reale / virtuale
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informazioni, deformazioni, spettacoli, culture
29 maggio 2004
Sandokan, il boss come linguaggio
e la tentazione della politica
Il nome è una garanzia: Nanni Balestrini. Garanzia di scrittura. Scrittura come linguaggio. Interpretazione. Lavoro. Traduzione di realtà.

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6 maggio 2004
Il futuro alle spalle
Le profezie della prevenzione differita

Preveggenti, la redazione e le autrici dell’ultimo numero di DWF dedicato all’Algebra della prevenzione.

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4 maggio 2004
Se il generale è una cattiva ragazza
Sorridente e carina la ragazza fa capolino sulla sinistra della foto, guarda l’obiettivo e alza i pollici, in segno di vittoria. Come una qualunque coetanea in giro per il mondo.

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3 maggio 2004
Il "partire da sé" di Gad
(ovvero lavoro di cura e filosofia bantu)
Attento lettore di Via Dogana, il periodico della Libreria delle donne di Milano, Gad Lerner non si è lasciato sfuggire la ghiotta possibilità di trarne spunto, per operare uno scarto rispetto agli scomodi argomenti dell' attuale mainstream massmediatico
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16 aprile 2004
Le parole di Olympe
e il sogno della Rivoluzione
"Parole parole parole", cantava un'indimenticabile Mina alla volta di un prolisso Alberto Lupo. Lui parlava mentre lei avrebbe voluto che passasse ai fatti.

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30 marzo 2004
Liberiamo Gabor dal Grande Fratello
e costruiamo un Grande Impero Latino

Letture, visioni, profezie.
Sul sito di Repubblica trovo la storia di Gabor, il cucciolo Terranova che sta nella casa del Grande Fratello. La sua ex padrona lo rivendica.
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7marzo 2004
“Femminismo dei principi“
A Roma le donne difendono la legge francese

Di rimbalzo dalla Francia, il dibattito sul velo o, meglio, sul suo divieto “per legge“ nelle scuole pubbliche, è arrivato anche da noi.
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21 febbraio 2004
Sul velo una laicità troppo ostentata
Ho un mucchio di esitazioni quanto al progetto francese di “legge sulla laicità“. Il mero divieto, penso io, è segno di impotenza. D’altronde, laicità e scelta individuale; integrazione e discriminazione; oppressione e emancipazione sono temi da trattare con cura
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25 gennaio 2004
Il femminile secondo Touraine
Vi ricordate del XX secolo? La rivoluzione proletaria, i totalitarismi, le promesse democratiche, poi l’idea dello sviluppo sociale legato al progresso scientifico?
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7 gennaio 2004
I 50 anni nel Pci di Macaluso
Generazioni (maschili) a confronto

Una “lettura intellettualmente più onesta dell’esperienza di più generazioni di comunisti italiani”.
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30 dicembre 2003
La riduzione della politica a guerra
nel nuovo libro di Ingrao
A che punto è pervenuta la scienza dell’uccidere, la dottrina della guerra?

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21 dicembre 2003
Il paradosso della Francia laica
Non vieta l'oppressione ma il suo simbolo
La Francia è divisa, dall’inizio dell’anno, intorno alla questione di una legge che vieti d’indossare i simboli religiosi nelle scuole.
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11 dicembre 2003
Perché Amorfu' non vada al macero
Permettetemi un ricordo personale. Correva l’anno 1963, stavo preparando un film-inchiesta col regista Raffaele Andreassi, “Mondo cane all’italiana”

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26 novembre 2003
Le brave ragazze vanno in paradiso
le cattive dappertutto (in tre film)

Uma Thurman ha gli occhi blu sgranati dalla ferocia (Kill Bill – Vol.1); Jun Ichikawa non muove un muscolo del viso pallido (Cantando dietro i paraventi); Nicole Kidman è tutta un sorriso di ringraziamento verso i suoi protettori (Dogville)
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12 novembre 2003
Così arrivò la fame in diretta
Addio a Pappalardo. Walter Nudo ce l’ha fatta, a eliminare il rivale ingombrante, il maschio alfa che gli ha fatto la guerra da quando è arrivato all’”Isola dei famosi”.
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23 ottobre 2003
Con o senza velo ma non per legge
Il velo è un’offesa alla dignità personale perché stabilisce l’equazione tra donna e oppressione. Lo statuto delle donne che vige in gran parte dei paesi islamici (sistema giudiziario, tradizioni, religione e polizia religiosa, signori della guerra, signori ex tagliagole che dovrebbero assicurare la pace, fondamentalismi, applicazione della sharìa) inchioda l’essere sessuato femminile a un’immagine di donna schiavizzata
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8 ottobre 2003
Storie di PotOp: non solo derive “militari“ ma anche buone ragioni sociali
E’ evidente che il libro di Aldo Grandi “La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio", costruito attraverso testimonianze (mi pare più di sessanta) e documenti , non poteva che scontentare molti dei protagonisti di quel movimento
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26 settembre 2003
Tramonto violento del tifoso
Ecco, finalmente è accaduto. La guerra tra tifoserie, lo scontro con le forze dell'ordine ha conquistato il posto cui ambisce da sempre: il campo di "gioco"
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15 settembre 2003
Distruzioni. Decostruzioni. Creazioni
Mentre c’era la guerra in Iraq mia madre non è stata bene, e per qualche momento ho temuto per la sua vita.
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7 agosto 2003
"Vita" di Mazzucco: un secolo di storia italiana
negli archivi di Long Island

"Vita", il romanzo con cui Melania Mazzucco ha vinto quest’anno il premio Strega, è il quarto romanzo di questa autrice giovanissima
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20 luglio 2003
Felicità, percorsi del paradosso
Dal 10 al 13 luglio scorso a Trevignano si è parlato di felicità. Lo ha fatto il gruppo di donne che ha partecipato al IV seminario residenziale organizzato dalla SIL (Società italiana delle letterate)
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9 luglio 2003
Perché la figlia deve separarsi dalla madre
Con il femminismo avevamo fatto spazio, dentro di noi, a una figura materna attrattiva, ambigua, molto più complessa e misteriosa della figura che ci aveva consegnato fino a quel momento la storia. Così, per anni, abbiamo discusso di maternità reale e di maternità simbolica e, per costruirci una genealogia, siamo andate “alla ricerca dei giardini delle nostre madri” (come scrive Alice Walker)

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4 luglio 2003
Manuela Dviri una israeliana contro la guerra
Verrebbe da dire Manuela Dviri è una donna straordinaria. Non sarebbe giusto. Non sarebbe rispettoso delle scelte, della scelta che questa cittadina israeliana ha compiuto dopo l'uccisione di suo figlio, Joni, a opera di un razzo sparato dagli hezbollah in territorio libanese.
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22 giugno 2003
Il femminismo nascosto dalla “meglio gioventù
“Bellissimo, commovente, ma manca il movimento femminista”, mi dice un’amica con cui ho condiviso, appunto, il femminismo. E’ appena finita la prima parte di La meglio gioventù, il film per la Tv con cui Marco Tullio Giordana si è guadagnato accoglienze trionfali nella sezione del Festival di Cannes Un certaine regard
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2 giugno 2003
Islam, italian style
In “Islam italiano”, nuovo saggio di Stefano Allievi dedicato alla presenza islamica in Italia, non si legge
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24 maggio 2003
Nawal al Sa'dawi, icona del femminismo arabo
L’icona del femminismo arabo ha un bel viso scuro e una capigliatura candida. Nawal al Sa’dawi
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15 maggio 2003
Monica Incisa. Grande artista del sottotono
Achille Campanile diceva, “non è detto che un umorista contemporaneo faccia ridere i posteri e viceversa”.
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1 maggio 2003
Sars, i falsi allarmi dell'informazione
Tra la fine dei bombardamenti in Iraq e la condanna di Cesare Previti, i nostri media si sono occupati della Sars, la polmonite atipica
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> 22 luglio 2004


Torture, per non rimuovere lo scandalo

Venerdì 9 luglio si è svolto a Roma, alla Casa internazionale delle donne, un dibattito in occasione dello spazio che il nuovo numero della rivista "Leggendaria" dedica al tema delle torture in Iraq (e non solo in Iraq). Una iniziativa a cui ha collaborato anche DeA, il nostro sito. Pubblichiamo l'editoriale di "Leggendaria" e un intervento della direttrice Anna Maria Crispino, aggiungendo il sommario di articoli e autrici/autori che troverete sulla rivista, e l'articolo che al tema ha dedicato Ida Dominijanni sul "manifesto" del 20 luglio.

EDITORIALE – N.45

Lo scandalo delle torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib, venuto alla luce con la pubblicazioni di foto agghiaccianti nella loro spietata apparenza di istantanee amatoriali, ci ha lasciato in un primo momento straniate e afone. Una sensazione, per molte e molti, di smarrimento di senso ma anche di urgenza di confronto pubblico, nel tentativo di ritrovare le parole in uno spazio condiviso. Il nostro, tra noi, con gli altri. Di questa urgenza, di questo desiderio si sono fatte/i interpreti numerosi interventi, di donne e di uomini, pubblicati su quotidiani e settimanali, nello spazio del sito DeA (www.donnealtri.it), in due incontri alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, uno con le donne della rivista Via Dogana, l’altro promosso da Leggendaria e DeA, con “Genere e Generazioni”, la Casa stessa e il Master di Politiche dell’incontro dell’Università di RomaTre.
Al centro del confronto la “catastrofe simbolica” rappresentata dalla presenza di alcune donne tra i soldati statunitensi che torturano i detenuti. Il valore iconico, potente e irreversibile, che le immagini che raffigurano “Il prigioniero e l’aguzzina” assumono nel catalogo di questa tarda postmodernità che è il nostro presente. Il “danno” da registrare, comunque, “dopo la caduta”. Nulla sarà più come prima, ha scritto Ida Dominijanni, evidenziando il devastante corto circuito tra immaginario e realtà di cui quelle foto, che hanno anche l’effetto di sdoganare definitivamente le rappresentazioni sado-maso al di là del consumo di pornografia, sono testimonianza. Nell’immaginario delle relazioni tra donne e uomini, nella rivendicazione di una pretesa qualità salvifica della civiltà del femminile. Nella valutazione degli effetti imprevisti dell’emancipazione ma anche nell’affermazione della libertà femminile. Nel gioco evidentemente ancora tutto aperto tra differenza e uguaglianza, che ha prodotto una generazione di giovani donne androgine che si articola e si posiziona non più sull’identità sessuale ma sul binomio inclusione/esclusione: dal primo mondo, dalla ricchezza, dal potere. Le notizie su Abu Ghraib, ma anche sulle carceri “per terroristi” in Afghanistan e a Guantanamo, continuano ad essere al centro del dibattito sulla stampa degli Stati Uniti. Nei nostri giornali sono finite in cronaca, tranne l’insistenza del Papa sull’argomento o i blandi richiami nei vertici dei Grandi. Ben che vada, si dà conto delle inchieste, i processi, i rapporti con nuove rivelazioni. Ma senza più commenti, senza più dibattito. Come se davvero su questa vicenda tutto il dicibile fosse già stato detto, come una parentesi su cui, con la complicità più o meno esplicita dell’establishment della Politica, si possa stendere un velo, magari pietoso. E non invece, come noi crediamo, uno degli eventi chiave per comprendere le dinamiche profonde del mondo globalizzato che si trova a fare i conti con guerre e terrorismo, che entrambi si propongono come “infiniti”. Troverete dunque nel nostro Tema 15 contributi alla discussione, che rilanciamo a tutte e a tutti. Vi chiediamo di contribuire per fare in modo che questo numero di Leggendaria, frutto del lavoro congiunto, insolitamente rapido e certo appassionato nostro e delle amiche e degli amici di DeA, abbia la massima circolazione e allarghi a spirale la riflessione e il confronto.
[Nella seconda parte della rivista troverete tutto ciò che vi serve per trascorre un’estate libridinosa. Approfittatene! Il numero speciale sulle “Italiane d’America”, che vi avevamo annunciato nello scorso numero, uscirà a settembre. Sarà, ovviamente, da non perdere. Buona lettura.]



LA QUESTIONE/TORTURE
Alla prova della realtà

di Anna Maria Crispino

Le foto delle torture nel carcere di Abu Ghraib e la realtà che raccontano – e il come di questo racconto, su cui insistono alcuni degli interventi che pubblichiamo – sono un evento di tale forza emotiva, politica e simbolica che lo sforzo che facciamo con questo numero di Leggendaria non può che essere un passaggio di una riflessione che deve continuare. Perché non a caso qualcuno ha parlato di “catastrofe simbolica”, senza temere l’iperbole: il fatto che a quelle torture abbiano attivamente partecipato delle giovani donne e il modo in cui ne siamo venute/i a conoscenza suppongono una “prova di realtà” cui non possiamo sfuggire. Una prova che non riguarda solo noi, ovviamente, ma è a noi che tocca riordinare gli elementi a partire dal nostro specifico punto di vista, quel posizionamento che ha fatto della differenza un valore e della pratica delle libertà femminile un progetto in continuo divenire che non ha punti di approdo che possiamo dare per scontati una volta per tutte. Come ha scritto, con la consueta efficacia, Ida Dominijanni (Video per video, il manifesto, 22 giugno 2004): <<Ci siamo dunque dentro tutti, occidentali e arabi, stati laici (cosiddetti) e terroristi fondamentalisti. Globalizzazione del ritorno a prima del diritto, regressione a un mondo pregiuridico. C’è in quello che sta accadendo, a dispetto della sequenza apparente di effetti speciali, una matematica esattezza del processo di smontaggio dell’architettura politica moderna. Crolla lo stato, tornano la guerra illegale, i pirati, i mercenari, i martiri (cyborg e d’ora in poi telecomandati); crolla il diritto, torna la vendetta. Ma tutto questo ritorno di pre accade in forma di post. Infatti, accade tutto in video, anzi: per video. Si uccide, si bombarda, si decapita, si cattura, si sequestra, si tortura per mandare in circolo foto e filmati. La visibilità, scopo e conferma del fare, dell’accadere e dell’essere. Il virtuale a garanzia del reale. Un bel paradosso apocalittico>>. Se è così, e io credo che sia così, una domanda centrale ce la suggerisce Judith Butler in Vite precarie, quando afferma che per poter riflettere sulle forme dominanti di rappresentazione – delle ragioni della guerra, la sua inevitabilità, la sua natura preventiva e infinita, insomma del nostro presente – occorre fare i conti con <<i confini che delimitano la sfera pubblica e con ciò che in essa sarà visibile o meno >>, cioè su <<i limiti di un campo di visibilità riconosciuto pubblicamente>>. Butler insiste molto su questo punto, partendo dalla sua specifica collocazione, come intellettuale e femminista. E ricorda che negli Stati Uniti - ma è un dato che per estensione, anche se in maniera e gradi diversi, riguarda tutto l’Occidente - è estremamente difficile, dopo la forza dell’aggressione subita negli attentati alle Twin Tower e al Pentagono l’enorme ferita narcisistica che questo ha rappresentato, ragionare e discutere sulle cause del terrorismo. L’affermazione “non c’è nessuna giustificazione per l’11 settembre” – dice – << è diventata un mezzo di annullamento del dibattito pubblico che si ponga in modo serio il problema del ruolo della politica estera statunitense e di come essa abbia contribuito a creare un mondo in cui tali atti di terrore sono possibili>>. Butler racconta della quasi impossibilità per gli intellettuali americani di sottrarsi al secco binarismo del “o con noi o con i terroristi” senza essere considerati simpatizzanti del terrorismo o giustificazionisti. <<Non c’è preistoria dell’11 settembre che abbia importanza, in quanto raccontare la storia in modo differente, chiedendosi come si sia arrivati a questo, implicherebbe sollevare la questione delle azioni compiute, cosa che porterebbe inevitabilmente con sé la paura di un’ambiguità morale. La storia quindi deve cominciare con l’esperienza della violenza subita, per poter condannare tali atti come imperdonabili, aberranti, per potere sostenere la struttura affettiva nella quale ci troviamo sia come vittime (dell’11 settembre, ndr) che come militanti di una giusta causa: lo sradicamento del terrorismo>>.Ma se l’egemonia del pensiero “anti-intellettualistico” (la definizione è ancora di Butler ma richiama uno dei tratti costitutivi della cultura politica americana) negli StatiUniti post-11 settembre è un dispositivo a maglie così strette, come sono potute venir fuori le foto di Abu Ghraib? O ancora, come è stato possibile che la Corte Suprema degli Stati Uniti, il 30 giugno (giorno in cui scrivo) abbia potuto emanare una sentenza che, di fatto, smonta uno dei pilastri della dottrina Bush, affermando che i detenuti di Guantanamo e gli altri “combattenti nemici” che sono nelle carceri, molte delle quali segrete, negli Usa, in Iraq, in Afhganistan e in altri paesi del mondo (comprese, pari delle navi in acque extraterritoriali) devono godere dei cosiddetti “diritti alla difesa”? Impossibile escludere dalla “scena visibile pubblica” una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ma la cosa più stupefacente è che è altrettanto visibile, su quella stessa scena pubblica, che l’amministrazione Bush e il Pentagono sono stati presi del tutto alla sprovvista: non avevano previsto questa ipotesi. Come, evidentemente, non avevano previsto il dopo occupazione in Iraq, né tantomeno la “catastrofe d’immagine” che avrebbero costituito le foto di Abu Ghraib. Tanto che il segretario alla difesa Donald Rumsfeld ha vietato la pubblicazione di altre centinaia di foto e video in possesso del Pentagono. Ma intanto è accaduto: soldati di quella America che orgogliosamente si identifica con il Bene, che si fa campione della democrazia nel mondo, che ritiene giusto e legittimo esportarla, quella democrazia, con la guerra, hanno infierito su detenuti indifesi, nudi, umiliati, incappucciati. E, pare, si sono divertiti nel farlo. Non abbiamo foto sul trattamento riservato ai detenuti di Guantanamo, o in Afghanistan. Ma come si può pensare che sia (stato) diverso? Basterà la teoria delle “mele marce” a salvare l’onore dell’America di George W. Bush? No, non basterà. Ma, c’è ancora da chiedersi, è davvero questo onore che l’America di George W. Bush vuole difendere? Nell’epopea western che tanta parte ha avuto nella costruzione dell’immaginario di una nazione nata da, ma anche contro, quell’Europa aristocratica e intrinsecamente classista da cui venivano i Padri Fondatori (come ricorda Mark Leonard sull’inserto weekend del Financial Times del 27 giugno) il motto dello sceriffo era “Io sono la legge”: massime virtù dell’eroe western del loro (e nostro) immaginario, sono sparare prima dell’avversario, riuscire ad inseguire la preda senza mollare, vendicare i torti subiti, ad ogni costo e con ogni mezzo. E se fosse di questo tipo l’onore perduto che George W. Bush e i suoi più stretti collaboratori “neocons” vogliono rivendicare? Un’idea e una pratica di democrazia pre-novecentesca, precedente cioè alla lenta, faticosa, complicata e costosa edificazione della democrazia come primato della politica sulla forza, della legge sul violenza, della legittimità del potere sull’arbitrio della potenza? Se questi interrogativi non sono del tutto infondati, va sottolineato quello che Kenneth Kusmer mette in evidenza in un passaggio del suo contributo nelle pagine che seguono: i commentatori radiofonici della destra conservatrici, che hanno quasi il monopolio dei dibattiti via etere, commentando le foto di Abu Ghraib, hanno sostenuto una versione più “popolare” della teoria delle “mele marce” – che almeno implica un giudizio di riprovazione – cioè che si tratta di episodi simili alle goliardate dei giovani dei college, i quali /le quali, in situazione di stress, avevano bisogno di uno sfogo. Come non giustificare quei “bravi ragazzi?”.Un’argomentazione che pesca a piene mani nell’immaginario dell’America profonda e che offre una via d’uscita al senso di colpa collettivo per l’accaduto. Se Susan Sontag sostiene che l’unico paragone possibile per quelle foto sono, non le riprese dei torturatori nazisti ma le immagini dei linciaggi e delle impiccagioni dei Neri nel profondo Sud della prima metà del Novecento (What Have We Done?, The Guardian, 24 maggio 2004) è perché non è solo ai torturati che bisogna guardare ma agli aguzzini: atteggiamenti, sorrisi, gesti di soddisfazione e di vittoria indicano che, come i bravi uomini di chiesa che impiccavano i neri, Lynndie e i suoi compagni si sentivano pienamente giustificati. Anzi, nel giusto. C’erano i cappucci, certo, ma avrebbero potuto anche non esserci, tale è la disumanizzazione, la reificazione del “nemico” che traspare da quelle immagini. Tuttavia, anche in questo contesto, la domanda quoque tu, Lynndie pesa come un macigno. Perché ci dice che la logica del “corpo” (militare, in questo caso) cancella i corpi, e quindi la singolare differenza incarnata. E’ un esito perverso dell’emancipazione, come in molti e molte sostengono, oppure anche un portato della libertà femminile che non contiene, non necessariamente né in modo lineare, un ordine di civiltà altra? Avevamo cominciato a chiedercelo quando sono comparse in scena le prime kamikaze. Dovremo continuare a chiedercelo, credo, ostinatamente. O avere il coraggio di riformulare le domande. Gli strumenti non ci mancano.

(Judith Butler, "Vite precarie. Contro l’uso della violenza in risposta al lutto collettivo". Meltemi, 2004, 190 pagine, 15 euro )



Gli articoli su "Leggendaria" sul tema: torture

La questione: Alla prova della realtà
di Anna Maria Crispino

Un’attrazione pericolosa
di Bia Sarasini

L’ordine di corpo non conosce differenza
di Marco Bascetta

Teatro di crudeltà
di Kenneth Kusmer

Dal burqua al cappuccio
di Lanfranco Caminiti

Sotto un cielo vuoto
di Mariella Gramaglia

Leyla, finalmente libera
di Maurizia Costabile

Non bastano le parole
di Monica Luongo

L’afasia di una politica senz’anima
di Letizia Paolozzi

Nude, come dopo la caduta
di Franca Chiaromonte

Il porno sdoganato
di Roberta Tatafiore

E se Lynndie fosse la sorella di Shakespeare?
di Gabriella Bonacchi

La Pasqua, l’orrore, la liberazione
di Alberto Leiss

Se il mostro è donna
di Anna D’Elia

Chi può narrare la tortura?
di Francesca Koch

Quando le regole non valgono più
di Elena Montecchi



(dal "manifesto" del 20 luglio 2004)
POLITICA O QUASI
Abu Ghraib, prova di realtà
di IDA DOMINIJANNI

Non c'è più estraneità femminile rispetto alla guerra: se avesse un senso filtrare qualche sedimento positivo dal panorama devastato del dopo 11 settembre, questo sarebbe uno. Ancora all'inizio degli anni 90, durante la guerra del Golfo, e poi di nuovo durante la guerra in Kosovo, la rivendicazione dell'innocenza delle donne - storica o «naturale» che fosse - rispetto al mestiere maschile delle armi finiva con l'assumere, nel dibattito femminista, una funzione di schermo: esentava dalla presa di parola, dalla responsabilità, dall'azione politica. Già allora in verità lo schema non teneva: c'era Melissa nel deserto iracheno, la marine spaccata in due, mezza soldatessa emancipata mezza femmina stuprata, a dire di un coinvolgimento volente o nolente della donna, e del gioco della differenza sessuale, sul campo. Ma poi sono arrivate le altre: Condoleeza Rice a dirigere le operazioni, e Lyndie England a eseguire sevizie e torture divertendosi allegramente. Tirarsi da parte non si può più: sono donne. Forse degli imprevisti, ma non certo dei meri incidenti, sulla strada della libertà femminile. E l'imprevisto, insegna Hannah Arendt, è ciò che apre la storia e il pensiero. Qualcosa va ripensato, nella piena del mutamento del presente. Come scrive Lia Cigarini sull'ultimo numero di Via Dogana, collocato fra 11 settembre 2001 e 11 marzo 2004: «Ora veramente la cosa della guerra ci tira per i capelli fuori dalle collocazioni che ci siamo date. Impossibile rifugiarsi nell'estraneità». E come scrive Anna Maria Crispino sull'ultimo numero di Leggendaria, dedicato alla sinistra vicenda della tortura nel carcere di Abu Ghraib: «Il fatto che a quelle torture abbiano attivamente partecipato delle giovani donne e il modo in cui ne siamo venute a conoscenza suppongono una prova di realtà cui non possiamo sfuggire». Crispino prova a riordinare le questioni sulla base di una domanda circolata anche in alcuni incontri dei mesi scorsi alla Casa internazionale delle donne di Roma, nonché su queste stesse pagine: Lyndie England «è un esito perverso dell'emancipazione, o anche un portato della libertà femminile che non contiene, non necessariamente né in modo lineare, un ordine di civiltà altra?». Le risposte di Leggendaria sono svariate, ma tutte accurate e da meditare. Bia Sarasini parla della «banalità del male in forma di donna» che emerge nello shifting dall'immaginario della forza femminile stile Kill Bill alla realtà della soldatessa sadica ventunenne del West Virginia. Kenneth Kusmer individua nella saga di Abu Ghraib alcuni elementi sintomatici degli Usa di oggi e dell'Occidente di sempre, come la perversione sessuale innestata sulla violenza razziale, antico marchio del colonialismo, e una certa eroticizzazione in chiave sadomaso della cultura americana, recente marchio dell'America sessuofobica degli anni `90, sul quale torna in altra chiave Roberta Tatafiore. Mariella Gramaglia lavora sul tratto androgino che accomuna i e le ventenni di oggi da New York a Roma a Teheran, dal comportamento fallico di Lyndie England alle giovani teste rasate, maschili e femminili, delle nostre periferie, tratto tuttavia fratturato al suo interno da linee di classe sempre più implacabili. Anna D'Elia conta i danni dell'effetto Abu Ghraib: demonizzazione della parità fra uomini e donne che porta a par orrori di uomini e donne, demonizzazione della scommessa sulla differenza che ne esce smentita, affossamento del multiculturalismo, strada spianata alla prossima guerra preventiva contro il femminismo dopo quella contro il terrorismo. Letizia Paolozzi interroga l'afasia maschile di fronte a quelle foto, Gabriella Bonacchi e Alberto Leiss le confrontano con altre sintomatiche immagini pescate nella miniera cinematografica dell'inconscio collettivo.
La strategia, o le strategie femministe non ne escono intatte. Ma neanche azzerate. Acutamente Marco Bascetta vede nel gesto di obbedienza al corpo militare della torturatrice l'esatto contrario del gesto di diserzione dal corpo militante operato dal femminismo negli anni 70. E Lia Cigarini - torno a Via Dogana - individua in Lyndie England non una deriva imprevista della libertà femminile, bensì la traccia di un'antica contraddizione, fra il progetto della libertà femminile e la permanenza del tratto fallico della sessualità di donne non libere, che si mettono al servizio del simbolico maschile. Resta che Lyndie England e Condoleeza Rice non bastano ad azzerare alcuni guadagni della pratica politica delle donne, come argomentano su Via Dogana con toni segnati dal dolore del presente, Marina Terragni, Ana Maneru Mendez, Luisa Cavaliere. Tornare alla pratica dell'inconscio, dice Terragni, ci aiuterebbe a capire che cosa corre in noi sotto questi cieli di guerra. Inconsciamente appunto, Mariella Gramaglia ci prova su Leggendaria. Racconta di come le capitò di vedere per la prima volta, a 10 anni, un nudo di uomo, in una mostra sui campi di sterminio nazisti, «un corto circuito emotivo indimenticabile per l'intera vita», monito a non dimenticare che, «se si spezza il legame fra esporsi ed essere accolti, qualcosa di atroce può essere in agguato»: il salto del confine fra l'umano e l'inumano, direbbe Judith Butler.








>l'appuntamento

Oggi, giovedì 22 luglio, il tema delle torture in Iraq e della presenza femminile sarà affrontato alla festa nazionale delle donne dei Ds a Livorno, alle ore 18,30. Partecipano Bia Sarasini, Letizia Paolozzi e Alberto Leiss.

Alla prova della realtà
di A: M. Crispino

Il sommario degli articoli

Il dibattito su DeA

Abu Ghraib, prova di realtà
di Ida Dominijanni