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25 gennaio 2004
Il femminile secondo Touraine
Vi ricordate del XX secolo? La rivoluzione proletaria, i totalitarismi, le promesse democratiche, poi l’idea dello sviluppo sociale legato al progresso scientifico?
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7 gennaio 2004
I 50 anni nel Pci di Macaluso
Generazioni (maschili) a confronto

Una “lettura intellettualmente più onesta dell’esperienza di più generazioni di comunisti italiani”.
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30 dicembre 2003
La riduzione della politica a guerra
nel nuovo libro di Ingrao
A che punto è pervenuta la scienza dell’uccidere, la dottrina della guerra?

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21 dicembre 2003
Il paradosso della Francia laica
Non vieta l'oppressione ma il suo simbolo
La Francia è divisa, dall’inizio dell’anno, intorno alla questione di una legge che vieti d’indossare i simboli religiosi nelle scuole.
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11 dicembre 2003
Perché Amorfu' non vada al macero
Permettetemi un ricordo personale. Correva l’anno 1963, stavo preparando un film-inchiesta col regista Raffaele Andreassi, “Mondo cane all’italiana”

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26 novembre 2003
Le brave ragazze vanno in paradiso
le cattive dappertutto (in tre film)

Uma Thurman ha gli occhi blu sgranati dalla ferocia (Kill Bill – Vol.1); Jun Ichikawa non muove un muscolo del viso pallido (Cantando dietro i paraventi); Nicole Kidman è tutta un sorriso di ringraziamento verso i suoi protettori (Dogville)
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12 novembre 2003
Così arrivò la fame in diretta
Addio a Pappalardo. Walter Nudo ce l’ha fatta, a eliminare il rivale ingombrante, il maschio alfa che gli ha fatto la guerra da quando è arrivato all’”Isola dei famosi”.
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23 ottobre 2003
Con o senza velo ma non per legge
Il velo è un’offesa alla dignità personale perché stabilisce l’equazione tra donna e oppressione. Lo statuto delle donne che vige in gran parte dei paesi islamici (sistema giudiziario, tradizioni, religione e polizia religiosa, signori della guerra, signori ex tagliagole che dovrebbero assicurare la pace, fondamentalismi, applicazione della sharìa) inchioda l’essere sessuato femminile a un’immagine di donna schiavizzata
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8 ottobre 2003
Storie di PotOp: non solo derive “militari“ ma anche buone ragioni sociali
E’ evidente che il libro di Aldo Grandi “La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio", costruito attraverso testimonianze (mi pare più di sessanta) e documenti , non poteva che scontentare molti dei protagonisti di quel movimento
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26 settembre 2003
Tramonto violento del tifoso
Ecco, finalmente è accaduto. La guerra tra tifoserie, lo scontro con le forze dell'ordine ha conquistato il posto cui ambisce da sempre: il campo di "gioco"
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15 settembre 2003
Distruzioni. Decostruzioni. Creazioni
Mentre c’era la guerra in Iraq mia madre non è stata bene, e per qualche momento ho temuto per la sua vita.
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7 agosto 2003
"Vita" di Mazzucco: un secolo di storia italiana
negli archivi di Long Island

"Vita", il romanzo con cui Melania Mazzucco ha vinto quest’anno il premio Strega, è il quarto romanzo di questa autrice giovanissima
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20 luglio 2003
Felicità, percorsi del paradosso
Dal 10 al 13 luglio scorso a Trevignano si è parlato di felicità. Lo ha fatto il gruppo di donne che ha partecipato al IV seminario residenziale organizzato dalla SIL (Società italiana delle letterate)
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9 luglio 2003
Perché la figlia deve separarsi dalla madre
Con il femminismo avevamo fatto spazio, dentro di noi, a una figura materna attrattiva, ambigua, molto più complessa e misteriosa della figura che ci aveva consegnato fino a quel momento la storia. Così, per anni, abbiamo discusso di maternità reale e di maternità simbolica e, per costruirci una genealogia, siamo andate “alla ricerca dei giardini delle nostre madri” (come scrive Alice Walker)

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4 luglio 2003
Manuela Dviri una israeliana contro la guerra
Verrebbe da dire Manuela Dviri è una donna straordinaria. Non sarebbe giusto. Non sarebbe rispettoso delle scelte, della scelta che questa cittadina israeliana ha compiuto dopo l'uccisione di suo figlio, Joni, a opera di un razzo sparato dagli hezbollah in territorio libanese.
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22 giugno 2003
Il femminismo nascosto dalla “meglio gioventù
“Bellissimo, commovente, ma manca il movimento femminista”, mi dice un’amica con cui ho condiviso, appunto, il femminismo. E’ appena finita la prima parte di La meglio gioventù, il film per la Tv con cui Marco Tullio Giordana si è guadagnato accoglienze trionfali nella sezione del Festival di Cannes Un certaine regard
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2 giugno 2003
Islam, italian style
In “Islam italiano”, nuovo saggio di Stefano Allievi dedicato alla presenza islamica in Italia, non si legge
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24 maggio 2003
Nawal al Sa'dawi, icona del femminismo arabo
L’icona del femminismo arabo ha un bel viso scuro e una capigliatura candida. Nawal al Sa’dawi
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15 maggio 2003
Monica Incisa. Grande artista del sottotono
Achille Campanile diceva, “non è detto che un umorista contemporaneo faccia ridere i posteri e viceversa”.
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1 maggio 2003
Sars, i falsi allarmi dell'informazione
Tra la fine dei bombardamenti in Iraq e la condanna di Cesare Previti, i nostri media si sono occupati della Sars, la polmonite atipica
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> 21 febbraio 2004


Sul velo una laicità troppo "ostentata"

Questo articolo esce sul numero speciale (43) di "Leggendaria", dal titolo "Lo stato dell'arte", che sarà discusso nel seminario sui femminismi alla Casa internazionale delle donne di Roma il 6 e 7 marzo.

Ho un mucchio di esitazioni quanto al progetto francese di “legge sulla laicità“. Il mero divieto, penso io, è segno di impotenza. D’altronde, laicità e scelta individuale; integrazione e discriminazione; oppressione e emancipazione sono temi da trattare con cura. Se poi il divieto di simboli legati all’appartenenza confessionale, si appunta sul velo islamico e quindi sulle ragazze che lo indossano (nelle scuole non universitarie) la questione si complica ancora.
Si complica con la triade Liberté, egalité, sexualité, nuovo mal francese che agita la République. Dal momento, però, che tra i tanti a sostenere la necessità di una legge trovo l’amica Wassyla Tamzali e il direttore di Radio radicale, Massimo Bordin, un faro del giornalismo liberamente e civilmente fazioso, prenderò sul serio le loro ragioni.
Senza farmi scudo – sarebbe disonesto da parte mia - del “dispiacere“ o della “delusione“ di alcuni membri della commissione Stasi i quali hanno lamentato pubblicamente che la loro fatica (il rapporto) sia stata “strumentalizzata“ (così René Rémond). Nemmeno amplificherò l’evento, perlomeno curioso, che la Commissione, dopo aver ascoltato questo mondo e quell’altro (dall’Unione dei buddisti di Francia alla Federazione protestante di Francia, ai rappresentanti del Grande Oriente, agli specialisti della cultura hip-hop ecc. ecc.), si sia decisa a incontrare una sola giovane musulmana velata.
C’è una prima questione che salta agli occhi: il ruolo della scuola. Concordo con le ragioni di principio di chi la considera luogo di neutralità. Ma, aggiungo subito dopo, credo che debba trattarsi di una neutralità attiva. Per insegnare una pedagogia del vivere insieme e dunque per produrre valori comuni, legami sociali.
Per 40 anni lo sforzo francese è stato quello di integrare una popolazione (ora di quattro milioni) uscita da una storia coloniale. Ma l’integrazione è in crisi. Con le diseguaglianza scolastiche diventate stridenti mentre la disoccupazione colpisce quattro volte di più i giovani di origine araba. Si accumulano cifre impressionanti a testimonianza della “frattura sociale“ tra cités (i quartieri difficili) e il resto del paese. I figli dell’immigrazione si trasformano in francesi di serie B.
La scuola non è in grado di affrontare una situazione nella quale i ragazzi delle periferie disgraziate si comportano da machi arroganti di fronte alle ragazze terrorizzate. E lasciate da sole a sbrogliarsela. I professori non sanno che fare. La legge sulla laicità gli toglie un grande peso di dosso. Non dipenderà più da loro decidere la proibizione di hijab e turbanti. Barbe e bandane. Non dipenderà dagli insegnanti l’espulsione di chi simboli “ostensibles“. Anche se non definirei una vittoria il fatto che i portatori di quei simboli vadano a iscriversi alle scuole confessionali.
Eppure, tra integrazione (“La Repubblica conosce solo i francesi“) e interdizione, la legge (voluta da Chirac, ma anche da donne e uomini fermamente democratici, da estimatori dei valori universali come Elisabeth Badinter o Régis Debray) mi da l’impressione di aver puntato sul secondo elemento.
Velo, kippah, croce, a seconda delle “dimensioni manifestamente eccessive“ (che però nessuno sa indicare al momento quali siano), verranno giudicati simboli “ostensibles” (per Chirac) o “visibles“ (aggettivo sul quale intignano i socialisti francesi). Nel frattempo, nuvole nere planano, appunto, su barba e bandana. Guai in vista anche per il turbante dei giovani sikhs.
“Manifestare l’appartenenza religiosa“ non rientra nel campo delle scelte individuali. D’altronde, non fu la laicità in salsa giacobina ad affermarsi (con la legge del 1905) a spese della religione cattolica?
Adesso le nuove paure si appuntano sul relativismo culturale, sull’insorgere del comunitarismo. La caccia alle inquietudini identitarie è cominciata. Ne deduco che le e gli adolescenti dovranno forzosamente spogliarsi, entrando a scuola, della loro origine, ambiente famigliare, relazioni, abitudini, mode. Si offende qualcuno se definisco questa, una laicità autoritaria?
Noi vogliamo proteggere le ragazze, ha replicato il presidente Chirac.
Salvo che tutto si appunta sull’ossessione del velo. Dopo l’11 settembre 2001 è cresciuta l’islamofobia. Dall’altra parte, ci pensano gli integralisti ad alimentare il fuoco. Con l’accusa che questa è una legge di stigmatizzazione dell’Islam. Non so se sia giusto dire, come il sociologo Anthony Giddens, che questa legge si fa eco del fondamentalismo che vorrebbe combattere. Certo, alla manifestazione del 17 gennaio, organizzata dal Partito dei musulmani di Francia (modestissimo gruppo “radicale”), il servizio d’ordine ha impedito alle “sorelle“ velate di parlare con i giornalisti. E sono circolati slogan antisemiti.
Torniamo al velo. Che evidentemente non è soltanto un triangolo di stoffa. Per la femminista Wassyla Tamzali, il velo sottolinea la sottomissione del sesso femminile in quanto espressione del patriarcato e della sua volontà di inferiorizzare la donna. Vero. Ma una cosa è portarlo a Parigi, altra cosa a Ryad. Naturalmente, il grado di civiltà di una società si misura dal posto che vi occupano le donne. Bisognerebbe però riflettere sulle parole di una ginecologa cairota, amica di Emma Bonino: “Il velo mi copre la testa, mica mi ostruisce il cervello“.
E poi, nelle società musulmane, il velo ha significati più complicati (dalla seduzione alla difesa contro un maschile violento) di quello unico e negativo che gli attribuiscono le società occidentali.
Incalza il gruppo Ni putes ni soumises: in Francia le ragazze maghrebine sono strette tra una società che le esclude e una famiglia che tende a riappropriarsi di loro. Il velo come esclusione dalla piscina comunale perché “ le donne devono restare coperte“. Tuttavia, ci saranno anche dei casi nei quali il velo è un gesto di ribellione nei confronti della famiglia. Una rivendicazione di dignità. Un incontro religioso, elemento importante per tante adolescenti.
Macché, ribattono i difensori della legge. Sono le famiglie, la religione, l’Islam a manipolare le adolescenti. Tuttavia, hanno osservato i filosofi Monique Canto-Sperber e Paul Ricoeur in un intervento su Le Monde “ le persone non si emancipano contro la loro volontà chiedendogli di rinunciare a quanto hanno liberamente scelto. Se la scuola ha una missione è quella di far valere il senso dell’eguaglianza e dare un’occasione concreta di libertà“.
La legge non sarebbe, per Francis Fukuyama “una sorta di integrazione forzata“. Io a questo genere di integrazione, credo poco. Resto convinta che, in questo, come forse in altri casi, “vincere” significa davvero convincere. Magari togliendo senso, riducendo i significati di quel pezzo di stoffa, “secolarizzandolo” invece di conferirgliene, se possibile, qualcuno in più.
In conclusione, un dato mi appare positivo. Il dibattito intenso e appassionato suscitato dalla commissione diretta da Bernard Stasi. La scoperta (amara) che l’integrazione è en panne e che bisogna correre ai ripari. Nel suo senso migliore, “l’eccezione francese“ è anche questo.

Letizia Paolozzi







> da consultare

- opinioni sulla legge francese