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produrre e consumare tra pubblico e privato
27 marzo 2003
Essere emigrate in Italia
A dodici anni di distanza dalla pubblicazione de “Gli immigrati in Italia” Laterza torna in libreria con “L’esperienza migratoria.Immigrati e rifugiati in Italia”
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14 marzo 2003
Andiamo a fare shopping con Virginia Woolf
La pratica dei consumi è attività che il mondo globalizzato conosce bene
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14 gennaio 2003
Proviamo a cambiare il bilancio (ma non come vorrebbe Berlusconi)
Per il terzo anno consecutivo, gli autori di "La Finanziaria per noi. Come usare i soldi pubblici per diritti, pace, ambiente", compiono lo sforzo
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16 dicembre 2002
Il sesso dopo i sessant'anni
So bene di trattare un argomento delicato ma non posso evitare di dare uno sguardo
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10 dicembre 2002
Effetto Sarkozy: femministe contro prostitute
La legge di Sarkozy continua ad infiammare il dibattito sulla prostituzione
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10 ottobre 2002
La scoperta dei “mille euro“ a notte
Un giorno sì e l’altro pure apprendiamo da giornali e telegiornali di qualche maxi-retata nei bordelli o sale massaggi di lusso
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> 15 aprile 2003

Straniere e prostitute, ma non solo vittime

Carla Corso e Ada Trifirò si occupano dell’assistenza alle prostitute e lottano per il riconoscimento dei loro diritti, tra cui quello della possibilità di dichiarare il reddito da prostituzione. Insieme hanno curato “… e siamo partite. Migrazione, tratta e prostituzione straniera in Italia”: una raccolta di testimonianze di donne migranti, giunte in Italia e diventate prostitute. Non tutte sono vittime dei trafficanti che vivono della compravendita di persone, alcune sono arrivate nel nostro paese richiamate da mariti e fidanzati per sapere solo poi quello che sarebbero andate a fare. Tutte loro sono partite per migliorare la loro condizione personale e sociale, abbandonando il disagio e la miseria dei paesi di origine.
Storie di vite che escono fuori dalla narrazione collettiva mediatica, che le declina sotto la generica definizione di “vittime”. Le autrici del libro insistono soprattutto su questo punto: “Riconoscere a queste persone solo il ruolo di vittime – scrive Corso nella prefazione – le trasforma in oggetti nelle mani dei trafficanti. Non sono mai presentate come soggetti della fuga, determinate ad accettare grandi disagi pur di cambiare il loro destino. Non si parla mai del denaro che mandano a casa, che serve a garantire la sopravvivenza della famiglia e il benessere delle comunità di appartenenza, esattamente come tutte le rimesse in denaro degli ‘immigrati buoni’”. Il denaro che le prostitute guadagnano con il loro lavoro le emancipa: una volta pagati i debiti, liberate o scese a patti con chi le sfrutta, riescono spesso a trovare una casa, avviare gli studi, cercare un nuovo lavoro, richiamare in Italia i loro cari. Molte riconoscono che gli impieghi delle loro connazionali – colf o badanti – sono altrettante forme di schiavitù, per giunta meno redditizie.
Colombiane, nigeriane, moldave. Non si tratta di racconti lieti, ovvio: l’avvio della prostituzione – soprattutto se in strada – è uno choc, a cui tutte però dichiarano di essersi abituate in fretta, così come hanno imparato a difendere la salute, a evitare le aggressioni, a chiedere il giusto compenso. Colpisce anche l’occhio con cui vedono i loro clienti: nessuna li giudica male, molte raccontano di uomini che le hanno aiutate a denunciare gli sfruttatori, a ottenere il permesso di soggiorno, a trovare lavoro; alcune ritengono che la messa al bando della prostituzione li renderebbe ancora più aggressivi di quello che sono nelle loro case, con mogli e figli.
Diana, Mailinda, Mary: non conoscono quale sarà il loro futuro, ma sanno per certo che non rimetteranno più piede nella terra di origine, anche se amata. In Italia, nonostante tutto, vivono decisamente meglio .

Monica Luongo





28 aprile 2003

Però i fatti parlano di una realtà drammatica

Carissima Monica,
leggo la tua recensione del libro “… E siamo partite!” di Carla Corso e Ada Trifirò e, occupandomi del tema da loro affrontato, non posso non fare qualche osservazione sui contenuti che tu metti in evidenza.
Che in Italia si viva meglio che in Nigeria o in Colombia è del tutto ovvio. E non solo per ragioni economiche. Che molte prostitute, anche grazie a clienti “coscienziosi”, riescano a farcela, persino a sposarsi, è ugualmente vero.
L’affermazione che proprio non riesco a condividere è la seguente: “Riconoscere a queste persone solo il ruolo di vittime le trasforma in oggetti nelle mani dei trafficanti. Non sono mai presentate come soggetti della fuga ….”. Il punto è che l’essere vittime non dipende dal nostro riconoscimento, ma dai fatti. Per quanto ne sappiamo da ricerche svolte nei luoghi di provenienza delle ragazze, la stragrande maggioranza di esse - e delle loro famiglie - al momento della partenza non ha la minima idea del destino che le attende e, quindi, non è preparata né psicologicamente né economicamente. Molte di loro capiscono quale sarà la loro sorte durante il viaggio dal luogo di origine al luogo di destinazione che, in alcuni casi, può durare anche anni. Il tutto è perfettamente gestito da bande di criminali ben rodate e ben organizzate da vari punti di vista: logistica, finanza, relazioni internazionali, comunicazioni, metodologie di costrizione (inclusi riti vudu inferti alle partenti), eccetera. Che poi il termine vittima e il termine oggetto siano sinonimi, mentre il termine soggetto sia il contrario del termine vittima, mi sembra proprio concettualmente sbagliato e non accettabile. Per chi opera nell’ambito della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, tutte le vittime sono esattamente dei soggetti che hanno perso, in toto o in parte, e comunque sempre nel concreto della vita quotidiana, il riconoscimento della loro dignità e dei loro diritti umani.
Così come è difficile condividere l’osservazione, un po’ semplicistica, delle autrici quando rilevano che le ragazze straniere avviate alla prostituzione in Italia riescono a pagare il loro debito e a mandare soldi a casa, garantendo così “la sopravvivenza della famiglia e il benessere delle comunità di appartenenza…” La realtà, almeno per le ragazze africane, è ben più dura. Le bande criminali svolgono con grande disinvoltura attività di compra vendita delle donne, e questo non fa che aumentare il debito di queste ultime, per colmare il quale, spesso le famiglie di origine sono costrette a vendere - ai medesimi trafficanti - persino le loro povere case.
Immagino che le autrici del libro siano state mosse dalle migliori intenzioni. Penso però che non si possa disegnare una realtà complessa e drammatica come quella della prostituzione delle donne straniere basandosi sulla sola osservazione in Italia delle ragazze stesse (e del loro entourage commerciale) e sulle risposte delle intervistate, che non di rado sono intimidite, per non dire terrorizzate. Gli sguardi dal ponte sono sempre interessanti, ma spesso insufficienti: per conoscere meglio il fiume, è consigliabile farsi una bella nuotata da sponda a sponda.

Loretta Peschi







> da leggere
Carla Corso, Ada Trifirò, “… e siamo partite! Migrazione, tratta e prostituzione straniera in Italia”, Giunti, 218 pagine, 10 euro.

> diverso parere
Però i fatti parlano di una realtà drammatica
di Loretta Peschi