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11 dicembre 2003
Perché Amorfu' non vada al macero
Permettetemi un ricordo personale. Correva l’anno 1963, stavo preparando un film-inchiesta col regista Raffaele Andreassi, “Mondo cane all’italiana”

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26 novembre 2003
Le brave ragazze vanno in paradiso
le cattive dappertutto (in tre film)

Uma Thurman ha gli occhi blu sgranati dalla ferocia (Kill Bill – Vol.1); Jun Ichikawa non muove un muscolo del viso pallido (Cantando dietro i paraventi); Nicole Kidman è tutta un sorriso di ringraziamento verso i suoi protettori (Dogville)
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12 novembre 2003
Così arrivò la fame in diretta
Addio a Pappalardo. Walter Nudo ce l’ha fatta, a eliminare il rivale ingombrante, il maschio alfa che gli ha fatto la guerra da quando è arrivato all’”Isola dei famosi”.
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23 ottobre 2003
Con o senza velo ma non per legge
Il velo è un’offesa alla dignità personale perché stabilisce l’equazione tra donna e oppressione. Lo statuto delle donne che vige in gran parte dei paesi islamici (sistema giudiziario, tradizioni, religione e polizia religiosa, signori della guerra, signori ex tagliagole che dovrebbero assicurare la pace, fondamentalismi, applicazione della sharìa) inchioda l’essere sessuato femminile a un’immagine di donna schiavizzata
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8 ottobre 2003
Storie di PotOp: non solo derive “militari“ ma anche buone ragioni sociali
E’ evidente che il libro di Aldo Grandi “La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio", costruito attraverso testimonianze (mi pare più di sessanta) e documenti , non poteva che scontentare molti dei protagonisti di quel movimento
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26 settembre 2003
Tramonto violento del tifoso
Ecco, finalmente è accaduto. La guerra tra tifoserie, lo scontro con le forze dell'ordine ha conquistato il posto cui ambisce da sempre: il campo di "gioco"
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15 settembre 2003
Distruzioni. Decostruzioni. Creazioni
Mentre c’era la guerra in Iraq mia madre non è stata bene, e per qualche momento ho temuto per la sua vita.
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7 agosto 2003
"Vita" di Mazzucco: un secolo di storia italiana
negli archivi di Long Island

"Vita", il romanzo con cui Melania Mazzucco ha vinto quest’anno il premio Strega, è il quarto romanzo di questa autrice giovanissima
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20 luglio 2003
Felicità, percorsi del paradosso
Dal 10 al 13 luglio scorso a Trevignano si è parlato di felicità. Lo ha fatto il gruppo di donne che ha partecipato al IV seminario residenziale organizzato dalla SIL (Società italiana delle letterate)
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9 luglio 2003
Perché la figlia deve separarsi dalla madre
Con il femminismo avevamo fatto spazio, dentro di noi, a una figura materna attrattiva, ambigua, molto più complessa e misteriosa della figura che ci aveva consegnato fino a quel momento la storia. Così, per anni, abbiamo discusso di maternità reale e di maternità simbolica e, per costruirci una genealogia, siamo andate “alla ricerca dei giardini delle nostre madri” (come scrive Alice Walker)

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4 luglio 2003
Manuela Dviri una israeliana contro la guerra
Verrebbe da dire Manuela Dviri è una donna straordinaria. Non sarebbe giusto. Non sarebbe rispettoso delle scelte, della scelta che questa cittadina israeliana ha compiuto dopo l'uccisione di suo figlio, Joni, a opera di un razzo sparato dagli hezbollah in territorio libanese.
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22 giugno 2003
Il femminismo nascosto dalla “meglio gioventù
“Bellissimo, commovente, ma manca il movimento femminista”, mi dice un’amica con cui ho condiviso, appunto, il femminismo. E’ appena finita la prima parte di La meglio gioventù, il film per la Tv con cui Marco Tullio Giordana si è guadagnato accoglienze trionfali nella sezione del Festival di Cannes Un certaine regard
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2 giugno 2003
Islam, italian style
In “Islam italiano”, nuovo saggio di Stefano Allievi dedicato alla presenza islamica in Italia, non si legge
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24 maggio 2003
Nawal al Sa'dawi, icona del femminismo arabo
L’icona del femminismo arabo ha un bel viso scuro e una capigliatura candida. Nawal al Sa’dawi
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15 maggio 2003
Monica Incisa. Grande artista del sottotono
Achille Campanile diceva, “non è detto che un umorista contemporaneo faccia ridere i posteri e viceversa”.
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1 maggio 2003
Sars, i falsi allarmi dell'informazione
Tra la fine dei bombardamenti in Iraq e la condanna di Cesare Previti, i nostri media si sono occupati della Sars, la polmonite atipica
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> 21 dicembre 2003


Il paradosso della Francia laica
Non vieta l'oppressione ma il suo simbolo

La Francia è divisa, dall’inizio dell’anno, intorno alla questione di una legge che vieti d’indossare i simboli religiosi nelle scuole.
La legge Jospin del 1989 aveva decretato la libertà di espressione; il Consiglio di Stato aveva optato per un atteggiamento di tolleranza verso i simboli religiosi quando non perturbatori dell’ordine pubblico; nel 1994, la circolare Bayrou aveva precisato il rifiuto dei segni religiosi ostentati e lasciava l’ultima parola ai presidi e agli insegnanti, caso per caso.
Rispetto all’inasprirsi dei toni comunitari e fondamentalisti, le basi giuridiche della laicità mostrano tutta la loro fragilità. A fronte della realtà, in cui i fatti di cronaca si mescolano dal più tragico al più ridicolo, è partita l’eterea discussione sulla laicità, il cui fondamento, inscritto all’articolo 2 della Costituzione, è nato dalla separazione tra Chiesa e Stato, stabilita da una legge del 1905. Chirac ha chiesto che la questione fosse studiata da una Commissione di saggi costituitasi a luglio, con un duplice intento, dietro il quale si legge l’imbarazzo di un terzo-mondismo devoto e colpevolizzante: precisare le regole del funzionamento dei servizi pubblici e delle imprese e garantire a ciascuno la libertà e l’uguaglianza indipendentemente dalle origini, dalla religione e soprattutto dal sesso.
Si schierano a favore di una legge contro il velo la maggioranza del governo, Elisabeth Badinter, le psicoanaliste Julia Kristeva e Elisabeth Roudinesco, Gisèle Halimi, la presidente di Choisir-la Cause des femmes e l’associazione Ni putes ni soumises, che denuncia il velo come simbolo d’oppressione. “E il solo modo per sconfiggere gli integralismi religiosi che conquistano terreno, in nome delle libertà individuali, della tolleranza e della neutralità” dicono, “La scuola deve essere libera dalle pressioni dei gruppi politico-religiosi”, “Il velo islamico ci rimanda tutte, musulmane e non, ad una intollerabile discriminazione verso le donne” affermano.
Sono contro la legge le Chiese cristiane (cattolica, protestante, ortodossa), i responsabili religiosi musulmani, le associazione SOS Racisme e la Lega dei Diritti dell’uomo, i sindacati CGT e CFTC, i partiti dei verdi e Force Ouvrière, gli intellettuali Étienne Balibar e Françoise Gaspard, i politici da Le Pen a Cohn-Bendit. Il loro principale argomento: “Legiferare su tale tema non fa che inasprire la situazione”, oltre, “Una legge rischia di rafforzare il desiderio di trasgressione, il sentimento identitario e la vittimizzazione”.
Chirac auspica che una legge venga fatta con un discorso solenne trasmesso in diretta televisiva: vietato l’uso di segni manifestanti una appartenenza religiosa e politica nei servizi pubblici e nelle scuole. In una cavillosa distinzione, sono presi di mira croce, velo e kippa, mentre i simboli “discreti” come le medaglie, le piccole croci, le mani di Fatimah o la stella di David, sono autorizzati; viene proposta l’introduzione di due giorni festivi supplementari, Aïd-el-Kebir e Kippour; non si possono rifiutare le cure di un medico perché di diverso sesso.
In questo modo, le donne velate finiranno dritte nelle scuole islamiche all’interno delle quali vivranno una ulteriore ghettizzazione. L’uguaglianza fra i sessi, che non si risolve con una legge sul velo islamico, sembra coprire il problema della difficile convivenza fra il modello assimilazionista francese e l’immigrazione islamica. Qui per fortuna non ci si interroga più sul fondamento della repressione della poligamia o delle mutilazioni del diritto di famiglia islamico, fattori identitari d’appartenenza e giustamente vietati dalla legge di un paese laico e democratico. Qui si vieta non l’oppressione ma il simbolo dell’oppressione con il rischio che questo, per natura fluttuante e mobile, scivoli verso le sue connotazioni peggiori.
Mentre lo Stato laico vieta il velo come simbolo di oppressione c’è già chi ha deciso di disfarsene attraverso un altro percorso, e dice, semplicemente: “io sono contro il velo. Il tanga come il velo impedisce di pensare, perché passi tutto il tempo ad aggiustartelo”.
Nella multiculturalista Gran Bretagna non ci si sognerebbe mai di imporre la laicità dall’alto, posto che questa segua le stesse regole dell’uso… della cintura in automobile. Lo stesso accade negli Stati Uniti dove la libertà di religione è inscritta nel I emendamento della Costituzione, il velo è ammesso e la scelta del sesso del medico dal quale ci si vuol far curare è possibile.
La laicità è il principio di neutralità dello Stato rispetto alle religioni e non il divieto dell’espressione della scelta delle persone.

Veronic Algeri




31 dicembre 2003

Se Dio fa da paravento

Nei giorni di fine d’anno la Francia non smette di interrogarsi su religione, libertà di espressione, etica e discriminazione, alla luce delle ultime questioni poste dalla proposta della commissione dei saggi riguardante i simboli religiosi, di cui parla Veronic Algeri in queste pagine virtuali.
Le Monde prosegue il suo racconto quotidiano sulle donne islamiche e il velo, pubblicando un servizio di Mouna Naïm sulle studentesse dell’Arabia saudita, soggette progressivamente a numerose restrizioni da parte della agenzia della rettitudine morale. Il controllo sulle studentesse – soprattutto a Ryiad – si fa più stretto: dalla fine degli anni Sessanta il corpo insegnanti è solo maschile, e oggi le ragazze non possono avere un computer portatile e anche il telefono cellulare è visto con diffidenza; una dichiarazione di laicità equivale a una messa al bando. Una storia che dura da oltre quarant’anni, peggiorata nel 1980 fino alla guerra di liberazione del Kuwait dall’invasione irachena del ’91, quando un gruppo di donne reclamò il diritto di guidare l’automobile: in quella occasione l’università fu vista come un focolaio di degrado dei costumi. Gli insegnanti che avevano appoggiato le studentesse furono allontanati, le classi rigorosamente divise per sesso, le donne costrette a seguire le lezioni dei docenti con un sistema video a circuito chiuso.
Oggi è persino vietato alle donne ridere di cuore: “Perché sono nata donna – dice Leila di 13 anni - ? Questo è un paese di uomini e io avrei preferito di gran lunga esserlo”.
Nouvelle Observateur dedica l’ultimo numero dell’anno a uno speciale e ricco inserto titolato “La Bibbia e il Corano, un Dio, due libri, tre religioni” e usa in copertina termini come “lacerazione” e “posta in gioco” a indicare la rilevanza della questione. L’inserto ha carattere eminentemente storico, affrontando temi e problemi attraverso la lettura dei testi sacri per islamici, cristiani, ebrei. Uno di questi capitoli – “Il prezzo del paradiso perduto” - riguarda la questione femminile: sostanzialmente – scrive Josette Alia – si tratta di una interpretazione errata quando addirittura non coerente alla fonte, delle sacre scritture. La Genesi, per cominciare, fornisce due versioni opposte della creazione della donna: il primo capitolo dice che Dio creò uomo e donna a sua immagine e somiglianza, ma in quello seguente dice che la donna fu creata “per dare un aiuto all’uomo che si annoiava nel paradiso terrestre”. Da questo punto l’inferiorità femminile è segnata; nasce da una costola in più, tenta l’uomo con la mela facendosi corrompere dal serpente del male e inizia a pagare col dolore del parto.
Anche l’ebraismo fornisce versioni contradditorie: se è scritto che Eva è “carne della carne” di Adamo, ella non è più inferiore ma una presenza “faccia a faccia”. Cento anni prima dell’anno Mille il profeta Elia fornirà una versione più misogina: “Quando Eva è stata creata, Satana è stato creato con lei”, dice il Midrash e la legge ebraica (halakhah) parla di creature impure e inabili allo studio e all’esercizio del potere.
A prima vista il cristianesimo sembra più liberale: Gesù è circondato di donne e perdona le prostitute, proclama l’indissolubilità del legame coniugale per evitare che le donne vengano ripudiate. Eppure nei Vangeli il Salvatore parla raramente a sua madre, non le affida alcun messaggio: Maria, contro-esempio di Eva riabilita la donna, al prezzo della rinuncia del sesso, fonte di ogni male.
Uguale debutto, solo apparentemente migliore, per il Corano. Maometto dice che ama “le donne e il loro profumo, consolazione del mio cuore”. Tutti gli storici convengono sul fatto che il Corano fu all’epoca il tentativo di alleggerire le leggi e i costumi repressivi dei beduini, che spesso uccidevano le figlie alla nascita, e la sharia avrebbe rappresentato dunque un passo avanti “femminista” per la società beduina di allora. Come sempre, continuano gli storici, la legge viene interpretata in maniera molto restrittiva e così il capitolo 4 ordina di picchiare le mogli indocili.
Fortunatamente anche nei Testi sacri gli esempi trasgressivi non mancano, soprattutto di donne che prima di piegarsi alla sottomissione maschile hanno venduto cara la pelle, come la Uma Thurman di Bill Kill. La prima ribelle fu Lilith, che voleva fare sesso con Adamo mettendosi sopra di lui e dunque venne ripudiata; Balkis è la seduttrice che ispirò il Cantico dei Cantici, Judith e Deborah furono profetesse e l’ultima condusse la guerra contro i Cananei, mentre Esther salvò gli ebrei dallo sterminio. Il cristianesimo sembra preferire le martiri agonizzanti, dimenticandosi sovente di figure come Teresa D’Avila, che dette filo da torcere ai vescovi con la sua passione mistica, per non parlare di Khadijia, compagna di Maometto, che dall’alto di un cammello incita i guerrieri alla battaglia di Adr.
Josette Alia – e noi con lei – trae le conclusioni di sempre, alla fine di un bel viaggio nei testi sacri. Possiamo dire che Dio è misogino? Naturalmente no: lo è la paura ancestrale degli uomini verso i misteri di vita e morte che le donne rappresentano. Dio è solo il paravento dietro il quale si nascondono.

Monica Luongo








> da consultare

con o senza velo ma non per legge
di Letizia Paolozzi

i diversi veli dell'Islam

> aggiornamenti

se Dio fa da paravento
di Monica Luongo