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produrre e consumare tra pubblico e privato
6 ottobre 2002
Relazioni impreviste
tra badanti e badati
In Italia, vengono
stimati in duecentomila gli extracomunitari, collaboratori domestici e « badanti ». Per loro si è parlato di mini-sanatoria, badante essendo indicato dalla legge quel « personale di origine extracomunitaria, adibito ad attività di assistenza a componenti della famiglia affetti da patologie o handicap ».
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29 giugno 2002
Lacrime di un corpo al lavoro
Sono una che ha difeso l’art. 18 e difende i diritti dei lavoratori. Il libro di Paola Rinaldi mi ha fatto riflettere. Credo che come me farebbero bene a leggerlo politici e sindacalisti
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8 maggio 2002
Se il panino è flessibile
“Mi sono fatta un mazzo così, ma ho imparato a stare al mondo”.
Recita così l’head line di una delle nuove pagine della campagna pubblicitaria McDonald’s che punta al reclutamento di nuovi impiegati/e part-time.
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> 10 ottobre 2002

La scoperta dei "mille Euro a notte"

Un giorno sì e l’altro pure apprendiamo da giornali e telegiornali di qualche maxi-retata nei bordelli o sale massaggi di lusso: bei nomi maschili coinvolti, dai calciatori ai professori della Luiss, non si capisce se come clienti o favoreggiatori o peggio. Poi l’arresto della maitresse dal nome slavo. Poi l’annunciata scoperta della organizzazione criminale che tira le fila del commercio miliardario di signore e signorine, straniere ma non solo. E infine le suddette, che non possono – a norma della legge Merlin – essere accusate di alcun reato ma come vittime e testimoni d’accusa funzionano benissimo. Pentite, denunciano a tutto spiano.
In questa situazione mi chiama una collega, buona conoscenza del femminismo di un tempo, e chiede lumi. Il direttore del quotidiano l’ha incaricata di indagare sull’aspetto più pruriginoso: è vero che adesso “tutte” si sono messe a fare le prostitute, come si dice, d’alto bordo? Altro che la nigeriana da dieci Euro a prestazione! Qui si tratta di una vera e propria scoperta: sono tornate quelle che un tempo venivano definite “da un milione a notte”. Ora mille Euro, che è il doppio.
Siccome con l’età divento sempre più intollerante di fronte alla banalità umana, rispondo, seccata, con la solita tiritera. Le prostitute per borse capaci, sicuramente più belle di quella di strada, più seducenti di quelle dei miniappartamenti, ci sono sempre state. E sono state sempre le benestanti nel mercato, anche se oggi il ruolo di delatrici le inchioda nella miseria sociale e quello di vittime dello sfruttamento criminale le riduce a pressocché nullatenenti. Si favoleggia di percentuali che esse avrebbero versato ai loro organizzatori che mi sembrano artefatte. Se una deve guadagnare così poco, poi la pelliccia, magari finta ma di firma, come se la compra?
Il problema è un altro, mi tocca dire, malgrado io detesti il “benaltrismo” oggi ci accorgiamo dell’esistenza delle ragazze in vendita belle, ricche e ambiziose, semplicemente perché le fa emergere dall’ombra la classica repressione. C’è un input che viene dall’alto, dal ministero dell’Interno, dalle questure, dai comandi dei carabinieri. Prima è stata fatta piazza pulita delle clandestine di strada, poi sono state attaccate quelle degli appartamentini da massimo 200 Euro a botta, infine è toccato a quelle da 600 Euro in su. Colpa del solito Berlusconi che reprime le prostitute senza pietà? Sì, diciamolo pure per consolarci politicamente. Io preferisco dire che il governo di centro-destra sta portando avanti una politica prostituzionale coerente e che ai cittadini e alle cittadine (anche quelli che non lo hanno votato) va bene: primo, ripulire le strade (lo so che è brutto dirlo ma è così, e ha funzionato), secondo colpire la prostituzione al chiuso di tipo medio, terzo (ma qui forse la situazione gli sta scappando di mano) agire indiscriminatamente sui vizi dei clienti danarosi. Tanto la porta aperta alla criminilazzazione del cliente gliela aveva spalancata il centro-sinistra quando era al governo, senza prendersi neanche gli onori di cotanto zelo, perché una seria politica di zonizzazione delle strade non l’ha fatta e la riforma della legge Merlin - necessaria da perlomeno vent’anni - non ha voluto farla.
Olé: il centro-destra, invece, forse la farà. E sarà quel che sarà.
Sulla vicenda nuova e vecchia al contempo della questione prostituzione e legge ho pubblicato una lunga inchiesta sulla rivista Dike, con il titolo “Il rompicapo prostituzione tra proibizionismo e legalizzazione”, e un saggetto di commento sul testo di legge approvato (a sola maggioranza) dal comitato ristretto della commissione giustizia della Camera. Uno stralcio di quest’ultimo, che sta per essere pubblicato, lo trovate qui accanto.

Roberta Tatafiore




La legge in un bordello
piccolo piccolo


La proposta di legge votata dalla maggioranza nel comitato ristretto della commissione giustizia della Camera ha due aspetti. Primo, dà un’idea precisa della politica prostituzionale del centro-destra, Lega Nord compresa, che per nome del suo leader ministro Bossi ha cercato di “mettersi di traverso al lavoro parlamentare proponendo un testo al Consiglio dei Ministri il quale però lo ha rifiutato. Il testo del comitato ristretto, però, fa presumere il già annunciato, o meglio sussurrato, sgradimento del cosiddetto Centro cattolico della Casa delle libertà. Secondo, si presenta come un testo “chiuso”, congegnato in maniera giuridicamente coerente, e pertanto difficilmente emendabile più che tanto dalla stessa maggioranza, e quindi tanto più dall’opposizione. Al fine di arrivare alla riforma della legge Merlin, tali caratteristiche si riveleranno un pregio o un limite? Vedremo. E passo al testo che non analizzo articolo per articolo, ma classifico per punti, quelli più significativi.
Punto primo: le “case chiuse”. La gente è convinta, anche perché l’idea si è insediata nel senso comune come rappresentazione di qualsiasi struttura del sesso commerciale che verrà dopo la legge Merlin, che il centro-destra sarà l’artefice della tanto magnificata, o per converso tanto vituperata, “riapertura delle case chiuse” Ma non è così. I politici, gli intellettuali, i giornalisti, soprattutto di sinistra, che già parlano di “ritorno al passato”, dovrebbero calibrare le loro parole e non sottovalutare il fatto che le “private dimore” (Art.1, comma 3) in cui la prostituzione verrà relegata e consentita, non hanno tenutari nominati dalle Questure, non sono soggette a tassazione in quanto Case di Tolleranza e, soprattutto, non coincidono con la residenza delle persone prostitute che ci lavorano. Basta questo per togliere di mezzo qualsiasi amarcord da agitare come uno spauracchio. E’ vero però che, in continuità con la disciplina legale delle Case di Tolleranza vigente prima della legge Merlin e con la stessa legge Merlin, la cifra del Testo Pittelli è etica e statalista. Etica perché relega il lavoro di servizio sessuale nel limbo di un mestiere socialmente equivoco, moralmente vituperabile, senza dargli lo statuto di una professione liberale, statalista perché sottopone la prostituzione al controllo dello Stato che può così utilizzare i suoi apparati sia per dirigere il commercio sessuale nel suo insieme sia per sorvegliare in ogni loro movimento le persone prostitute.
Punto secondo: la prostituzione non è reato. Il testo del comitato ristretto non punisce la prostituzione di per sé, e quindi non è proibizionista, al pari della legge Merlin. Prostituirsi diventa reato quando lo scambio sesso con denaro si svolge nei luoghi pubblici o aperti al pubblico i quali sono vietati sia ai clienti sia alle persone prostitute.
Punto terzo: ci si può prostituire solo in casa propria e in tre. “Fuori dai casi di agevolazione, favoreggiamento ovvero sfruttamento della prostituzione, non è punibile il contestuale esercizio della prostituzione nella medesima abitazione da parte di tre persone.” Così recita il già citato Art.3, terzo comma che ho voluto riportare per intero perché è quello che compendia la filosofia della riforma.
Lasciamo fuori, per adesso, la questione delle “tre persone” e soffermiamoci sul fatto che il comma 3 vieta alle persone prostitute in casa propria (di proprietà o in affitto) di farsi “favoreggiare” o “agevolare”. Il favoreggiamento e l’agevolazione non sono trattati come fattispecie di reato da punire a sé stanti ma vengono equiparati allo sfruttamento: l’avverbio “ovvero” crea la sovrapposizione tra i due reati. Con conseguenze tanto paradossali quanto sottintese. Le tre prostitute (o prostituti) a casa propria potranno ingaggiare una donna delle pulizie? Potranno chiamare un idraulico ad aggiustare il lavandino? Potranno ricevere un amico, un amica per prendere un caffè assieme? O tutti costoro correranno il rischio di essere paragonati a sfruttatori? La seconda conseguenza (non paradossale ma voluta ed esplicita) è quella di non consentire alla persona che si prostituisce di affidarsi a un “mediatore” che l’aiuti nel proprio lavoro. Parlo di quelle figure professionali proprie di qualsiasi commercio, dal distributore di merci al P.R di un’azienda che procura conoscenze pubblicità clienti, figure che nel caso del commercio sessuale sono il gestore di un sexclub, di un massage parlour, di un Beauty-Center, di un albergo a ore, oppure il mediatore che introduce la persona prostituta in certi ambienti o le procura clienti. Poiché, in altre parole, il Testo Pittelli non rende leciti i proventi da prostituzione da parte di quella che nel linguaggio del diritto commerciale anglosassone si chiama la “terza parte”, esso fa ricadere le figure che operano nel mercato del sesso traendone un guadagno non necessariamente disonesto o estorto nella categoria degli sfruttatori. Non solo: limitando alle “private dimore” obbligatoriamente autogestite le strutture al chiuso in cui può svolgersi il commercio sessuale, si impedisce l’emersione legale di tutte quelle illegali che già ci sono o che ne nascano di nuove e legali. Ebbene: nessun paese europeo (tranne la Svezia proibizionista) arriva a tanto, a mettere fuori legge tout court tutte le variegate strutture del sesso commerciale e chi le gestisce. In Austria, dove vige un regime cui molto il testo del comitato ristretto si è ispirato, c’è una legge sulla prostituzione che la dichiara addirittura immorale (vecchia di non so quanti anni) a livello nazionali e tanti regolamenti prostituzionali pragmatici per quante sono le regioni. I regolamenti consentono possibilità che la legge vieta. I sex-clubs, o strutture consimili, ci sono e sono tollerati anche se non sono propriamente legali, il che va certamente a svantaggio delle persone prostitute che ci lavorano, le quali - pur dovendo iscriversi nei registri di polizia e sanitari – non possono stipulare con i loro datori di lavoro dei veri e propri contratti. Sulle persone prostitute viene esercitata così una doppia pressione: delle autorità di polizia e sanitarie e dei mediatori illegali, ma per lo meno il mercato del sesso non è così compresso come risulterebbe in Italia in base all’art.1, comma 3
Punto quarto: autogestione coatta. Nei bordelli casalinghi al massimo di tre persone l’autogestione del proprio lavoro da parte delle persone prostitute si configura come un obbligo, non come una possibilità, una scelta, un obbiettivo Così, oltre alle strutture del sesso e ai loro proprietari e gestori, diventano fuori legge anche tutta una serie di persone prostitute finora relativamente fuori dal mirino della repressione se non altro perché prevalentemente italiane: i gigolò che lavorano con un telefonino e a domicilio, le call-girls che più o meno fanno lo stesso, le “intrattenitrici” o “intrattenitori” (orribile neologismo, purtroppo già in uso) di svariati tipi di locali dove, fuori contratto, possono prestare servizi sessuali ai clienti. Senza contare che va fuori legge mezza Internet con i suoi tanti uomini, donne, transessuali, travestiti e quant’altro che si costruiscono il proprio sito, mettono il proprio annuncio su un sito altrui, commerciale o gratuito, e si procurano le loro marchette virtuali (via web-cam) o reali (via posta e appuntamento). Risulta così chiarissimo che il testo Pittelli è congegnato per deprimere il mercato del sesso commerciale (a danno non solo delle persone prostitute, ma anche dei clienti) e per ridurlo alla sola categoria del bordello. Minuscolo però e quasi occulto. Aggiunge infatti l’Art.6 : E’ vietata qualsiasi forma di pubblicità in favore della prostituzione e di persone che la esercitano o di luoghi dove è esercitata la prostituzione. E’ come se un negoziante non potesse segnalare la sua presenza con un’insegna e venisse obbligato a tenere nella sua bottega solo tre modelli di blue jeans, per ragioni morali tipo no global, anticonsumiste e antimercantili. Nell’obbligo “non più di tre” e in quello “niente pubblicità” va infatti ravvisato il retropensiero etico che ammette l’esistenza del bordello a patto di non ammetterlo. Le tre persone che ci lavorano non possono essere unite da interessi commerciali, utilitaristici, bensì solo da vincoli di solidarietà. Solidarietà per legge, e obbligo ad andare d’amore e d’accordo senza mai litigare. Se una se ne vuole andare da un’altra parte non può farlo come tutti i comuni mortali prendendo le sue cose e via, ma passando per la Questura per trasferirsi in un’altra “privata dimora”. E se non la trova?
E a proposito del magico (si fa per dire) numero tre: Nella proposta al Consiglio dei Ministri di Umberto Bossi, il quale evidentemente non è stato dalla vecchia idea della ex ministra diessina Livia Turco delle “cooperative”, non v’erano limiti al numero di persone che possono esercitare in una casa. Né si parlava di favoreggiamento, di agevolazione e di divieto di pubblicità, pur non mancando l’obbligo alla solidarietà coatta tra le…. da tre a mille e una. Immaginate il putiferio? Un bordello di, mettiamo, venti persone, senza organizzazione, senza gerarchia, senza inservienti, senza portiere, senza bar, senza musica, senza spettacoli: praticamente una casa di punizione invece di una casa di perdizione.
Ma torniamo al testo del comitato ristretto e ad un’ultima deduzione: esso non dice dove le case non possono essere ubicate. Quindi presumibilmente ovunque. Questa a mio avviso è una scelta apparentemente liberale ma in realtà pericolosa. Lasciare l’ubicazione libera delle “private dimore” è come liberalizzarle dappertutto il che alla fine può rovesciarsi nel suo contrario: proibire dappertutto. Non vi è infatti, nel testo, alcun accenno alla possibilità di zonizzare la prostituzione, per creare un milieu omogeneo, non necessariamente malfamato e ghettizzato, dove consentire anche una prostituzione di strada che non dia fastidio a coloro che né vendono né comprano sesso. Perché? Presumo per evitare di adombrare la parola sgradita al palato dei politici italiani dei “quartieri a luci rosse”.
Punto quinto: Divieto della prostituzione di strada. La persona prostituta che esercita in “luogo pubblico o aperto al pubblico” (Internet è pubblica o privata? Bel quesito!) viene punita con il carcere. Fino a tre anni e sei mesi Il cliente, invece, viene punito con una multa da 1000,00 a 3000,00 Euro. Lasciamo perdere il fatto che la differenza di trattamento viola la norma non scritta, un tantino politically correct, della par condicio tra i due soggetti dello scambio sessuale, il carcere fino a tre anni e sei mesi alle persone prostitute mi sembra un eccesso punizionista, al limite dell’accanimento terapeutico per inculcare il principio della criminalizzazione di chi si prostituisce e per rendere un inferno la vita di queste creature.
Punto sesto: altri obblighi per le persone prostitute. E quindi altre sanzioni se gli obblighi vengono violati: obbligo di schedatura di polizia per esercitare e di quella sanitaria, per iniziare ad esercitare e per poi proseguire. Entrambi mettono in moto una pletora di burocrazia, il che non è mai positivo. Senza contare che violano i divieti di schedatura e registrazione contenuti nelle normative internazionali sulla prostituzione, anche se esse, ormai, sono poco più che carta straccia. Quanto alla schedatura sanitaria, mi sembra che il legislatore italiano stia andando controcorrente rispetto alle decisioni più recenti della maggior parte dei paesi europei che non lo prevedono o lo hanno recentemente abolito. Non trovo il controllo sanitario di per sé particolarmente discriminante per le persone prostitute, anche se l’obbligo è sgradevole, quanto discriminante per quelle che non lo sono, le quali non godono dello stesso impegno da parte del Servizio Sanitario Nazionale in quanto a programmazione obbligatoria di visite e accertamenti (test dell’Aids, visite e analisi gino-andrologiche) ogni tre mesi. Se consideriamo che la popolazione con comportamenti sessuali a rischio è ben più ampia della categoria delle persone prostitute e dei loro clienti, e in più è ben più ignorante nelle misure di prevenzione e pigra negli accertamenti, il controllo sanitario obbligatorio delle persone prostitute rischia di non assicurare quella sicurezza della pubblica salute che si prefigge. Dati recentissimi del Centro operativo Aids dell’Istituto superiore di sanità parlano di 936 di Aids nei primi sei mesi di quest’anno. Sono molti e la maggior parte hanno avuto origine da rapporti sessuali non protetti tra persone di ambo i sessi soprattutto nella fascia d’età tra i 25 e i 39 anni.
La schedatura presso le questure delle persone prostitute, invece, mi sembra molto pesante per chi la subisce. Rappresenta la versione “dura” che risponde all’esigenza “morbida”, insita nella prospettiva della legalizzazione della prostituzione, di fornire di licenza commerciale, o l’iscrizione ad un albo, tutti coloro che sono titolari di un esercizio pubblico o di una professione. La schedatura poliziesca, però, allude ad un’ingerenza coercitiva dello Stato nella vita, oltre che nel lavoro, delle persone che si prostituiscono qualificandole tra quelle che, per non essere fuori legge, vanno tenute perennemente sotto il tallone della legge.

Punto settimo: le persone prostitute pagheranno le tasse? Il punto interrogativo è d’obbligo, anche se nel Testo c’è l’articolo che prevede l’obbligo di pagare gli oneri sanitari e previdenziali e le imposte sul reddito prodotto e si demanda al ministro del lavoro e delle politiche sociali il compito di emanare l’apposito regolamento, entro due mesi dall’approvazione della legge. In che tempi reali e con che metodo?
Punto ottavo: Pene più alte per il reato di sfruttamento. Ed inoltre la previsione dell’associazione a delinquere a scopo di sfruttamento sessuale. Lo sfruttatore (punibile da 4 a 10 anni) è colui che “induce, determina anche mediante inganno o costringe con violenza o con abuso di una situazione di necessità una persona a prostituirsi o a continuare a prostituirsi al fine di trarne profitto”. Un po’ pleonastico. Altrimenti nulla da eccepire.

Ro.Ta.








> Azioni politiche
Altre pratiche vengono portate avanti da vari gruppi di femministe, operatori laici e cattolici, Cgil. Citiamo intanto il Comitato per i diritti delle prostitute, che lavora insieme al Social Forum di Bologna.

> Social Forum

> Da leggere
Il saggio qui riportato (La legge in un bordello)è tratto dalla rivista "Dike", bimestrale dell' Eurispes sulla Giustizia e la Società, numero 3, pp.216, euro 16,33

> Sito Eurispes