprie esperienze e dai propri sentimenti sia perché l’oggetto della repulsione dei clerici, le donne, ha risposto con una propria elaborazione culturale e con autonome pratiche politiche, tale presunto dominio sui cuori e sulle camere da letto sta mostrandosi sempre più nudo ormai agli occhi del mondo. E visibile così com’è - privo di amore e povero di accoglienza - resta solo un linguaggio violento e rozzo, svuotato di quella profonda umanità e rispetto della soggettività femminile che si riscontra nella cultura religiosa più autentica e pulsante.
Ed è quindi, attingendo anche a quel patrimonio, valore universale anche per i laici come me, che io, rispondendo agli attacchi sulla libera scelta della maternità che abbiamo voluto e praticato, guardo a Maria e a quell’episodio centrale non solo nella sua vita ma nel Cristianesimo tutto, incentrato nell’Annunciazione, una scena che ci è stata consegnata solo dal Vangelo di Luca. Uno degli elementi cruciali e non a caso sottaciuto, riguarda, nel colloquio con l’angelo Gabriele, il consenso della Vergine: solo l’accettazione consapevole di Maria dà corso alla storia, apre la possibilità all’avvento. E’ solo il suo sì che accoglie nel corpo e nella mente la vita.
Dunque le materie sulle quali alcuni esponenti delle più alte gerarchie ecclesiastiche stanno emanando condanne, dettami e divieti non sono tematiche che appartengono solo al popolo della fede ma riguardano la vita di tutte e di tutti e i valori e i simboli della nostra cultura e di ciò dobbiamo essere pienamente consapevoli.

Tiziana Plebani







> il dibattito

Non rimuoviamo la difficoltà di una nuova relazione tra i sessi
di Alberto Leiss


Perchè vado al corteo di Milano
di Bia Sarasini


Perchè non ci andrò
di Rosetta Stella


Perchè non vado nè a Milano nè a Roma
Una lettera di Elena Bignami


Il no dei prelati, il sì di Maria
di Tiziama Plebani

Sull'aborto, la procreazione, e le manifestazioni indette per il 14 gennaio a Milano e Roma da consultare il sito "www.usciamo
dalsilenzio.org"
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e il sito della Libreria della donne di Milano, che pubblica numerose riflessioni
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> da leggere

Emanuele Severino, "Sull'embrione", Rizzoli, pagg 127, euro 9,00

Via Dogana n. 75, "Sessi e generazioni"