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produrre e consumare tra pubblico e privato
16 dicembre 2002
Il sesso dopo i sessant'anni
So bene di trattare un argomento delicato ma non posso evitare di dare uno sguardo duro e penetrante alla sessualità. Infatti, man mano che mi tuffo a fondo nella mezza età, diventa importante mantenere un rampino intellettuale sull’argomento per non diventare vittima dei luoghi comuni
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10 dicembre 2002
Effetto Sarkozy: femministe contro prostitute
La legge di Sarkozy continua ad infiammare il dibattito sulla prostituzione. 0ggi, 10 dicembre, più che mai, le strade di Parigi portano, sotto gli occhi di tutti, la questione nelle sue esplosive contraddizioni e nella sua complessità. E' la prima volta che un collettivo femminista organizza una manifestazione contro la prostituzione
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10 ottobre 2002
La scoperta dei “mille euro“ a notte
Un giorno sì e l’altro pure apprendiamo da giornali e telegiornali di qualche maxi-retata nei bordelli o sale massaggi di lusso
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> 14 gennaio 2003

Proviamo a cambiare il Bilancio
(ma non come vorrebbe Berlusconi)


Per il terzo anno consecutivo, gli autori di "La Finanziaria per noi. Come usare i soldi pubblici per diritti, pace, ambiente", compiono lo sforzo di una lettura più approfondita del volto economico e sociale del nostro paese e dei numeri a esso legati, in occasione della presentazione della legge Finanziaria e delle vantate motivazioni del governo che spingerebbero l'Italia sempre in direzione di allineamento con i paesi più ricchi dell’Unione europea e del G8. Il lavoro è curato da Martino Mazzonis e Alessandro Messina, ma il numero di coloro che hanno contribuito è maggiore e fa capo a Sbilanciamoci!, gruppo di associazioni che operano a favore di una giusta redistribuzione del bilancio del nostro Stato.
Leggendo il Rapporto che guarda al 2003, si scopre che il valore italiano del prodotto interno lordo (PIL) – che ci vede al sesto posto nel mondo (ecco perché facciamo parte delle grandi potenze) – è in realtà poco capace di spiegare la reale situazione italiana. Il PIL è uno degli argomenti più contestati da qualunque opposizione contro ogni governo, ma il nostro attuale continua a usarlo come l’unico indicatore possibile di benessere/malessere. Tanto che sui quotidiani di mercoledì 15 gennaio è stato dato ampio spazio alle dichiarazioni di Berlusconi che ha proposto una rivalutazione del PIL, calcolato allo 0.4% nel 2002, e secondo il premier insufficiente a descrivere l’aumento della produzione nazionale, misurata da lui anche in termini di consumo energetico: il valore del PIL – va precisato – non può essere liberamente modificato, ma deve adeguarsi a parametri europei e internazionali che vengono aggiornati periodicamente o in casi sporadici.
Meglio usare, invece e per cominciare, l’”indice per lo sviluppo umano” adoperato dall’UNDP (il programma di sviluppo delle Nazioni Unite), che sintetizza il livello complessivo di benessere di una popolazione, includendo reddito, situazione sanitaria, livello di istruzione: l’Italia scivola subito al 20° posto nel mondo, preceduta da quasi tutti i paesi Ue e non migliora quando ai numeri si aggiungono quelli che misurano gli indicatori di povertà e di misurazione del reddito (all’11° posto tra i paesi Ocse).
Semplice dedurre che in un simile quadro il mondo delle donne italiane sia maggiormente penalizzato: l’indice di sviluppo umano di genere (Gdi) ci colloca terz’ultime nell’Unione europea e ventesime nella lista dei paesi considerati dall’Undp; 31esime secondo il Gem (gender empowerment measure), che valuta la percentuale di donne in Parlamento, le dirigenti, la percentuale di impiegate in lavori tecnico-professionali e la percentuale di reddito: quest’ultimo è valutato nella metà di quello percepito dagli uomini.
Non aiuta questa statistica la aumentata presenza femminile nel mondo del lavoro flessibile e dei lavoratori autonomi: due categorie meno tutelate socialmente e costrette a maggiori difficoltà organizzativo-professionali. Ecco solo qualche numero: i dati Istat dicono che l’occupazione femminile è passata dal 36% del 1996 al 41,1% del 2001 e la forza lavoro delle donne è aumentata nel corso degli stessi anni dal 43% al 47.3% (aumento dovuto all’ampliamento dell’occupazione nel settore dei servizi, tradizionalmente considerato “portatore” di un modello femminile di lavoro, dove le mansioni da svolgere possono essere acquisite facilmente dalla vita quotidiana, come il lavoro di cura). Nel campo del part -time la precarietà riguarda però il 14.5% delle donne, contro il 12.2% degli uomini, e arriva all’8.8% nel lavoro interinale. Per le donne si fa conseguente il carico di lavoro a casa e per la famiglia: in Italia, mentre un uomo dedica il 23% del proprio tempo alle attività non remunerative, per le donne è il contrario: dedicano il 22% del loro tempo al lavoro retribuito; così come la percentuale di donne il cui tempo passa nelle attività di cura non retribuite, è più del doppio rispetto a quello degli uomini (43% contro 20), 10 punti più alto della media europea (33% e 18 per i maschi), indice che segnala anche carenza di assistenza e servizi di cura pubblici.
A fronte di ciò diminuiscono le entrate a copertura della sanità e dell’assistenza sociale e pensionistica, mentre aumenta l’investimento per le spese militari (un solo dato dal sapore quasi comico se non fosse vero: l’Italia ha più generali di quanti ne conti l’esercito statunitense).
Se l’analisi presente nel volume soddisfa e interessa molto, le ipotesi di “contromisura” per una Finanziaria più equa (agevolazioni fiscali, welfare rinnovato, enti di certificazione e molto altro ancora) si presentano ancora nebulose nella loro reale praticabilità: non per imperizia degli autori, quanto perché simili misure dovrebbero essere parte integrante di un programma politico sostanzioso, che consideri l’universo di genere come motore imprescindibile per rappresentanza, pensiero, valore economico e sociale.

Monica Luongo

L'analisi
Donne al lavoro e fine del patriarcato
Alcuni dati italiani e le tesi di Manuel Castells


Il 2002 si è chiuso, tra le altre cose, con qualche discussione sui dati dell’ultima rilevazione trimestrale Istat sulla disoccupazione in Italia. L’indice di disoccupazione è ulteriormente diminuito, dal 9.3% del 2001 all’8,9%. “Disoccupazione mai così bassa da 10 anni”, ha titolato per esempio il “Corriere della sera“ (di martedì 24 dicembre 2002).
Il governo si è autolodato. Ma l’opposizione e i sindacati hanno reagito criticamente. Il dato non deve ingannare. Nasconde alcune tendenze negative: un rallentamento brusco della tendenza alla crescita occupazionale, soprattutto nelle regioni del Centro e del Sud, che conservano il loro divario con il Nord, e l’aumento dei lavori a termine e precari dentro il lavoro dipendente (dopo una fase di consistente ripresa, invece, dei contratti a tempo indeterminato, anche grazie ai “bonus” per le imprese che assumono, introdotti dal centrosinistra e poi ridimensionati dal centrodestra). Inoltre il lavoro autonomo conosce un certo calo.
Pochi hanno però notato – tranne, per la verità, lo stesso Corsera – la permanenza indiscutibile di un altro dato che si conferma da molti anni: dentro il generale aumento dell’occupazione, l’occupazione femminile cresce di più di quella maschile.
Nell’ultima rilevazione trimestrale Istat + 1,7% per le donne e + 0,7% per i maschi. Su base annuale + 2,2% donne e +1% uomini. Dunque sono valori più che doppi. Su questo, chissà perché, i giornali della sinistra (vedi la Repubblica, l’Unità e il manifesto del 24 dicembre) tendono a rimuovere e glissare, o ricordano che l’occupazione femminile in Italia resta più bassa che in altri paesi europei.
E’ vero, naturalmente. Ma è anche vero che da molti anni cresce vistosamente, anche in tempi di stasi economica. Tuttavia, questo fa meno notizia. Inoltre ci sono aspetti qualitativi interessanti: qualche giorno dopo la pubblicazione dei dati Istat sono stati diffusi i risultati di una ricerca degli artigiani della Cgia di Mestre.
Tra il ’95 e il 2001 le lavoratrici dipendenti in Italia sono aumentate di quasi un milione (dal 26,6% al 29,37% del totale degli occupati). Inoltre il 63% delle lavoratrici dipendenti è occupata in settori impiegatizi e tra la dirigenza. Cosa tra l’altro più evidente nelle regioni del Sud che nel ricco Nord-Est del paese.
Cito questi dati italiani perché mi sembrano significativi di una tendenza di trasformazione del lavoro – e dei contesti di vita quotidiana – molto profonda, molto globale (come vedremo), e altrettanto rimossa dalla cultura politica dei partiti e dal sindacato (e in parte dall’informazione). Essa può essere invece considerata una faccia essenziale della più generale e profonda crisi materiale e simbolica della struttura patriarcale delle nostre società.
E’ questo l’approccio seguito da Manuel Castells nel secondo volume della sua monumentale trilogia sull’avvento dell’Età dell’Informazione, che la società editrice della Bocconi sta traducendo in italiano (Manuel Castells, “Il potere delle identità” , editrice Egea, pagg. 464, euro 34,50).
E’molto singolare che quasi nessuno – almeno in Italia, che io sappia – abbia segnalato lo spazio e il tipo di approccio che Castells dedica, con un lungo capitolo centrale intitolato appunto “la fine del patriarcato”, al ruolo dei movimenti femminili e femministi nella sua analisi della “società in rete”. Non se ne accorge neppure Benedetto Vecchi nella intervista a questo esponente del pensiero critico sul “manifesto“ . Eppure si tratta di un autore “cult”, citatissimo da politologi, sociologi, studiosi di economia e tecnologia, e il suo testo fondamentale, ispiratore di decine e decine di saggi, articoli, analisi ecc. risale al 1997.
Castells parte proprio dalla rivoluzione – negli ultimi decenni – di quello che Deleuze ha chiamato il “divenire donna del lavoro”. Ne dimostra il carattere globale (riguarda, con dati diversi e contraddittori, non solo il mondo sviluppato) e l’aspetto qualitativo: le donne non solo si offrono al mercato del lavoro, ma sono richieste per le particolari qualità relazionali funzionali alla nuova economia post-fordista.
Ma a questo aggiunge – considerandoli aspetti di un unico fenomeno – i dati mondiali sulla crisi della famiglia patriarcale, il peso dei movimenti di liberazione sessuale dei gay e delle lesbiche (non solo nella libertaria San Francisco, ma anche a Taipei, nella tradizionalissima cultura cinese), la ricchezza e varietà dei contenuti teorici e politici del femminismo (dalle “liberal” americane al “pensiero della differenza” francese e italiano) e delle sue pratiche di relazione.
Castells considera i movimenti delle donne dell’ultima parte del ‘900, insieme alle tendenze ambientaliste, reazioni costruttive nella ricerca di nuove identità provocata dal crollo delle strutture simboliche tradizionali (e delle relative “istituzioni”), un crollo indotto dalla rivoluzione produttiva e tecnologica della società capitalistica “informazionale”.
Anche i fondamentalismi religiosi, etnici e nazionalistici sono reazioni identitarie alla globalizzazione economica e culturale di marca occidentale, ma di segno ben diverso.
Per il sociologo spagnolo trapiantato a Berkeley, che scrive queste analisi a metà degli anni ’90, non è affatto detto che le cose prendano una piega positiva. La crisi o la fine del patriarcato, per lui può anche produrre un disorientamento violento e socialmente catastrofico del desiderio maschile. E per me oggi è difficile non vedere qualcosa di simile nella deriva bellica che sta coinvolgendo la “testa” della parte più sviluppata del mondo contro le abberrazioni violente del fondamentalismo terrorista.
Castells comunque chiude questa parte della sua ricerca con un interrogativo sul potere, che egli vede non più concentrato nelle forme politiche dello stato, ma “nei codici di informazione e nelle immagini di rappresentazione” intorno a cui le società determinano senso e comportamenti. “I luoghi di questo potere sono le menti delle persone”.
Le battaglie da combattere oggi – si potrebbe dire citando un’idea cardine del femminismo della differenza – sono eminentemente “simboliche”. Anche e soprattutto se qualcuno pensa di vincere il disordine e l’incertezza impugnando bombe, missili, o facendo esplodere i propri corpi nelle piazze e nei caffè. Ma su tutto ciò mi piacerebbe che si continuasse e approfondisse una discussione, già aperta su questo sito a proposito del “ritorno” del valore-lavoro sulla scena politica e mediatica italiana.

Alberto Leiss








> la campagna
Sbilanciamoci

> da leggere
"
La Finanziaria per noi. Come usare i soldi pubblici per diritti, pace, ambiente" Consorzio Altra Economia edizioni e di Editrice Berti, 190 pagine, 9,00 euro.

> l'analisi
Donne al lavoro e fine del patriarcato. I dati italiani e le tesi di Manuel Castells

> da leggere
Manuel Castells “Potere dell'identità“
casa editrice Egea pp.463, euro 34,50

Quanto ai dati Istat ne ha parlato con attenzione il “Corriere della Sera“ del 24 dicembre 2002

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