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9 luglio 2003
Perché la figlia deve separarsi dalla madre
Con il femminismo avevamo fatto spazio, dentro di noi, a una figura materna attrattiva, ambigua, molto più complessa e misteriosa della figura che ci aveva consegnato fino a quel momento la storia. Così, per anni, abbiamo discusso di maternità reale e di maternità simbolica e, per costruirci una genealogia, siamo andate “alla ricerca dei giardini delle nostre madri” (come scrive Alice Walker)

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4 luglio 2003
Manuela Dviri una israeliana contro la guerra
Verrebbe da dire Manuela Dviri è una donna straordinaria. Non sarebbe giusto. Non sarebbe rispettoso delle scelte, della scelta che questa cittadina israeliana ha compiuto dopo l'uccisione di suo figlio, Joni, a opera di un razzo sparato dagli hezbollah in territorio libanese.
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22 giugno 2003
Il femminismo nascosto dalla “meglio gioventù
“Bellissimo, commovente, ma manca il movimento femminista”, mi dice un’amica con cui ho condiviso, appunto, il femminismo. E’ appena finita la prima parte di La meglio gioventù, il film per la Tv con cui Marco Tullio Giordana si è guadagnato accoglienze trionfali nella sezione del Festival di Cannes Un certaine regard
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2 giugno 2003
Islam, italian style
In “Islam italiano”, nuovo saggio di Stefano Allievi dedicato alla presenza islamica in Italia, non si legge
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24 maggio 2003
Nawal al Sa'dawi, icona del femminismo arabo
L’icona del femminismo arabo ha un bel viso scuro e una capigliatura candida. Nawal al Sa’dawi
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15 maggio 2003
Monica Incisa. Grande artista del sottotono
Achille Campanile diceva, “non è detto che un umorista contemporaneo faccia ridere i posteri e viceversa”.
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1 maggio 2003
Sars, i falsi allarmi dell'informazione
Tra la fine dei bombardamenti in Iraq e la condanna di Cesare Previti, i nostri media si sono occupati della Sars, la polmonite atipica
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> 20 luglio 2003


Felicità, percorsi del paradosso

Dal 10 al 13 luglio scorso a Trevignano si è parlato di felicità. Lo ha fatto il gruppo di donne che ha partecipato al IV seminario residenziale organizzato dalla SIL (Società italiana delle letterate) e coordinato da Paola Bono, Anna Maria Crispino, Donatella Alesi, Giuliana Misserville, Laura Fortini, Monica Luongo.
Il titolo del seminario è stato “Felicità: momenti di essere e trappole del lieto fine”, volendo rimandare ai momenti interiori nei riferimenti degli scritti di Virginia Woolf e anche all’universo della rappresentazione, a come il mondo continua a disegnare certi modelli di felicità femminile. Tra i molti temi toccati nell’esplorazione dei percorsi possibili in cui ognuna intende e vive la felicità – e lasciando la letteratura e la scrittura femminili a fare da fil rouge – la politica, la filosofia, la psicoanalisi, il cinema e la musica; tra le ospiti, Manuela Fraire, Luisa Muraro, Nadia Setti, Fulvia De Luise, Bia Sarasini, Maria Clelia Cardona

Quello che segue è il testo preparato per l'occasione da Monica Luongo

La prima donna grazie a cui mi sono chiesta quale fosse il prezzo da pagare per vivere la felicità si chiamava Helga. Non l’ho conosciuta, lei era stata giovane durante la seconda guerra mondiale e io non ero ancora nata. Delle vicende di Helga mi arrivò però una precisa ricostruzione per mano di zia Vittoria, giunonica cugina di mia nonna, che mi consentiva di accedere ai suoi ricordi mentre era ai fornelli e io bambina, in visita. La storia era nota a tutta la famiglia, e così fragorosa che a distanza di anni ancora se ne discuteva animatamente: Gregorio, marito della zia, era partito per la guerra senza fare ritorno. Pianto come morto aveva consegnato a Vittoria il ruolo di giovane vedova che doveva crescere due figli ancora piccoli. E così era stato per lunghi anni fino a quando lui, eroe dalle mille peripezie era tornato a casa, a Napoli. Le lacrime e i racconti epici non erano mancati: peccato che l’inconscio fa le pentole ma non i coperchi. Fu così che dopo qualche mese lo zio cominciò a parlare nel sonno, invocando – eccola che arriva – Helga. Alla moglie non restò che sollevare l’ormai consunto velo della verità: lo zio Gregorio si era fermato in Svizzera, salvato da una amorevole valligiana con cui aveva vissuto il tempo della contemporanea vedovanza, il suo fronte solo un orizzonte ricco di mucche al pascolo.
Zia Vittoria aveva urlato e pianto, ma suo marito alla fine era rimasto a casa: e che altro volevi fare? rispondeva mia nonna di fronte alle mie incalzanti perplessità. Ma come si fa a vivere con un uomo che ti ha mentito in questo modo? pensavo io indagando curiosa la vita delle adulte. E intanto sognavo: più del ragù mi attirava in quella cucina un grande mobile che custodiva centinaia di libri, all’apparenza anonimi perché rivestiti di carta fiorata. Si trattava delle collane dei romanzi di Delly e Liala: l’intero universo fantastico della mia adolescenza. In quelle pagine mettevo insieme la passione divorante per la scrittura, e aprivo la finestra sul mondo dell’amore. Agli aviatori di Liala preferivo gli sceicchi di Delly: tende nel deserto, case fresche nelle oasi, tappeti ricamati e vasche di pesci. E naturalmente il sogno d’amore sempre coronato. Pure, già qualche ombra di dubbio mi colpiva: perché le mie adorate protagoniste attraversavano ogni peripezia prima di arrivare a essere spose felici? E perché lo sceicco di cui sopra regalava loro un bracciale d’oro e pietre preziose, che però – cito testualmente- mordeva sempre le carni delle protagoniste? E soprattutto, perché l’eroina non se ne andava stufa di essere semidrogata da liquori ambrati e si cercava un lavoro?
A tutto questo ancora oggi non ho trovato una risposta, ma me ne sono fatta una ragione. Le storie sentimentali mi appassionano ancora, il loro eterno ripetersi – come accade nel meccanismo delle narrazioni seriali – mi avvince: allo stesso modo delle favole preferite da piccola, da adulta leggo e vedo volentieri la stessa storia, pur sapendo come andrà a finire e la recito come un mantra.
Nelle trame del romanzo sentimentale il prezzo da pagare per raggiungere la felicità è il sale della narrazione. Ho letto e riletto autrici che mi sono care nei mesi precedenti il seminario dedicato alla Felicità e non ho trovato risposte o percorsi che potessero raccontare meglio le riflessioni legate all’interrogativo amletico: ne valeva la pena? Ognuna sa e misura il prezzo della felicità secondo parametri individuali che mutano nel corso della vita e che sposano alternativamente le cause più disparate. Per due fattori determinanti: uno è la sana e robusta costituzione di ognuna a reggere al sacrificio, il secondo è la variabile “altro”, in questo caso il protagonista del romanzo d’amore, di cui mi illudo fino alla fine di conoscere il copione, ma che riesce a sorprendermi sempre, a volte più per le sue azioni imbecilli e vigliacche che per perfidia. Così ho deciso di affidarmi al paradosso, alle storie impossibili, quelle che mettono d’accordo tutti perché raramente accadono, ma che contemporaneamente portano tracce di vita quotidiana da annusare e cavare fuori dalla fantasia, più vicine di quanto generalmente non siamo disposte a credere.
Lo sa bene Aida, cubana di padre cinese, il cui destino è già iscritto nel nome. Devota al culto degli orishas e destinata a salvare la vita di un uomo, è stata scelta da Mayra Montero come protagonista di "Come un tuo messaggero". L’uomo che il fato le ha destinato è Enrico Caruso, cinquantenne stanco e malato che sbarca a Cuba nel 1920 per una serie di concerti. Nel teatro che lo ospita vestito da Radames una bomba lo attende nel corso della rappresentazione. E’ nelle cucine del ristorante vicino che Aida lo vede spuntare come una divinità impolverata, è lì che si voterà all’amore eterno, aiutandolo a fuggire e a nascondersi sull’isola, accudendolo anche nelle pratiche francamente più ributtanti, vivendo dei ricordi e delle promesse che il tenore non manterrà mai, perché una volta fuori pericolo tornerà velocemente a New York. Ad Aida resterà una bambina, che caparbiamente chiamerà Enriqueta. Nel corso della narrazione Aida, timida sartina, sa già cucire il suo destino con le proprie mani: “Lui mi prese la mano e mi chiese cosa volevo fare io. Gli risposi che volevo stare con lui finché non si sentiva guarito e non c’era più pericolo, perché mi ero impegnata a portarlo in un posto sicuro e ora non potevo lasciarlo più solo (…) Alzai il viso e lui mi baciò sugli occhi: ebbi la sensazione che lo sguardo mi si staccasse, due gocce calde mi scivolarono in gola e da lì si affacciarono alle labbra tornando a essere ciò che erano. Aprii gli occhi, non so, forse aprii la bocca. E fu come se mi togliessero un velo, come se vedessi tutto per la prima volta".
Quali potrebbero essere le alternative? Uscire da sé, cambiare vita, fuggire via. Il preventivo di bilancio di ogni esistenza contempla necessariamente anche queste voci: ma per fortuna perdere il proprio utero in un centro commerciale è evento raro. Accade negli Stati Uniti alla povera Rita, seconda in ordine di apparizione, nata dalla penna della giovane Laurie Foos. "Ex utero" è la storia di una perdita – il proprio utero – dell’elaborazione del lutto, e del successivo ritrovamento e dunque della riparazione. A Rita accade di più: lo smarrimento diventa cosa pubblica, la sfortunata proprietaria protagonista e vittima del tv system, dei talk show, delle donne in nero che ogni settimana si ritrovano davanti al negozio di scarpe dove è stato smarrito il prezioso organo. In Rita, che oltre all’utero sta smarrendo se stessa, a crescere sono i sensi di colpa, convinta che la vera causa di quella perdita sia nella punizione per non averlo usato, per non aver ancora avuto figli. Lei sola conosce questa verità, ma quelli che vengono a conoscenza della sciagura hanno reazioni disparate: le coppie si lasciano, altre ritrovano l’intimità, i poliziotti diventano buoni, i cani compassionevoli, persino l’anchorman pieno di scrupoli avrà i suoi ripensamenti e si innamorerà di lei. Una volta ritrovato, l’utero di Rita appare provato: pallido e un po’ ammaccato è stato in questo tempo usato da qualche altra donna. Così la legittima proprietaria ritrova la pace perduta: “Con voce calma Rita comunicò ai ginecologi che aveva deciso di prendere l’utero e di continuare la sua vita. Ora che era stato usato, disse, poteva cominciare a vivere senza sensi di colpa. Non c’era bisogno che glielo rimettessero a posto, continuò. In effetti, ormai "si era abituata a farne a meno”. Il prezzo da pagare per essere dimenticata dal mondo e tornare seppur diversamente a vivere sta nella scelta pratica e simbolica dello sdoppiamento: la donna seduta al volante della sua auto e pronta a partire e l’altra parte di sé, quella che il mondo ha invocato a gran voce perché potesse essere di nuovo riconosciuta come una donna, quell’utero che sta riprendendo colore è il nuovo compagno di viaggio e giace lì, nel sedile accanto, pronto anch’esso a ricominciare.
Scelte ancora più difficili, quelle che portano il corpo in primo piano, a volte scelte totali, pegni pagati al sogno d’amore, bende nere sugli occhi di chi ama. La coppia si trasforma così in un pericolo letale per chi capita sulla sua stessa strada. Accade ad Aloysius Binewski e sua moglie Crystal Lil, i proprietari di un parco di attrazioni in crisi nell’America del dopoguerra. A loro la scrittrice americana Katherine Dunn istilla nella mente – dopo una innocente passeggiata in un roseto – di mettere al mondo figli capaci di guadagnare denaro limitandosi a essere se stessi. Ovvero mostri, fenomeni da baraccone che Lil partorisce dopo cure a base di farmaci che intervengono sul codice genetico. Così l’uomo-pesce Arturo, la nana Olimpia, le gemelle siamesi Elettra e Ifigenia e il piccolo Pulcino danno vita alla saga dell’impietoso "Cuori sgozzati", storia di esistenze spese a far finta di essere normali in un mondo che vive di crudeltà. Gli esseri deformi di Al e Lil pagano il prezzo della felicità dei loro genitori, convinti fino all’ultimo della bontà delle loro scelte, Olimpia – voce narrante – paga con la vita la felicità di Miranda, la figlia “quasi normale”a cui ha sempre nascosto la verità sulle sue origini, chiedendo per sé che venga esaudito solo un ultimo desiderio post mortem: “Togli da quegli scaffali – scrive a Mirando – Arty, pulcino, papà e le gemelle, e tutto ciò che rimane di quelli dei Boccioni, e a quel punto anche di Lily e di me. Apri le scatole di metallo e versa insieme le ceneri di tutti i Binewski nella grande coppa ammaccata che una volta conteneva solo nonno B. Imbullonaci al cofano della tua macchina viaggiante e riportaci sulla strada”.
Infine, volando più alto in questo singhiozzante e poco dotto discorso letterario, cito quale esempio nobile e masochista del tributo alla felicità, quello della totale negazione di essa, della completa rinuncia, persino dei sogni. Lo fa con ardore e determinazione la principessa di Clèves, che dice no per sempre alla passione per il signor di Nemours, anche quando la vedovanza potrebbe restituirle la libertà di andare verso la felicità. La principessa sa che il rischio postumo di sofferenza è altissimo e così vi rinuncia a priori, spigando chiaramente a Nemours il suo pensiero: “Per vanità o per amore tutte le donne sperano di legarsi a voi. (…) vi immaginerei sempre innamorato e amato, e mi ingannerei di rado. In questo caso potei solo scegliere di soffrire; non credo nemmeno che oserei lamentarmi. Si possono fare dei rimproveri a un amante, ma si possono fare a un marito, quando l’unico rimprovero è quello di non essere più innamorato? (…) E’ impossibile passare sopra a ragioni tanto forti: devo restare nello stato in cui sono e ferma nella decisione di non cambiarlo mai”.
Quale pianeta batte moneta meno costosa di questa da barattare con la felicità?

Monica Luongo