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produrre e consumare tra pubblico e privato
11 gennaio 2006
Relazioni pericolose tra politica e affari
Che cosa pensa una donna?
Nella discussione incandescente che va avanti da mesi sulla scalata alla banca Antonveneta e al “Corriere della Sera“, sull’Opa lanciata dall’Unipol per la Bnl e sul rapporto tra politica e soldi, il riferimento all’etica è praticamente quotidiano.
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10 settembre 2005
il governatore perseguitato
e l'arroganza che acceca gli uomini
C’è una sorta di persecuzione contro Antonio Fazio?
Certo, gli argomenti pretestuosi come quello di uno scontro tra finanza laica e finanza cattolica si sprecano.
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2 luglio 2005
Travestirsi per raccontare
l'Italia che non si vede mai
Sono tre le chiavi di lettura offerte a chi legge “Una notte da entraineuse. Lavori, consumi, affetti narrati da una reporter infiltrata”.
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25 aprile 2005
Ma le donne come
sopravvivono al lavoro?
Come vive il lavoro una donna? Domanda retorica se rivolta a quanti (e quante) suppongono che i due sessi, il loro corpo e la loro mente, abbiano gli stessi desideri, ripulse, piaceri, frustrazioni, speranze.

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28 marzo 2005
Fannulloni di tutto il mondo, unitevi
Come lavorare senza fare nulla. E l’obiettivo del best-seller francese “Buongiorno pigrizia”, delizioso libretto provocatorio di Corinne Maier, economista part-time presso l’Edf (Electricité de France), ma anche psicanalista, oltre che madre di due figli.
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1 dicembre 2003
Scanzano ha vinto, ma io non mi rallegro
C’è da rallegrarsi per la vittoria del “popolo di Scanzano” contro la decisione del governo di piazzare lì il sito per stipare le scorie nucleari?
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11 maggio 2003
Diritti, referendum, flessibilità: una lingua
che non parla delle realtà di chi lavora
Probabilmente, non andrò a votare per il referendum sull’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori alle aziende con meno di quindici dipendenti
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15 aprile 2003
Straniere e prostitute, ma non solo vittime
Carla Corso e Ada Trifirò si occupano dell’assistenza alle prostitute e lottano per il riconoscimento dei loro diritti
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27 marzo 2003
Essere emigrate in Italia
A dodici anni di distanza dalla pubblicazione de “Gli immigrati in Italia” Laterza torna in libreria con “L’esperienza migratoria.Immigrati e rifugiati in Italia”
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14 marzo 2003
Andiamo a fare shopping con Virginia Woolf
La pratica dei consumi è attività che il mondo globalizzato conosce bene
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14 gennaio 2003
Proviamo a cambiare il bilancio (ma non come vorrebbe Berlusconi)
Per il terzo anno consecutivo, gli autori di "La Finanziaria per noi. Come usare i soldi pubblici per diritti, pace, ambiente", compiono lo sforzo
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16 dicembre 2002
Il sesso dopo i sessant'anni
So bene di trattare un argomento delicato ma non posso evitare di dare uno sguardo
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10 dicembre 2002
Effetto Sarkozy: femministe contro prostitute
La legge di Sarkozy continua ad infiammare il dibattito sulla prostituzione
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10 ottobre 2002
La scoperta dei “mille euro“ a notte
Un giorno sì e l’altro pure apprendiamo da giornali e telegiornali di qualche maxi-retata nei bordelli o sale massaggi di lusso
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> 3 febbraio 2006


Banca d'Italia: Draghi elimini il monosex
(e i sindacati ascolteranno il messaggio?)

Da lunedì 6 si aprirà il confronto del governatore Draghi e del vertice della Banca d'Italia con le organizzazioni sindacali: i rappresentanti dei lavoratori e delle lavoratrici dell'istituto raccoglieranno il messaggio che Bartleby ha indirizzato al successore di Fazio?

Il titolo IV della legge di tutela del risparmio – n.262 del 28 dicembre 2005 – ha eliminato il mandato a vita del governatore della Banca d’Italia e introdotto la collegialità delle decisioni per il direttorio, il board che lo affianca e che guiderà da subito la riformata banca centrale italiana.
Il nuovo governatore, nominato con l’accordo della quasi totalità del mondo politico e finanziario dopo le dimissioni natalizie del suo predecessore, potrebbe completare l’opera di riforma della Banca d’Italia rompendo il tabù della composizione monosessuata del suo direttorio che vige ininterrotta dal 1893.

Sostenendo la fine della cultura maschiocentrica – magari proponendo di eleggere almeno due donne per offrire loro l’agio di non sentirsi un’eccezione -, il nuovo governatore agirebbe in coerenza con i tempi e con la realtà dentro e fuori la Banca d’Italia, in Europa e oltre.

Le donne italiane in economia e finanza sono tante e, a giudicare dai loro curricula, molto sapienti. Lo dimostra la loro presenza in altre autorevoli istituzioni contigue alla Banca d’Italia, come l’ISTAT, la CONSOB, l’Antitrust. Diversi studi sui ruoli e le carriere di donne nel mercato del lavoro dimostrano tuttavia che, anche in settori a forte preponderanza femminile, il processo di sostituzione spontaneo degli uomini al comando con le donne non avviene. Occorre volere il cambiamento e perseguirlo attivamente. Oppure bisognerà aspettare un’altra legge per vedere qualche nomina femminile nel direttorio della Banca d’Italia?

In altri paesi europei ci sono esempi simili. In Norvegia è operativa dall’inizio di gennaio una legge che obbliga i board delle imprese ad essere composti almeno per il 40 per cento da donne; criticata da molte e molti che non credono alla politica delle quote, ma accettata con pragmatismo dalle confederazioni degli industriali (come testimonia un interessante articolo apparso sul New York Times del 12 gennaio 2006) la nuova regola verrà giudicata dai fatti. Si sarebbe tentati di chiederla anche da noi.
La legge, tuttavia, non serve. Il nostro paese non è poi così bloccato e immobile da non poter essere cambiato anche solo da azioni significative e da scelte vigorose. Al nuovo governatore basterebbe applicare un po’ d’intelligenza politica e una tradizionalissima razionalità economica per migliorare l’uso di quella risorsa male utilizzata che sono le donne nel mercato del lavoro italiano, inclusa la Banca d’Italia.

Bartleby





2001: fuga dallo Stato

Laura Pennacchi aveva pubblicato questo articolo sull’Unità l'8 settembre 2001, quando Mario Draghi abbandonò il suo impegno nell'amministrazione pubblica. Ci sembra interessante riproporlo oggi.

Ho avuto varie occasioni di lavoro con Mario Draghi, durante i governi di centrosinistra, nei tre anni in cui Ciampi resse il dicastero del Tesoro e io fui sottosegretaria.
Fu il periodo in cui il massimo di sforzi e di energie venne profuso nell’opera di risanamento finanziario necessaria a farci raggiungere il traguardo di essere tra i primi undici paesi che davano vita all’euro.
Gli anni 80 ci avevano lasciato un paese stremato da un debito pubblico giunto al 123% del Pil (oggi è sotto il 110%), un deficit oltre l’8% (oggi è all’1%), un’inflazione al 5,4% (oggi è sotto il 3%), tassi di interesse di mercato al di sopra del 10% (oggi sono quasi dimezzati). Altro che l’eredità di cui parlò il ministro Tremonti in un blitz televisivo architettato per terrorizzare gli italiani con la notizia di un «buco» di cui tutti, ora, riconoscono l’inesistenza, riconoscendo nel contempo la correttezza delle stime formulate dalla Ragioneria, guidata da Andrea Monorchio.
L’ispirazione politica e programmatica dei governi dell’Ulivo incorporava gli esiti di elaborazioni e di riflessioni che gli studiosi democratici italiani avevano elaborato per decenni. C’era, dunque, lo spessore di molto lavoro accumulato, c’erano larghe attivazione e partecipazione di volontà e di intelligenze, c’era l’energia che scaturiva dal dialogo fra culture diverse e tuttavia affini, convergenti nell’idea che l’Italia dovesse essere «sbloccata» nelle sue potenzialità, dovesse uscire dalla lunga fossilizzazione in cui l’aveva paralizzata la miscela perversa fatta di alta inflazione, alto debito, alti tassi di interesse, svalutazione ricorrente della lira. La «coalizione della rendita» doveva essere sostituita con una «coalizione per lo sviluppo nell’equità »: questa era la stella polare che ci guidava.
Al Tesoro la saggezza e la sensibilità di Ciampi si espressero anche in uno stile di lavoro improntato a forte collegialità: ogni persona e ogni idea erano valorizzate, l’ascolto degli altri e l’autointerrogazione erano la regola, così come era normale l’interazione critica, nella distinzione dei ruoli e nell’autonomia delle opinioni, fra autorità politica e tecnostruttura interna, con la quale non mancavano conflitti e anche scontri, ma sempre all’insegna del rispetto e della considerazione reciproca. L’autorità e l’autorevolezza di Draghi erano fra le più elevate ed esse si esprimevano dai più semplici incontri congiunti che periodicamente venivano convocati alle importanti riunioni europee e internazionali - a partire dall’Ecofin per arrivare al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale - in cui il prestigio e la credibilità dell’Italia facevano tutt’uno con il prestigio e la credibilità delle persone che la rappresentavano.
La disciplina che va sotto il nome di «Corporate Governance» è fra quelle a cui Draghi ha più impresso il proprio segno: essa, nel dare nuove norme al mercato azionario e agli intermediari, ha finalmente consentito - insieme con l’accelerazione impressa alle privatizzazioni - almeno una parziale apertura del «chiuso» capitalismo italiano, aumentandone in primo luogo la ridottissima contendibilità. I limiti della disciplina di «Corporate Governance» e delle privatizzazioni si vedono soprattutto nel fatto che il sistema imprenditoriale italiano non ha saputo valersi delle energie generate da questi processi, così come non ha saputo intercettare le risorse liberate dal crollo della spesa per interessi, passata dai 202mila miliardi del 1996 ai 140mila attuali. È legittimo chiedersi quali effetti potranno avere su tutto ciò le dimissioni di Mario Draghi, in presenza di un governo che non sa sciogliere il nodo del conflitto di interessi.
Intanto, davanti ai nostri occhi è ancora un capitalismo prevalentemente «familiare», con un assetto largamente oligarchico, poco trasparente, scarsamente sensibile ai diritti degli azionisti minori, come mostrano i casi recenti di Montedison e di Telecom, la mancata ridefinizione del duopolio Mediaset-Rai, gli interrogativi che incombono sulle Generali.
Si dirà che Draghi aveva da tempo deciso di passare ad altro incarico. È comunque estremamente significativo che le dimissioni siano date proprio ora, così come lascia esterrefatti la faziosità con cui ci si vuole liberare di personalità altamente competenti come Romano o Barberi, mentre sollevano molte perplessità i ricambi ai vertici a cui sta procedendo a tutto spiano la ministra Moratti.
In tutti i casi una questione politica si impone: perché privarsi di intelligenze e competenze di tanto rilievo, mentre rimangono ai vertici del governo e nel cuore dello Stato personaggi che in più occasioni hanno dimostrato di confondere gli interessi generali - alla cui tutela sono preposti - con il perseguimento di interessi di parte?

Laura Pennacchi







> da consultare

Il dibattito sulle quote rosa


2001: quando Draghi abbandonava lo Stato
di Laura Pennacchi