storie / corsivi
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racconti di persone, polemiche ad personam
29 settembre 2005
Ruini attacca i pacs, Ferrara l'aborto
Non fischio ma preferirei di no
Avrei preferito che quei simpatici ragazzi delle “farfalle rosse” non avessero tolto la parola a Ruini. Ma avrei preferito ancora di più che Ruini non avesse sentito il bisogno di pronunciarsi così platealmente contro un’ipotesi di legge, fatta propria dal leader del centrosinistra. Con articoli di Letizia Paolozzi e Bia Sarasini
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28 marzo 2005
Aborto: sì, ripartiamo dal corpo
e dalla sessualità di donne e uomini
Cara Letizia,
sono contenta di potere spiegare il mio pensiero forse un po’ meglio di quanto non abbia potuto fare sul "Corriere"

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7 marzo 2005
Maschilismi all'italiana
Ben vengano i riflettori puntati sui tassi di maschilismo del giornalismo (e politica) italiano. Anche se. Ma prima i fatti.
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3 marzo 2005
Aborto: riparliamo di depenalizzazione
In un testo sul quale, nel 1989, avevo lavorato insieme a altre donne, insistevamo (ne avevamo già parlato negli anni Settanta) sulla possibile depenalizzazione dell’aborto. Una parte del femminismo è rimasta affezionata a questa idea

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8 febbraio 2005
Le donne, l'aborto, il dolore e la violenza
A proposito di qualche eccesso
nell'attuale dibattito sulla bioetica e altro
(pubblichiamo una lettera di Letizia Paolozzi al Foglio, le risposte di Anna Bravo e Claudio Risè e il saggio di Anna Bravo che è uno degli elementi della discussione)
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22 gennaio 2005
La sinistra (la politica) e le donne
Silenti, potenti, imbufalite, sdilinquite...
Sabato 15 gennaio uomini e donne all’assemblea della sinistra “alternativa”, alla Fiera di Roma. Qualcosa non va sin dalla “relazione” di Asor Rosa.
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21 luglio 2004
Antisemitismo, fanatismo e bugie
L’antisemitismo (soprattutto in Francia ma non soltanto) è una realtà. Il problema è come contrastarlo.
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22 giugno 2004
Ancora su "Italiane": signore del privato
o inadatte all'interesse pubblico?
Convocare le avevamo convocate tutte, Letizia Paolozzi ed io, per "discutere" la discussione intorno a "Italiane", più volte ospitata in questo sito: curatrici, autrici, critiche e sostenitrici dell'iniziativa.
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5 giugno 2004
Le "Italiane" fanno discutere
Un incontro a Roma il 10 giugno
Fa discutere l'iniziativa editoriale del ministero delle pari opportunità, che ha pubblicato e distribuito in edicola tre volumi di biografie di italiane. Su DeA intervengono Chiaromonte, Bonacchi, Paolozzi, Ruggieri, Leiss. E insieme alla Fondazione Basso si organizza un incontro pubblico per il 10 giugno
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9 maggio 2004
In famiglia
Mi sono trascinata, ecco sì questo è il verbo giusto, al funerale del vecchio signore. Cioé del nonno. Ci potevo scommettere, una bruciante certezza, che dietro al feretro non ci sarebbero stati la figlia e i nipoti.

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28 aprile 2004
Manifestiamo per gli ostaggi
Sono figli di mamma
Cortocircuiti linguistici, della politica e delle fazioni, intorno alla vicenda degli ostaggi italiani nelle mani delle “brigate verdi” irachene. Quasi nessuno resiste (il direttore di Repubblica compreso) alla tentazione del parallelo con il rapimento di Aldo Moro.
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28 marzo 2004
Ma che ci fa un servizio d'ordine
(del segretario) al corteo per la pace?
Se un uomo o una donna va al corteo della pace, immagino io che ci vada in pace. La pace essendo una trama sostenuta dalle relazioni tra uomini e donne. E bambini. E animali (cani, generalmente).

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10 marzo 2004
Ecco le Italiane
Una storia fatta di storie (non senza qualche polemica)

Un secolo di Italiane con qualche assenza
Un buon lavoro. Soldi (pubblici) ben spesi. A cominciare dal titolo: Italiane.
Di storia delle donne se n'è scritta molto. Non solo all'estero: in Francia, negli Stati Uniti. Anche in Italia. Ma non mancano le polemiche: ne scrivono Chiaromonte, Paolozzi, Bonacchi.

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9 marzo 2004
Otto marzo 2004: le donne straperdono o stravincono?
A me sembra che nelle tante celebrazioni, canoniche e non, di questo Otto marzo – intanto: auguri a tutte da DeA – ci siano molte contraddizioni. O meglio, delle doppie verità. Che però non si combinano. E anzi, non si incontrano nemmeno. Il Presidente della Repubblica si preoccupa
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24 febbraio 2004
Lettera al mio amico dagli occhi gialli
Carissimo Puck,
la mia mamma adottiva mi ha detto che, qualche giorno fa, hai preferito andare nei Campi Elisi, dove l’amore è perenne e dove il dolore e la sofferenza non hanno diritto di entrare.
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17 febbraio 2004
Una lacrima per il corpo di Pantani
Al "mare d'inverno" è dedicata la più bella canzone di Enrico Ruggeri, resa immortale dalla voce naturalmente disperata di Loredana Bertè
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15 gennaio 2004
Laragazza
del quaderno

La sede dei Cobas era gelida. Come al solito. Confesso però che il clima di smantellamento ha sempre attratto i militanti. Senza distinzione di sesso. Penso che la metafora sia appropriata alla condizione di chi fa politica non istituzionale. Una condizione da rivoluzionari veri. Magari iniziata per sfuggire alle perfidie dell’Ochrànka
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5 dicembre 2003
Tra nostalgia e modernità
L'insostenibilità di chiamarsi Mussolini
Ha deciso per la “Libertà di azione”, Alessandra Mussolini. Questo il nome dell’associazione che ha deciso di fondare

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23 novembre 2003
Il nome di Laura e la sua libertà
Ringrazio innanzi tutto la famiglia Ingrao per avermi chiesto di essere qui oggi.
Io, che sono di un’altra generazione rispetto a Laura e a tanti di voi , ho scelto di provare a fare un raffronto
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20 novembre 2003
Gita alle Cinqueterre
Dal racconto del Padre, di una precisione impressionante, anche se vi risuonano tremiti di commozione, ho compreso che escludeva qualsiasi traccia di inquietudine
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17 novembre 2003
Caro Guerri, ma che c'entrano feti
e "marroncini" con il voto agli immigrati?
Su “Il Giornale” di sabato 8 novembre Giordano Bruno Guerri scrive un commento sulla proposta Fini del voto agli immigrati
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25 settembre 2003
Le critiche di Gisele Halimi contro Badinter
e l'associazione "nè puttane nè sottomesse"
13 settembre alla Courneuve.
Il nome - Courneuve - é ricorrente nella cronaca nera dei quotidiani francesi
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3 agosto 2003
La tentazione del silenzio
sulla morte di Marie Trintignant
Marie Trintignant è morta. Un edema cerebrale provocato dalla lite con il suo compagno
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20 luglio 2003
Muscoli e cuore della senatrice
Rodham Clinton
I giornali di tutto il mondo hanno dato grande rilievo alla pubblicazione dell’autobiografia di Hillary Rodham Clinton
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9 giugno 2003
Don DeLillo e lo spettro del capitalismo
Un giorno d’aprile del 2000 Erick Packer, New York, 28 anni, esce di casa per andare dal barbiere. Non vi farà mai ritorno. Il suo è un viaggio lungo un giorno, ma anche lungo tutta una vita e un’epoca, l’ epoca del ‘tempo e del denaro’ come mi dice Don DeLillo, l’autore di "Cosmpolis",.
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11amaggio 2003
Pari opportunità, ma non per le "bugiarde"
Il testo approvato in seconda votazione a maggioranza assoluta,
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13 aprile 2003
Caro Tronti, contro la forza imperiale Usa
vorrei una "potenza" senza "potere"
L’America in Iraq impiega brutalmente tutta la forza perché ha paura di una sua nuova debolezza.
Dibattito: interventi di Moretti, Caminiti, Paolozzi, Leiss, e riferimenti a articoli di Luisa Muraro, Luigi Pintor
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30 marzo 2003
Se solo fossimo umani
Siamo un’amabile, odiosa, affettuosa, rozza, tenera, vile, intelligente, caotica, virtuosa
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20 marzo 2003
Dialogo immaginario sulla nuova presidente Rai
A - “Vedo qui tra voi pochissime donne. Il 7% mi dicono. Chiedo come mai, e la risposta è che la vostra cultura è maschile, aggressiva, competitiva. Bene, ma se siete così energici, perché non investite la competitività nel dare più profitti all’azienda invece che discriminando le colleghe“ ? (così Giovanni Agnelli, all’ultima assemblea dei quadri Fiat, nel racconto di Gianni Riotta)“. Ecco. In un Paese che ha della politica istituzionale e delle cariche pubbliche una concezione molto virile, se non patriarcale, Lucia Annunziata presidente del Cda secondo me è una buona cosa
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> 28 novembre 2005


Sull'aborto c'è un "silenzio femminile"?
Eppure Guia e Stefania non tacciono

Lea Melandri, su Liberazione del 27 novembre, affronta la discussione sull’aborto spostando giustamente l’attenzione a ciò che avviene prima che per una donna si ponga la scelta se procreare o no. Cioè alla logica del rapporto d’amore tra donna e uomo. E’ vero che qui c’è un rimosso – direi soprattutto maschile – in tutta questa rinnovata passione per la “tutela” che dovrebbe essere esercitata “dalla società” nei confronti della donna e soprattutto del nascituro. Avrei preferito però che Lea Melandri non lamentasse quello che rischia di apparire un luogo comune un po’ stereotipato: il “silenzio femminile”. Perché le donne tacciono? Si domanda Lea. Ma siamo proprio sicuri e sicure che le cose stiano così? Mi limito a fare solo due esempi, che considero significativi perché provengono in un certo senso dall’ambiente politico e culturale che sta coltivando questa nuova “campagna” sul bisogno di tutela per le donne. Mi riferisco alle dichiarazioni pubbliche della ministra Stefania Prestigiacomo contro il suo collega Storace, e all’articolo di Guia Soncini pubblicato proprio sul Foglio di Giuliano Ferrara, in agguerrita polemica con le posizioni sull’aborto e sui temi della riproduzione del direttore del giornale. Questo articolo è diventato nel giro di pochi giorni una specie di “manifesto” della posizione di moltissime donne, e credo anche di numerosissimi uomini, e basta fare un clic su Google per vedere apparire centinaia di pagine web che lo riportano, lo commentano ecc. Per chi non l’avesse ancora letto, lo riproduciamo anche noi di DeA.
Magari il femminismo ha seminato bene. Magari ha cambiato la testa e il cuore di molte persone. Certo – anche attraverso i media – si ascoltano voci diverse e si intuisce l’esistenza di un’opinione pubblica assai vasta che sui temi dell’aborto, e in genere sul mutamento dei rapporti tra i sessi, nutre convinzioni distanti da quelle che sembrano prevalere nella posizione di una parte della Chiesa cattolica, in settori della destra (e nelle codine cautele presenti a sinistra). Discutiamo anche di questo.

Alberto Leiss









Guia e l’aborto (un problema che non riguarda coloro che ne parlano)

di Guia Soncini

da Il Foglio del 23 novembre 2005

Il bello è che non ne parla mai chi sa di che cosa si stia parlando. Ne discettano tutti da studiosi, col loro bravo riflesso pavloviano “l’aborto-è-un-dramma”. L’altra sera, a Matrix, l’aborto era un dramma per tutti i dibattenti. Detto da chi difendeva la 194, faceva un po’ tenerezza: una legge che è come un parente un po’ scemo, da difendere pur vergognandosene. A un certo punto è comparsa una signora e ha detto che è inutile continuare a parlare di contraccezione, nei paesi ad alto tasso di contraccezione le donne abortiscono come altrove. Ottimo. Quindi la contraccezione non serve, l’aborto è una tragedia dell’umanità, riproducetevi come coniglie e andate in pace.
Il bello è che non parla mai chi è interessato all’argomento. A dibattere di quel che devi fare se ti accade di aspettare un figlio senza averne alcuna voglia sono sempre uomini senza figli (vescovi e non) e donne ormai al sicuro da quello scivoloso crinale che è l’arco dell’età riproduttiva e che, mi piace pensare, in gioventù abortirono – con dramma interiore, si capisce – e ora ne sono talmente pentite da voler risparmiare a tutte noi questa possibilità. Non si può dire che non siano altruiste. Certo hanno le stesse probabilità di finire in un consultorio a elemosinare Ru486 e a ricevere buoni consigli da quelli che preferiscono la riproduzione (specie se praticata da altri) che ho io, e la somma di queste probabilità è zero.
Il direttore di questo giornale, che ha fatto la sua brava campagna per astenersi dal voto e dalla creazione di embrioni, e l’ha fatta giurando che era orrendamente in malafede chi pensava quella per la fecondazione fosse la prima tappa di una lunga campagna che aveva per obiettivo ultimo l’aborto, ha detto che per carità lui non vuole tornare all’aborto illegale. Pochi secondi dopo ha dichiarato il proprio obiettivo: il numero di aborti effettuati dev’essere portato a zero. Enrico Mentana avrà avuto le sue buone ragioni per non chiedergli come pensi di conciliare le due cose: niente aborti legali, niente aborti illegali… iniezioni obbligatorie di senso materno? Sterilizzazione? Certo non semplice contraccezione, visto che di lì a poco la sua sparring partner ha appunto argomentato che è inutile, le cittadine di quei paesi sciamannati in cui si fa dissennato utilizzo di contraccezione fanno uso altrettanto dissennato di interruzione di gravidanza. Avrò sicuramente capito male, ma mi è sembrato di cogliere il percorso auspicato dal direttore di questo giornale nella sua risposta a una domanda sui volontari del Movimento per la vita. Usando più o meno le stesse parole che di lì a poco, in un servizio, avrebbe usato proprio uno dei volontari in questione, l’uomo che vuole zero aborti legali e zero illegali ha detto che le donne convinte dai volontari pensavano di non volere figli “in un primo momento”, ma “poi sono contente”. Queste sciocchine. Puoi convincerle a cambiare idea sulla loro volontà di fare un figlio con la stessa facilità con cui le puoi convincere a comprare una gonna in saldo. Puoi convincerle a fare un figlio e poi non potranno che esserne contente, è ineluttabile, tutti i genitori amano i figli, si sa, tutti gli esseri umani sono dotati di istinto genitoriale, diamine. La settimana scorsa questo giornale, che quando si tratta di sostenere le proprie idee non va troppo per il sottile, ha pubblicato la lettera dei genitori di Holly Patterson, che due anni fa morì di infezione dopo aver preso la Ru486. Aveva diciassette anni. Io non ho ben capito, ma è sicuramente un limite mio, perché da queste parti ce la si abbia tanto con la Ru486. Ho l’impressione che non sia perché si sta con la salute delle donne invece che con la lobby dei medici, che sia piuttosto un problema di “se devi abortire, che almeno la cosa ti sia di un qualche peso, niente vie brevi e niente anestesia generale, ché devi stare ben sveglia e renderti conto della porcata che stai facendo” – ma sono certa di stare travisando. Dunque c’era questa lettera, in cui i genitori – che avendo scelto all’epoca di generare e non di abortire sono evidentemente persone migliori di me e persino della loro stessa defunta figlia – scrivevano che “Holly non era una ragazza sola, disamata, senza protezione o appoggio”. Quella ragazza amata e appoggiata dai genitori, quell’abitante di una famiglia felice di quelle che si creano solo in una cultura della vita, preferì morire piuttosto che rivelare ai suoi genitori che aveva fatto una cosa turpe come scegliere di non avere un figlio a diciassette anni. Lo so, non bisogna infierire su persone devastate dal dolore. Ma loro per quanto devastati sono vivi, e mi piacerebbe sapere se alla povera Holly, morta di emorragia per non farsi sgridare, avevano insegnato i fondamentali della contraccezione. Aveva diciassette anni, mica sette.
Io ero certamente disattenta. Probabilmente confusa dalla visione dei volontari del Movimento per la vita, impegnata a pensare che “fanatismo religioso” fosse una tautologia, con un calo di concentrazione dovuto all’ora tarda. Perché giurerei che, nel dibattito su Canale5, il direttore di questo giornale abbia detto che “la salute della donna risiede nella sua capacità di generare” – e questo non può essere vero, giusto? Non può averlo detto, dico bene? Non tanto e non solo perché sarebbe troppo sprezzante nei confronti di tutte le donne che scelgano di non generare, perché sancirebbe la figura della donna-come-fattrice- punto. Quanto perché giurerei che, nel corso del dibattito sull’astensione dalla procreazione assistita e dal voto, lo stesso direttore di questo stesso giornale argomentasse che la sterilità non è una malattia che va curata, ma una condizione naturale da accettare come tale. O forse ero distratta anche allora, e ho capito male.
Facciamo finta di essere d’accordo su una premessa: si abortisce a quindici anni, non a trenta. Una donna adulta che non abbia ancora imparato a mandare a quel paese gli uomini che “con il preservativo non mi tira”, gli uomini che “stai tranquilla ci penso io”, e in generale a gestirsi accortamente le poche ore di fertilità che le capitano ogni mese, una donna così è adulta solo formalmente. Le gravidanze indesiderate sono un accidente di gioventù, di quell’età dell’innocenza in cui è ancora lecito pensare che gli uomini preferiscano essere informati della questione e partecipare alla decisione se abortire o procreare, di quel periodo di incertezza in cui è lecito non sapere se un figlio lo si vuole o no, e magari fare conversazione con un volontario può convincerti in un senso o nell’altro. Una donna adulta che – ops – resta incinta per sbaglio, e – ops – credeva di voler abortire ma le si può far cambiare idea come sull’acquisto di un cappotto che tutto sommato non le dona, una donna così è un’idiota. Vanno protette, le idiote, quelle che credono “che all’ottava settimana sia un grumo” e quando vedono l’immagine con le braccine sono così commosse che improvvisamente sono pronte a essere madri? Vanno salvate da loro stesse? E, se sì, è più protettivo nei loro confronti forzarle a riprodursi, mettendo al mondo figli indesiderati (al netto della poetica poi-sei-contenta), o a lasciar perdere, ché la maternità è questione che necessita di un po’ di sale in zucca, e non si capisce perché aprire una salumeria richieda una licenza e prendersi a vita la responsabilità di un altro essere umano neppure richieda un test psicoattitudinale? (Sì, sì: i figli si sono sempre fatti senza tante storie. Sì, sì: torniamo nelle caverne).
Siccome Dio esiste e traccia i palinsesti, a interruzione del dibattito sull’aborto c’era uno spot della Mister Baby: la città pullulava di donne col pancione, e la voce fuori campo spiegava, casomai ce ne fosse bisogno, che da quando ci sono meravigliosi biberon e gadget assortiti della Mister Baby “cresce la voglia di diventare mamma”. Diteglielo, ai volontari, che basta così poco: invece di stordirle di chiacchiere, le gravide, si presentassero con un biberon in omaggio. Le sciocchine si lasceranno convincere.
(Poi c’è la questione del “sostituirsi a Dio” e “chi sei tu per scegliere di dare la vita e la morte?”. Lieta di apprendere che Dio c’è per certo – mica ci si può sostituire a qualcuno che non c’è, no? – provo a rispondere: sono una che può dare la vita, e anche decidere di non darla. Spiacente, è una discussione impari. Magari nella prossima vita sei fortunato, nasci con un utero, ma per ora non puoi praticare nessuna delle due opzioni. Quanto al delirio di onnipotenza, segnalo il caso di scuola del “dare la vita per interposto parto”: la signora della Mangiagalli e l’orgoglio del suo sguardo nel raccontare, fingendo di schermirsi, delle madri che dicono ai neonati “non fosse per questa signora tu non saresti nato”. Poi lo scaricano a lei, il pupo, quando si accorgono di non essere portate per il mestiere di madre?)
Il bello è che non parlano mai quelle che non sono né me né le dibattenti televisive. Quelle che, in caso di bisogno, vanno davvero in un consultorio. Ne parliamo noi, che abbiamo stipendi sufficientemente alti e assicurazioni sanitarie sufficientemente buone da, in caso di bisogno, andare non dal macellaio da ambulatorio mostrato in tv l’altra sera, ma in una qualche serissima casa di cura privata che scriva “raschiamento” sulla cartella clinica. L’abbiamo sempre fatto, perché sulla legalità prevale la comodità, lo faremmo anche se l’aborto fosse illegale. Il rappresentante del Movimento per la vita, osasse questionare sulle nostre decisioni, verrebbe trattato come un rappresentante di aspirapolveri. Ma non se ne darà l’occasione, perché noi dal consultorio non ci passeremo comunque. Non è un nostro problema. E’ un problema delle extracomunitarie, delle pocotenenti, e delle tredicenni. Quelle stesse tredicenni di cui, sempre l’altra sera in tv, un infermiere di un ospedale romano lamentava non usassero il preservativo e poi andassero a chiedere la pillola del giorno dopo. Ecco, io preferirei che qualcuno, magari genitori che si organizzino prima per non piangerne la morte per aborto malfatto dopo, insegnasse loro un paio di banalità sulla contraccezione. A quel punto, potrò anch’io iniziare a scandalizzarmi per le cose veramente importanti, quelle per cui l’altra sera in tv si scandalizzava il direttore di questo giornale: che per l’infermiere la pillola del giorno dopo fosse affare così banale da trattarlo con strascicata cadenza romanesca. A quel punto potremo tutti riguadagnare un po’ di stile, smettendo di sporcarci le mani con una bruta realtà fatta di sangue, sperma, dialetti.







Non confondete l'aborto e le donne
con la cultura di morte che ci assedia


Questo articolo è uscito sul Foglio del 25 novembre 2005

Sono le “sciocchine“, quelle donne a cui bisogna spiegare sempre quali sono i loro veri pensieri, di cui cosi bene ha detto Guia Soncini, che immobilizzano al passato ogni discorso sull’aborto. Quelle donne a cui, come recita l’articolo 10 della proposta di legge del Forum delle famiglie per l’istituzione dei consultori familiari, il medico che rilascia il documento che autorizza l’interruzione di gravidanza dovrebbe ricordare il “dovere morale di collaborare nel tentativo di superare le difficoltà che l’hanno indotta a chiedere la interruzione volontaria della gravidanza“. È riportare sulla scena pubblica una figura che si pensava fosse definitivamente scomparsa: questa donna incapace, senza autonomia mentale e tantomeno morale, in preda a desideri incontrollati e inconfessabili, questa donna di cui bisogna andare in soccorso, ma anche, se necessario, riportare all’ordine. Una figura che viene da un passato ben più lontano degli anni settanta, da cui giustamente Annalena Benini invoca una via d’uscita. Ma occorre una parola chiara, un riconoscimento limpido della libertà delle donne per andare oltre gli automatismi del passato. “Sono una che può dare la vita, e anche decidere di non darla“, sono le parole cristalline di Guia Soncini. Parole che dicono la realtà, dicono come avviene la vita, parole che non sono prese in considerazione dai protagonisti della nuova campagna sull’aborto. Perché l’unico modo di procedere, da chi avesse vera considerazione di questa libertà femminile e nello stesso tempo avesse a cuore la questione dell’aborto, come è per esempio per i cristiani, sarebbe procedere in amicizia e gentilezza. Verso le donne, naturalmente, qualunque sia la decisione che prendono. Non fare di loro, del dominio sul loro corpo, il luogo in cui si misura la propria grandezza, tutta di questo mondo, o addirittura la propria rivincita. Come tutte le leggi, la 194 non è intoccabile, ma ci sono delle ragioni se finora nessuno è riuscito a modificarla, neanche chi, come me, avrebbe desiderato introdurre una depenalizzazione. Non so quanti ne hanno letto il testo per intero. Con molta evidenza contiene una mediazione forte tra istanze del mondo cattolico e quelle del mondo laico, -più o meno le stesse oggi in discussione- mentre tiene ferma la barra dell’autonomia di decisione della donna. Da qui l’ambiguità e la sterilità di tutte le battaglie successive. Per questo con qualche fondamento la si può definire un baluardo di civiltà. Per questo nessuno, nemmeno il cardinale Ruini, vuole abolirla. Del resto, come potrebbe? Si può pensare di ripristinare il reato d’aborto? Come sarebbe nelle corde di chi questa legge ha cercato di abolirla, di chi da sempre ha sperato di poter cancellare l’ignominia di averla dovuta firmare, come ha più volte dichiarato l’allora presidente del consiglio Giulio Andreotti? Fatti che si dimenticano, nello scarto tra passato e presente. Fatti irriducibili che in un certo senso nessuno vuole ricordare, neanche il centrosinistra. Perché “il voto cattolico non gli è inaccessibile, a patto di non avere uno scontro frontale“ secondo l’analisi pubblicata dal Monde nell’articolo dedicato al Ruini.
Allora si cerca di aggirarla, questa legge che non si riesce a cambiare. Con un notevole effetto confusione. Per esempio, sulla Ru486. Bisogna intendersi. Se è un farmaco dannoso, è più che doveroso controllarne la sicurezza. E sacrosanto è pretendere che si ricordi a tutte, prima di tutte alla ragazzine, che non si tratta di bere un bicchier d’acqua, che l’alternativa tra intervento e farmaco non è una scelta tra facile e difficile, ma tra metodi impegnativi, come è impegnativo abortire. Bene, questa è una chiara posizione a sostegno delle donne, mentre l’attacco alla Ru486 si trasforma in un attacco alla banalizzazione dell’aborto. Ancora, a proposito di confusione. La più grande è quella su cultura della vita, cultura della morte. Ho pochi dubbi che il nostro mondo, e specialmente l’Italia, siano pervasi da una cultura mortifera. Ma sarebbero le donne che scelgono di abortire le responsabili del sentimento di distruzione che incombe sul pianeta? È un’enormità, a volte bisognerebbe riflettere su quello che si dice.

Bia Sarasini



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> da leggere


Articolo di Guia Soncini sull'aborto. Dal "Foglio"



Non è delle donne la cultura mortifera che ci assedia
di Bia Sarasini