merci / desideri
>>>
produrre e consumare tra pubblico e privato
28 marzo 2005
Fannulloni di tutto il mondo, unitevi
Come lavorare senza fare nulla. E l’obiettivo del best-seller francese “Buongiorno pigrizia”, delizioso libretto provocatorio di Corinne Maier, economista part-time presso l’Edf (Electricité de France), ma anche psicanalista, oltre che madre di due figli.
> continua

1 dicembre 2003
Scanzano ha vinto, ma io non mi rallegro
C’è da rallegrarsi per la vittoria del “popolo di Scanzano” contro la decisione del governo di piazzare lì il sito per stipare le scorie nucleari?
> continua

11 maggio 2003
Diritti, referendum, flessibilità: una lingua
che non parla delle realtà di chi lavora
Probabilmente, non andrò a votare per il referendum sull’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori alle aziende con meno di quindici dipendenti
> continua

15 aprile 2003
Straniere e prostitute, ma non solo vittime
Carla Corso e Ada Trifirò si occupano dell’assistenza alle prostitute e lottano per il riconoscimento dei loro diritti
> continua.

27 marzo 2003
Essere emigrate in Italia
A dodici anni di distanza dalla pubblicazione de “Gli immigrati in Italia” Laterza torna in libreria con “L’esperienza migratoria.Immigrati e rifugiati in Italia”
> continua

14 marzo 2003
Andiamo a fare shopping con Virginia Woolf
La pratica dei consumi è attività che il mondo globalizzato conosce bene
> continua

14 gennaio 2003
Proviamo a cambiare il bilancio (ma non come vorrebbe Berlusconi)
Per il terzo anno consecutivo, gli autori di "La Finanziaria per noi. Come usare i soldi pubblici per diritti, pace, ambiente", compiono lo sforzo
> continua

16 dicembre 2002
Il sesso dopo i sessant'anni
So bene di trattare un argomento delicato ma non posso evitare di dare uno sguardo
> continua

10 dicembre 2002
Effetto Sarkozy: femministe contro prostitute
La legge di Sarkozy continua ad infiammare il dibattito sulla prostituzione
> continua

10 ottobre 2002
La scoperta dei “mille euro“ a notte
Un giorno sì e l’altro pure apprendiamo da giornali e telegiornali di qualche maxi-retata nei bordelli o sale massaggi di lusso
> continua
> 25 aprile 2005


Ma le donne come
sopravvivono al lavoro?

Questo articolo è stato pubblicato da Liberazione venerdì 22 aprile

Come vive il lavoro una donna? Domanda retorica se rivolta a quanti (e quante) suppongono che i due sessi, il loro corpo e la loro mente, abbiano gli stessi desideri, ripulse, piaceri, frustrazioni, speranze. Eppure le cose non stanno proprio così. O perlomeno, non stanno più così.
Non solo perché una gran parte dell’attività individuale, come ci ha spiegato Amartya Sen, non è riconducibile alla sola motivazione della ricerca del profitto. Bisogna guardare – anche – alle aspirazioni, storie individuali e culturali. D’altronde, Adam Smith, padre della “mano invisibile“ che regola i mercati, si dedicò a scrivere una teoria morale dei sentimenti.
Ma non è soltanto questo il cambiamento. Oggi il lavoro produce merci e – per una parte importante - relazioni (sociali). Lo dice il sociologo Pierpaolo Donati nel suo “Il lavoro che emerge“. L’hanno ripetuto in tanti. Che questa sia una buona cosa è tutto da verificare: la questione operaia ha perso la sua visibilità (e potenza) collettiva. Anche se gli operai non sono scomparsi c’è un indurimento della pressione esercitata per ottenere una più alta produttività del lavoro. L’ingresso nel postfordismo, nella “nuova economia“ renderà più liberi. Ma anche più sfruttati.
Tuttavia, c’è un altro elemento del quale tiene poco conto chi si interessa all’organizzazione del lavoro: la differenza femminile, da alcuni anni “il fattore più dinamico del mercato del lavoro e potenzialmente il più innovativo del modo di lavorare“.
Nel libro “Parole che le donne usano per quello che fanno e vivono nel mondo del lavoro oggi“ (Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, pag.116, euro 10,00) di questo “fattore“si parla. Attraverso un “piccolo vocabolario“ venuto fuori da una serie di incontri con gruppi di donne, tenuti nel 2004.
Non aspettatevi delle risposte belle e pronte. Non cercate “la sintesi“, il “che fare“. Qui e ora. Piuttosto, il gruppo di autrici (Pinuccia Barbieri, Lia Cigarini, Vanna Chiarabini, Serena Fuart, Silvia Motta, Oriella Savoldi, Christiane Vaugeois) ha raccolto dei “sintomi“. Dopo aver ascoltato giornaliste-manager-imprenditrici-architette-attrici-fotogiornaliste-artigiane e lavoratrici dipendenti di vari settori, il gruppo si è soffermato su quelle esperienze, tirando fuori ciò che era rimasto in ombra.
Leggendo l’indice dei temi (Lingua materna, lingua d’azienda- Difficoltà di contrattare- Avere/essere un capo donna- Segnali del corpo, corpo di donna) si capisce la necessità di fare racconto e di farlo con una lingua semplice, discorsiva. Dal momento che il mondo delle professioni è cambiato, sperimentiamo un metodo diverso dalle interviste, analisi sociologiche, ricerche statistiche.
Questo metodo si avvicina alla vecchia autocoscienza, quella che il femminismo praticò nei lontani anni Settanta. Un partire da sé che costringe noi, lettrici e (mi auguro) lettori a ritrovare pezzi della personale, addirittura intima e mai confessata prima, vicenda lavorativa.
Sì, dicono le donne che nel 2004 si sono riunite alla Libreria di Milano, il lavoro mi è necessario. A essere sincera, mi piace, mi interessa. Anche se fatico a reggerne i tempi. Finisco tardi. Mi sento stressata. A cosa sono disposta a rinunciare pur di tenermelo?
Ho messo al mondo un bambino. Forse ne vorrei un altro. Sono costretta a produrmi in acrobazie massacranti: un piede nella carriera e l’altro nel progetto famigliare.
Devo stare attenta a non cadere più in certe trappole come la rinuncia che nasce dall’opposizione: fare la madre o lavorare. E’ una trappola il mito dell’autosufficienza: superdonna oppure supermadre; è una trappola creare scale di valore tra le scelte che oggi una donna può fare.
Tuttavia il lavoro resta un esercizio da funambole. Poniamo che io sia una manager. Il mio compito consiste nel dare obiettivi, nel coordinare gli altri. Quale stile di management sceglierò? Ce n’è uno solo sul mercato, quello del management maschile.
Significa che non ho altra strada se non adattarmi a quelle regole lì. Pronte e già scodellate. Mi manca una misura mia. Stringo i denti. Ho bisogno di dimostrare che sono capace di lavorare come i maschi; che la mia professionalità se la batte con la loro.
Eppure, in questo adattamento mi sembra di perdere qualcosa di importante. Probabilmente imiterò la “donna in carriera“ – quella che ha le palle - oppure, sfiancata, appena posso, mi sfilo. E me la filo. Torno tra le mura domestiche.
Troppo grande il peso. Non sono capace di sopportare le gerarchie che, nel lavoro sono tutto. E poi, io tendo a accentrare piuttosto che a delegare. Invece di chiedere alla mia collaboratrice se questa sera si ferma a guardare quel mucchio di pratiche, me le porto a casa per sbrigarle io durante la notte.
Nonostante la solidarietà nei confronti delle donne, quando si tratta di cooperare, di lavorare in squadra con le mie sorelle di sesso, c’è qualcosa che mi blocca. Forse a scattare è il solito comportamento materno: io ti proteggo ma tu dipendi da me. E se sbagli, ti rimprovero.
Chiamiamola dedizione anarchica. Persino dispotica. Importante è curare i rapporti, le relazioni che sono riuscita a procurarmi. Quanto ai soldi, vengono dopo.
Ma sì, le relazioni sono un dono della vita. Ci/mi rendono viva. Peccato però che, pur di difenderle, finisco per considerare secondaria la contrattazione. Di fronte all’ipotesi di aprire un conflitto, esito. Rinuncio. Spiegazione di questa ritirata: contrattare mi mette ansia. Ho timore di rompere le relazioni instaurate.
Secondo le ricercatrici americane Linda Babcock e Sara Laschever ( “Le donne non chiedono“, edizioni Sole 24 Ore, Milano, 2004), il mondo femminile fatica a volere per sé mentre si mobilita in modo deciso per il benessere degli altri.
Sono contraddizioni importanti che costituiscono (insieme a molte altre) la trama del libro. Illuminarle significa comunicare dubbi e di non bloccarsi sulle asserzioni. Seminare ipotesi che rimandano e invitano a nuovi coinvolgimenti di lettrici e lettori.
Le autrici non hanno voluto rappezzare con suture ideologiche una visione del lavoro che tende a sostituire alla “società delle classi“ quella “degli individui“. Senza differenza: degli uomini e delle donne.
La paura, l’adeguamento, “i bisogni e i desideri delle persone piegati e subordinati agli obiettivi di profitto“, la morsa dell’instabilità: non ci sono soluzioni chiavi-in-mano.
Quanto al sindacato “ci chiediamo a questo punto se il sindacato, che in Italia è ancora forte, possa essere il negoziatore delle donne, evitando loro la sofferenza della trattativa“. Per rompere la rigidità degli orari pensati su misura maschile.
“Potrebbero mai le sindacaliste che hanno raggiunto posti di direzione nelle confederazioni chiedere un congresso alle loro organizzazioni, uomini compresi, sui tempi, sul senso e valore del lavoro femminile? Oppure si devono costruire reti di cooperazione, con la creazione di professioniste della negoziazione come pensano le americane?“
Intanto discutiamone. Non solo tra noi.

Letizia Paolozzi








> da leggere

" Parole che le donne usano per quello che fanno e vivono nel mondo del lavoro oggi" - Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, pp 116, euro 10,00