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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

20 agosto 2006
La tragedia di Hina, la libertà femminile
e la possibilità di convivere tra diversi

L’orrendo omicidio di Hina, la ragazza pakistana uccisa dal padre con la probabile complicità di altri parenti maschi , è il tipico caso di una tragedia personale e familiare che diventa detonatore di interrogativi e ansie che attraversano il senso comune

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19 luglio 2006
Uganda, quando le donne
si liberano dalla servitù del marciapiede
Kampala
«Rivolgersi a Dio? Ci mette troppo tempo a cambiare le cose. La prostituzione mi permetteva invece di guadagnare facilmente e senza grosse competenze».
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14 agosto 2006
Al mare senza il velo
A Rimini porzioni di arenile riservate alle signore velate che cosi’ possono fare il bagno senza violare i limiti imposti dal corano.
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30 luglio 2006
Donne in politica: paura del conflitto
(e di essere se stesse)

Chi ricorda i clamori che hanno circondato l’insediamento del Governo Prodi? Non ha mantenuto le promesse, si era detto in molti, donne e uomini: dove sono tutte le donne che aveva garantito di portare al governo?

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19 luglio 2006
Sono desiderabili nuovi partiti a sinistra?
Sono passati alcuni mesi dal voto e forse è già il tempo di farsi qualche domanda sul futuro della maggioranza che vede per la prima volta unite al governo intorno a un programma comune (per quanta ironia si sia fatta sulla sua prolissità) tutte le sinistre politiche esistenti in Italia.
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20 giugno 2006
Documenti sul referendum
costituzionale confermativo
Pubblichiamo qui di seguito alcuni documenti che ci sono stati inviati sulla scelta aperta con il referendum confermativo sulla riforma della seconda parte della Costituzione approvata a maggioranza dal centrodestra.
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24 maggio 2006
Emily va in città
(10 punti - e più - per viverci meglio)
Questo è il lavoro portato avanti da alcune donne dentro e intorno all’associazione Emily: un insieme di proposte aperte – dieci elementi - da sottoporre a discussione e da integrare.
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19 maggio 2006
Deluse dal governo Prodi
Ma siamo pronte al conflitto con gli uomini?
Sono sei, le ministre del governo Prodi. Donne di valore, Livia Turco, Giovanna Melandri, Barbara Pollastrini, Linda Lanzillotta, Rosi Bindi, Emma Bonino, che non hanno avuto, non tutte, un incarico di peso.

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13 maggio 2006
Auguri al presidente Napolitano
Dopo il fattore k sparirà il fattore kd?
Massimo D'Alema avrebbe detto (lo fece un po' avventatamente al tempo della Bicamerale, lo avrà fatto più saggiamente adesso?) "ex malo bonum".

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30 aprile 2006
Emily: le donne nella nuova fase politica
I conti in Parlamento e la sfida delle città

Pubblichiamo la relazione - a cura di Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi - tenuta all’incontro nazionale dell’associazione Emily il 27 di aprile al Buon Pastore, la Casa Internazionale delle donnedi Roma

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27 aprile 2006
Camere senza vista
‘L’Italia è in una situazione politica preoccupante’. L’aggettivo ‘preoccupante’, condannato alla progressione dall’originaria natura participiale, si pone di fronte agli italiani ‘inermi’ come una domanda continua.

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13 aprile 2006
Preferisco questo risultato
E' una prova della verità per tutti
Il Riformista ha titolato mercoledì 12 aprile: il Cavaliere prova a fare la Cancelliera. Alludendo a Angela Merkel e alla proposta di Berlusconi di imitare la Germania varando una “grossa coalizione” per governare un paese uscito spaccato a metà dal voto.
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31 marzo 2006
Vogliamo più candidate
Ma che cosa vogliamo dalla democrazia?
La Fondazione Marisa Bellisario ha condotto un’indagine sulla presenza delle donne in tv all’interno delle tribune elettorali e nei dibattiti politici denunciando un "oscuramento televisivo di candidate e giornaliste"

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1 marzo 2006
Le vignette contro Maometto?
Un' Europa forte chiederebbe scusa

Sarà perché sono particolarmente sensibile all’uso che nelle riviste, nelle vignette oppure nei fumetti porno viene fatto del corpo femminile, ma non mi convince la rivendicazione della libertà di espressione rispetto alle vignette satiriche danesi. Con due interventi di Alberto Leiss e Aldo Tortorella
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9 febbraio 2006
Donne in carriera politica?
Vivamente sconsigliato alle "mogli di..."

Potrei arrampicarmi, come un agile indigeno, sul banano più alto (ma dove lo trovo questo banano?) e poi lanciarmi nel vuoto.
Il giallo delle quote rosa fantasma
La vicenda delle "quote rosa" si è conclusa, a quanto pare, in forma paradossale.
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26 gennaio 2005
Gerusalemme.
Una madre terra, due figli prediletti

Le donne arabe che vivono in Israele e che hanno sposato mariti poligami non vedono riconosciuto il loro status di mogli – essendo la poligamia vietata

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16 gennaio 2005
Un sabato a Milano
La mia giornata milanese, sabato 14 gennaio, è cominciata con un breve incontro di lavoro nella sede di una piccola società di marketing che si chiama “LaboDif”.
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8 dicembre 2005
Di padre in figlio
Nel corso della settimana appena trascorsa abbiamo assistito a prove tecniche di nuovo governo.
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25 novembre 2005
Ti picchio così ti cancello
La violenza sulle donne è oggi l’unico dato che accomuna gli uomini del pianeta...

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7 novembre 2005
Al Parlamento e ai partiti: legge elettorale
e programmi non rimuovano la forza femminile

Siamo stanche, e stanchi, del sentimento di desolazione che proviamo di fronte alla parata dei politici, tutti e sempre maschi, che si autorappresenta dovunque.
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30 ottobre 2005
Primarie, quote, liste di sole donne
Si annuncia la “riscossa rosa” in Parlamento?

Il Parlamento che uscirà in aprile dalle elezioni del 2006 avrà un numero di donne come l’attuale, cioè minimo? Si interrogano le donne riunite dall’associazione Emily

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24 ottobre 2005
Per le donne né 50, né 30, né 25 per cento
L'equazione misogina dei franchi onorevoli
Perché l'emendamento del governo, sulle “quote rosa“ non è stato votato dall'opposizione? Qualche giorno fa titolava Liberazione, il giornale di Rifondazione comunista: “La maggioranza cancella le donne dal Parlamento“.

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7 ottobre 2005
Perchè, io donna, dovrei appassionarmi
a queste maldestre primarie?
In questa fase, che per comodità e a rischio di banalizzare, chiamerei di transizione, sono entrate nel frullatore della politica “le questioni eticamente sensibili“
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29 settembre 2005
Via Quaranta e i dubbi dell’istruzione
Il 21 settembre il presidente della Repubblica ha invitato gli studenti italiani a declinare la logica dell’accoglienza nel corso dell’anno scolastico appena iniziato.

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29 luglio 2005
La ripresa del Burundi
Quando arriva nel seggio una gran folla le si fa incontro, felice di poterle stringerle la mano. Un vecchio mi sussurra all’orecchio di non avvicinarla, perché si è decolorata i capelli e fuma in pubblico.
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29 luglio 2005
Romana, Piera, Francesca, Alfonsina, Faustai
Le primarie dell’Unione sono già aperte. Le primarie dell’Unione sono già chiuse.... Con interventi di Bia Sarasini, Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, Marina Terragni.

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26 luglio 2005
Dopo le bombe. Apologia dolce del fatalismo
I nemici tra noi. Un "paki" nel Deserto della solitudine
Tre interventi di Letizia Paolozzi e Bia Sarasini su noi e il mondo dopo gli attentati di Londra
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25 giugno 2005
Imparare da una donna
La nostra condizione attuale fa sì che le donne possano vivere anche senza uomini, il che rovina tutto.
Immanuel Kant
….
Una donna africana siede in alto e fa lezione. Più in basso, di fronte a lei, la ascolta rispettosamente un re, circondato da dottori della religione islamica.
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20 giungo 2005
Un funerale con saluti a braccia tese
Un commosso saluto di molti amici venuti da tutta Italia: Così il tg1 delle 13 di venerdì 17 giugno ha definito l’adunanza dei molti che hanno approfittato della morte del giovane barista di Varese, ucciso pochi giorni prima in una rissa che ha visti coinvolti due albanesi.
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4 giugno 2005
Tutta l'Africa è paese
La settimana ricca di appuntamenti della rassegna ItaliaAfrica voluta a Roma da Walter Veltroni si è chiusa con il grande concerto di Piazza del Popolo sabato 28 giugno

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28 maggio 2005
L'azzardo della lista rosa
E' appena uscito dall'editore Guida di Napoli il libro di Letizia Paolozzi "La passione di Emily e l'azzardo della lista rosa".

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7 maggio 2005

Resistenze violente e non
«Non c’è una via per la pace. La pace è la via». Sono parole di Thic Nath Hanh, il monaco vietnamita buddista zen che durante la guerra del VietNam diede vita al movimento di resistenza non-violenta dei”Piccoli corpi di pace”.

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2 aprile 2005
Ci piace la politica di Alessandra?
Per giudicare non basta l'antifascismo

E adesso che abbiamo visto su Rai3 l’unico confronto televisivo con il governatore del Lazio, il suo antagonista e Alessandra Mussolini
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2 marzo 2005
Da Pechino a New York
Quando un essere umano rischia di precipitare gli si tende una rete per evitare che finisca male.

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13 febbraio 2005
Le primarie? Non buttiamole

Vorrei che il discorso sulle primarie andasse avanti. E non fosse inghiottito dalla opacità che di solito avvolge le proposte politiche che non piacciono.
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4 novembre 2004
Buttiglione e il fantasma anticattolico

Un nuovo fantasma si aggira per l’Europa: il pregiudizio anticristiano, anticattolico. Questione quanto mai confusa, di difficile dipanamento. Qualche proposta di riflessione
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14 ottobre 2004
Afghanistan, il voto velato
Non condivido la gioia di chi ha esultato per le recenti elezioni in Afghanistan, soprattutto per ciò che ha riguardato le elettrici.
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30 settembre 2004
Donne che amano quello che fanno
Si sono tolte il velo, hanno sorriso, appena liberate. Quando sono scese dall’aereo, sorridenti, si sono prese per mano, in mezzo alla piccola folla che le circondava.
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22 settembre 2004
Che cosa vuole veramente un uomo?
Si sa che Freud a un certo punto si domandò: che cosa vuole veramente una donna? E che non seppe trovare risposta. Credo che oggi la domanda decisiva sia: che cosa vuole veramente un uomo?

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19 agosto 2004
Usa, adotta una famiglia
Le donne single con figli a carico non saranno più sole: con loro da qualche tempo c’e John Kerry, il candidato democratico
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30 luglio 2004
L’occhio attento del Sudafrica
Due donne si guardano con tenerezza carezzando l’una il volto dell’altra
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30 giugno 2004
Donne in lista e desiderio di politica
Qualcosa è successo
Conclusi i ballottaggi, una come me, attenta a ciò che accade alle donne, si domanda se, appunto, le mie sorelle di sesso siano state votate.
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26 maggio
Una scommessa con molti fantasmi
Non c’è nulla di particolarmente originale - per chi consideri la legge sulla procreazione assistita sbagliata - nell’aver firmato il referendum dei radicali
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21 maggio 2004
"Le donne arabe si muovono, le italiane no"
Emma Bonino: non snobbate il referendum

Qualche giorno fa i Radicali hanno ripercorso i trent’anni trascorsi dalla vittoria del referendum per confermare la legge sul divorzio.

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16 maggio 2004
Ficcare il naso in Indonesia
Oltre un mese dopo le elezioni, sono stati resi noti i risultati del voto in Indonesia: ha vinto con il 21.58% il partito Golkar dell’ex dittatore Suharto

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12 maggio 2004
La lista rosa a Napoli
La crisi a Castellammare
Tre articoli di Letizia Paolozzi con una intervista al sindaco di Pomigliano d'Arco
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28 marzo 2004
Ritrovare la forza di una laicità viva
Essere di cultura musulmana e contro la misoginia, l’omofobia, l’antisemitismo e l’islam politico
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12 febbraio 2004
Chi ha paura del “listone rosa“
Da quasi due mesi, uno degli argomenti in discussione nel ceto politico-giornalistico del Mezzogiorno) è la Lista Emily-Napoli. Lista di donne che non esclude di scendere in campo alle prossime elezioni provinciali.
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11 febbraio 2004
Violenza, sinistra e "natura umana"
Fausto Bertinotti ha avuto il merito di riaprire la discussione a sinistra – soprattutto nella sinistra che si pensa come più radicale e “alternativa” – sul valore fondante della “non violenza”. Forse lo ha fatto con un metodo un po’ “violento”
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29 gennaio 2004
Da Sana'a l'idea di una democrazia
che si afferma con il tempo delle donne
Perché mi è parsa interessante la conferenza di Sana’a, voluta fortissimamente da Emma Bonino, organizzata da “Non c’è pace senza giustizia“ e dal governo dello Yemen?
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18 dicembre 2003
La figlia di Saddam
e la moglie dell'Imam
Delle tante cose dette intorno alla cattura di Saddam nulla è più incisivo di quelle immagini mute che sono state replicate tante volte in tv
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4 dicembre 2003
Radicali a congresso: il carisma di Emma
ma niente donne in direzione

Pubblichiamo un articolo di Letizia Paolozzi uscito sul mensile "Le ragioni del socialismo"

Nelle viscere dell’Ergife si è tenuto il secondo congresso nazionale dei radicali italiani.
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25 ottobre 2003
Bassolino: guai a diventare
ospiti fissi nel salotto di Vespa
Deve fare la sua testimonianza al corso di formazione di Emily, Napoli, sulla comunicazione politica.
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11 agosto-15 settembre 2003
Cercate la donna. A Castellammare
“Scandalo“ in Campania: la sindaca Ersilia Salvato chiama Anna Maria Carloni nella sua Giunta. Per le capacità di Anna Maria o/e perché è la compagna di Antonio Bassolino? Interventi e interviste di Alberto Leiss, Franca Chiaromonte, Letizia Paolozzi e Bia Sarasini

6 agosto 2003
Giustizia per la Città
Il caso Mambro e Fioravanti
Lavoravo all’“ Unità“ e per quel giornale, allora diretto da Walter Veltroni, avevo intervistato Francesca Mambro.
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21 luglio 2003
Tra "kamikaze" della politica
e orfane delle pari opportunità

Accosto segnali diversi, dei quali però vale la pena di discutere
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16 luglio 2003
Veltroni tra dolore e musica
Un'altra idea di politica?
Parla di sofferenza e di mancanza. Conosce bene il potere di media. Gli piace il jazz. Ha una cultura pop-americana. E' un politico di professione. Il sindaco di Roma sotto la lente di ingrandimento di Letizia Paolozzi, Bia Sarasini, Franca Chiaromonte, Lanfranco Caminiti e Alberto Leiss
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16 giugno 2003
Se lui e lei vogliono provare
a dare un'anima alla politica
Mentre si torna a discutere sullo stato delle relazioni tra donne e uomini, da Asolo arriva qualche novità
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13 giugno 2003
Cosa significano "sì" e "no" nella guerra dei sessi?
Letizia Paolozzi
recensisce il libro di Elisabeth Badinter che ha riacceso il dibattito sui rapporti tra i sessi, e invita gli uomini a imitare la "leggerezza" di Beckham. Le risponde Bianca Pomeranzi: le donne tra partiti e movimenti provino a parlarsi. Al seminario della Società delle Letterate, quasi "stati generali" del femminismo italiano. (Monica Luongo). Un numero della rivista "Posse" sul "divenire-donna della politica". Scalfari esorta le giovani donne a lottare contro la violenza del potere (Alberto Leiss).
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2 maggio 2003
Torna la "questione meridionale", ma a sesso unico
Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi recensiscono i libri di Isaia Sales, Gianfranco Viesti e Vincenzo Moretti sulla situazione nelle regioni del Sud dopo le politiche del centrosinistra. Un dato comune è la rimozione, o quasi, della realtà e dei desideri delle donne nel Sud. Vincenzo Moretti risponde a Letizia e Franca riconoscendo la "svista".
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8 aprile 2003
Come l'amore per la bellezza
salva le città brutte e degradate

“Le forme intorno a noi e la relazione di differenza” sono i temi della discussione di donne e alcuni uomini
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31 marzo 2003
Il “no“ alla guerra di Libération nel segno di Starck: l'intelligenza è femminile
Philippe Starck, che espone fino al 12 maggio al Centro Pompidou a Parigi, ha ridisegnato e impaginato il quotidiano francese Libération dell’11 marzo. Il suo è un intervento "funzionalista post-freudiano", dice
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22 marzo 2003
Rimandare, rimandare, rimandare?
Sulla guerra idee e parole, non solo "azioni"
Le assise delle donne Ds sono state rinviate "a data da destinarsi". Hanno spiegato : perché piovono missili sull’Iraq“
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26 febbraio 2003
Contro istituzioni monosex non valgono
le "quote", ma il desiderio femminile
"Un partito di solo maschi capirà cosa milioni di elettrici vogliono da scuola, welfare, dinamica sociale?"
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20 febbraio 2003
Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"
Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
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4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
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19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
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> 2 settembre 2006


Il "silenzio delle femministe"
e la schizofrenia di uomini e media


Se la bordata di articoli che criticano “il silenzio delle femministe“ continua, tra poco lo stupro, la violenza, il disprezzo del corpo e della mente femminile dipenderanno dalle donne che non sono scese in piazza. Le femministe “storiche“ (l’aggettivo garantisce l’appartenenza alle buone annate, come succede per certi tipi di vino), per dimostrare di essere tali, dovrebbero tirare fuori la vecchia divisa da guardie rosa e manifestare, manifestare, manifestare. Vedo già qualche amica, da Bologna, annunciare una prossima manifestazione anti-violenza.
Ora è vero che le manifestazioni hanno una storia antica, nobilissima: quella del movimento operaio. Non sono però sicura che seguire le orme dei metalmeccanici sia l’unica strada che abbiamo a disposizione. Possibile che non esista un’altra pratica politica se non quella del corteo, striscione, slogan, volantino?
Tuttavia “il silenzio delle femministe“ non è solo un modo di alleggerire le pagine dei giornali appesantite dalla diatriba tra spalmatori e rigoristi di fronte alla prossima Finanziaria. In effetti, nasconde un’ambivalenza interessante.
Da un lato lo schieramento di fustigatori (e fustigatrici) vuole a tutti i costi la tangibile testimonianza movimentista e femminista, dall’altro esprime proprio la difficoltà di dare un senso a ciò che accade. Non solo nel rapporto tra i sessi. Ma in una realtà più ampia. E allora, in modo contorto, ci si rivolge alle donne: Con la parola femminile avete prodotto cambiamenti, modificazioni, effetti politici e sociali? Adesso rispondete al fatto che gli uomini continuano a tradurre il sesso in una malattia rabbiosa e crudele.
Non di tutti gli uomini si tratta, ovviamente. E nemmeno solo di stranieri. Lasciamo perdere le statistiche. La scena si svolge il più delle volte tra le pareti domestiche. Oppure, in una cascina, in un garage. In una strada buia. Per semplificare, lei è la vittima, lui: italiano o extracomunitario, il carnefice.
Ma inspiegabilmente, ciò che avviene – l’irruzione della morte – è considerato problema tutto e solo delle donne. Anzi, delle “femministe storiche“. Gli uomini “buoni“, per i quali lo stupro è un gesto arcaico e primitivo, chiedono al sesso femminile di scendere in piazza; tanto loro hanno a portata di mano la legge. La soluzione rappresentata dalla legge.
Temo che siano troppo fiduciosi.
Quando il ministro Giuliano Amato pensa di chiedere alla Consulta islamica di sottoscrivere una Carta dei valori, sa bene che esistono interpretazioni estreme della sharia. Interpretazioni misogine e fanatiche. D’altronde, tra tradizione culturale, consuetudine, prassi e principi religiosi la separazione spesso non è così netta e finisce per escludere, soprattutto per le donne (e per i giovani), qualsiasi gesto di autonomia, di scelta attiva.
“Bisognerebbe capire come è la vita di noi donne musulmane. Attenzione, io non rinnego la mia religione. Io credo nell’Islam. Ma fede a parte, a causa della testa dei nostri uomini, tante extracomunitarie, anche donne molto più grandi di me, vivono soggiogate soffocate da padri, mariti, fratelli“ dice Maha (sul Corriere della Sera del 31 agosto), la ragazza tunisina segregata a Palermo dalla famiglia.
Ora, le comunità extracomunitarie sono quasi sempre dirette da uomini. Sapranno questi uomini, questi “leaders politici“ dell’esistenza delle donne? Il ministro Amato ci ha rassicurate: bisogna che la richiesta di cittadinanza sia accompagnata da un impegno al “rispetto delle donne”. Evidentemente non basta che il nuovo cittadino straniero giuri sulla nostra Costituzione.
Da parte maschile, però, resta una singolare schizofrenia e afasia: un uomo tanto sensibile come il ministro dell’Interno, quando scrive (su Repubblica) dell’avvenire del “socialismo” e della sinistra non ritiene di dedicare nemmeno una parola al ruolo della donna e al conflitto tra i sessi.
E noi donne? Torneremo forse a manifestare. Ma sulla violenza sessuale, che ora si tinge di insidiose variazioni etniche e religiose, che non è facile né giusto rimuovere, sarà di nuovo la nostra capacità di parola a pesare. Voglio uscire di casa alla sera senza paura. Spero nel taxi rosa e nelle strade illuminate. Non dimentico il lavoro prezioso che – in “silenzio” – da anni fanno tanti centri antiviolenza che le donne organizzano in tutte le nostre città. Forse è persino giusto – lo chiedono associazioni come Emily – che i Comuni e lo Stato partecipino come parte civile nei processi per delitti che offendono direttamente la convivenza civile. Meno mi convince – lo ha proposto anche la ministra Barbara Pollastrini – l’inasprimento delle pene.
Tuttavia dobbiamo anche interrogarci se la brutalità maschile non sia, per caso, una reazione alla potenza del corpo femminile, con e senza veli.

Letizia Paolozzi





Il “boia domestico” non ha patria

di Lea Melandri - articolo pubblicato da "Liberazione"

Nel gennaio 2000, in una frazione di Cesena, in Romagna, Massimo Predi uccise a martellate l’intera famiglia, madre, padre, moglie e figlia, e gettò i cadaveri dentro un pozzo artesiano nel cortile di casa. L’innamoramento per una giovane ragazza slava, il sogno di un’ “altra” vita all’estero, l’avevano spinto a cancellare ogni traccia del suo passato, a “rimuoverlo” -in senso letterale- nel sottosuolo della casa. Quando fu fermato alla stazione di Bari, ai carabinieri che l’avevano riconosciuto rispose: “Sono un rumeno”. Nessun giornale sottolineò il fatto che fosse romagnolo, né si preoccupò di fare un qualche riferimento all’idea di famiglia che vige in quella regione, né sembrò sorprendente che la “straniera” o lo “straniero” in quel caso non fossero sinonimo di povertà, arretratezza, tradizionalismo, ma, al contrario, illusione di libertà e piaceri sconosciuti alle ristrettezze del proprio ambiente famigliare.
Se è vero, come si apprende dalle inchieste su scala mondiale, che la prima causa di morte delle donne è l’omicidio per mano di padri, mariti, fratelli, figli, amanti, vuol dire che il “boia domestico” non abita di preferenza in questo o quel paese, ma è per così dire di casa in ogni tempo e luogo. Inoltre, si può pensare che non sia solo l’ “onore” ferito dei suoi convincimenti virili, etici e religiosi, ad armargli la mano, ma anche il suo contrario: il desiderio di liberarsene. Gli uomini dunque uccidono, uccidono preferibilmente o coattivamente le donne, e questo, come si sa, è solo il traguardo estremo di una serie variegata di altre violenze per la maggior parte domestiche. Uccidono, in alcuni Paesi e culture, per ottemperanza a una legislazione arcaica desunta dalla lettura più o meno ortodossa dei testi sacri della loro religione, in altri, invece, in dispregio di tutte le leggi e i diritti acquisiti dagli Stati a cui appartengono. Uccidono sotto le dittature e sotto i governi democratici, nell’Occidente emancipato da remoti vincoli tribali e in Paesi già decimati da povertà e guerre. Uccidono per odio o amore, per affermare il loro potere o per sfuggire all’impotenza, per dare un segno di fedeltà a un ideale comunitario condiviso o per dimostrare che possono farne a meno.
Delitti di questo genere in Italia sono pressoché quotidiani, e i protagonisti finora sono stati indifferentemente connazionali e immigrati, evidenti spesso anche le analogie sia per quanto riguarda il movente che la messa in atto. Allora come mai il caso di Hina ha assunto una così grande rilevanza da interessare opinionisti, intellettuali, e da ultimo anche le maggiori istituzioni politiche: il ministro dell’Interno Amato, il premier Prodi, il Ministero delle Pari Opportunità? Dopo l’arresto a Londra, l’11 luglio 2006, di presunti terroristi britannici di origine pachistana, i giornali si sono riempiti di biografie di giovani nati e cresciuti in Europa, ma affiliati per odio contro l’Occidente al più agguerrito fondamentalismo islamico, un nemico insidioso proprio perché invisibile, apparentemente integrato, straniero alla sua stessa comunità. Il “kamikaze occidentale” -nella interessante descrizione che ne fa Enzo Guolo su La Repubblica (12 agosto 2006)- è l’esatto opposto di Hina, la ragazza pachistana uccisa dal padre per aver assunto le abitudini e le libertà delle donne italiane. Ribelle, per non dover elaborare “il lutto di una originaria comunità in versione islamista”, che vorrebbe rifondare, il giovane suicida-omicida, con la sua disponibilità alla morte, si va a collocare in un punto cruciale dello scontro Islam-Occidente, che alcuni vorrebbero cristallizzare nel binomio vita-morte, civiltà-barbarie. Sullo stesso snodo, che oggi rischia di precipitare la nostra società in un cerchio senza uscita di ritorsioni, umori razzisti, pulsioni distruttive, Hina diventa a sua volta un “simbolo”: della segregazione che subiscono le donne straniere nelle loro famiglie e comunità di origine, oggi residenti in Italia, e di tutte le donne che ancora “non hanno il coraggio di ribellarsi e di amare”, come ha detto la ministra Barbara Pollastrini.
L’omicidio di Brescia è caduto dunque in un contesto di paura e ostilità crescente -verso gli immigrati mussulmani, pakistani in particolare-, che non chiedeva altro che trovare conferma. Era inevitabile che la tragedia di Sarezzo, pur sempre cresciuta all’interno di una determinata situazione famigliare -che non può essere appiattita sulla comunità di appartenenza-, e legata a persone, singoli individui, con le loro storie uniche, irriducibili ai condizionamenti culturali e sociali, trasmigrasse, per così dire, nel gran calderone delle questioni che turbano i sonni della nostra società: prima fra tutte, la presenza crescente di immigrati e il riacutizzarsi dell’antico riflesso, oggi da molti alimentato ad arte, che vede in ogni straniero un nemico; ma anche le politiche che il nuovo governo si accinge a promuovere per favorire processi di integrazione e di più armoniosa convivenza. E’ proprio questa amplificazione, cresciuta sull’onda emotiva e irrazionale purtroppo predominante nella parte più conservatrice e bellicosa del Paese, a produrre travisamenti, conclusioni affrettate, accostamenti discutibili e risposte preoccupanti. Dietro richiesta del Ministero delle Pari Opportunità, intervengono Amato e Prodi, e l’assassinio di Hina si avvia, sia pure tra ostacoli e ambiguità, a diventare un caso dello Stato italiano, chiamato a presentarsi come parte civile nel processo di Brescia. Giustamente qualcuno ha fatto osservare quanto sia delicato “configurare un interesse dello Stato a costituirsi come parte lesa in un processo nato dal fondamentalismo religioso”.
Se la morte di Hina parla di un potere e di una violenza maschile che attraversano lingue e culture diverse, a cui le religioni storiche hanno dato di volta in volta norme e rituali destinati a radicarsi nel senso e nella morale comune, perché ancorarla così vistosamente a quell’assillo che sta diventando per l’Europa la “questione islamica”, associata ormai irresponsabilmente da più parti al terrorismo, alla barbarie, a quello che c’è di animalesco nella specie umana? Sono d’accordo con Adriano Sofri che il riconoscimento delle donne “è oggi la posta prima tra diversi modi di vita” che si trovano a convivere nello stesso Paese, sotto le stesse leggi (Il Foglio 18 agosto 2006), ma perché chiedere agli immigrati di sottoscrivere una specie di “patto d’onore” che li impegni a riconoscere diritti e libertà delle donne, quando così platealmente se ne scordano i nostri connazionali, vissuti qui per generazioni? Perché non dire che c’è una parentela tra la legge barbara che punisce con la morte la donna che “consuma” rapporti sessuali prima del matrimonio, e l’ombra di “peccato” che la Chiesa cattolica continua a far cadere su comportamenti analoghi, un retropensiero inculcato nel sentire comune e che non ha mai smesso di convivere col suo volto trasgressivo, quale è l’immagine del femminile e della sessualità nei media?
La discriminazione, lo sfruttamento, le molteplici forme di violenza che subiscono ancora le donne, parlano una lingua universale, e se sembrano talvolta “altre”, straniere tra loro, è solo per una sfasatura di tempi, di “emancipazione” -quel “ritardo” o “avanzamento” per cui il “delitto d’onore”, oggi giustamente deprecato per l’omicidio di Brescia, ha smesso di costituire un’ attenuante nei tribunali italiani solo trent’anni fa. Intervenire repressivamente, prolungando di anni l’attesa della cittadinanza per gli immigrati, vincolandola a obblighi formali di rispetto per i nostri valori e diritti sulla base magari di un test, come ha fatto lo Stato tedesco di Baden Wùrttember, oltre a essere un provvedimento di buone intenzioni ma inefficace, risulta soprattutto fuorviante per un problema che riguarda prioritariamente l’educazione, la formazione dell’individuo, le relazioni sociali, il confronto delle esperienze, l’allenamento quotidiano alla reciprocità, la conoscenza di ciò che ci rende differenti e simili al tempo stesso a tutti gli altri.
Di fronte al disagio che sta lievitando in una delicata fase di mutazione dell’Occidente, sembra che l’unica strada praticabile sia quella di “tutelare”, “monitorare”: tenere tutto sotto controllo, accumulare dati, statistiche, rapporti che finiranno regolarmente negli archivi -dopo aver rassicurato i lettori dei giornali-, salvaguardare un’immagine di ordine alzando barriere, imponendo agli immigrati un “tirocinio” o “prova” di civiltà che, a questo punto, o coinvolge anche l’Occidente, la sua storia, i suoi contraddittori “valori”, o il futuro di tutti si fa davvero inquietante.




Ripartiamo dalla famiglia

di Lea Melandri

In un articolo uscito su Liberazione il 10 agosto 2006, Susanna Camusso, riferendosi all’impegno politico delle assemblee Usciamo dal silenzio da gennaio ad oggi, e notando che sulle questioni legate all’aborto -applicabilità della Legge 194, sperimentazione di nuove terapie- era prevalsa una posizione “difensiva”, si chiedeva quando e dove il movimento femminista degli anni ’70 aveva perso “la sua presa”, la capacità di produrre cambiamenti significativi. Forse -era la risposta- nell’aver dato per scontato che i consultori fossero ormai luoghi acquisiti di tutela della salute delle donne, o, peggio ancora, nell’averli visti progressivamente trasformarsi in servizi per genitori e figli, nell’avere più o meno consapevolmente accettato di restare “donna di”, e aver quindi permesso che la famiglia diventasse il “centro di tutto”. Un discorso, concludeva Camusso,
che ci porterebbe lontano. Ma forse è proprio lontano che dobbiamo spingerci, per non cadere nelle secche di rivendicazioni apparentemente più concrete, come la difesa di un’idea restrittiva di “salute della donna” o la scelta di una particolare pratica abortiva. Gli interrogativi che sono stati posti dall’avvicendarsi di manifestazioni, assemblee, seminari nazionali, documenti, comunicazioni via Internet, hanno oscillato, mi verrebbe da dire con una semplificazione, tra corpo ( sessualità) e politica, un vecchio dilemma del femminismo, che aspetta ancora risposte adeguate, e che solo in senso lato può essere ricondotto all’incerto, difficile rapporto tra partiti e movimenti.
A portarci sull’orizzonte più ampio, che ci sembra di aver progressivamente smarrito negli ultimi due decenni, è oggi un documento che viene da una sponda imprevista, guardata con diffidenza da molte di noi, pur nella manifesta e pressoché unanime simpatia per la donna che se ne è fatta promotrice: Rosy Bindi e il suo Ministero della Famiglia.
La relazione con cui Bindi si è presentata alla Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati è uno straordinario affresco del disagio che attraversa la nostra società, delle ansie sotterranee che la politica ignora o traduce malamente in diatribe astratte, un esempio chiaro delle contraddizioni che rendono uno sforzo autenticamente democratico inefficace, quando non riesce a individuare gli interlocutori reali, le loro storie e le loro aspettative. Chi ha deciso di istituire un Ministero della Famiglia di certo non si aspettava che essa sarebbe stata messa sullo stesso piano delle “grandi opere” necessarie allo sviluppo umano, economico, sociale, che avrebbe ritrovato quella “centralità” che la storia le ha via via sottratto, e, insieme, gli inequivocabili, mai tramontati legami di parentela con la società nel suo complesso. Fuori dalla retorica che ne ha così a lungo coperto la marginalità, la famiglia è chiamata a una “cittadinanza sociale” che la impegna come “soggetto attivo di Welfare”, accanto alle massime istituzioni dello Stato. Ma il lungo esilio, la colpevole latitanza della responsabilità pubblica, la persistenza di abitudini e antichi conflitti mescolati a rapide, incontrollate trasformazioni, hanno fatto sì che una fondamentale “risorsa” della collettività si presentasse all’appuntamento con la storia come un malato terminale, al cui letto è chiamato per un ultimo tentativo di guarigione l’intero “sistema Paese”, coi suoi Ministeri -Salute, Lavoro, Solidarietà Sociale, Giustizia, ecc.-, le sue diramazioni locali -Regioni, Comuni-, le sue strategie di governo, e un investimento di spesa quale nessun Ministero senza portafoglio penso abbia mai osato chiedere.
Le funzioni di cui si è continuato a far carico alla famiglia non sono cambiate molto rispetto alla descrizione che ne facevano i sociologi all’inizio del ‘900: “governo della casa, procreazione, allevamento e educazione dei figli, regolazione dell’incremento demografico, socializzazione, mantenimento dei malati e dei vecchi, possesso e trasmissione ereditaria del capitale e di altre proprietà, determinazione della scelta della professione” (M.Horkheimer, Studi sull’autorità e la famiglia, Utet, 1968). La famiglia, si legge nel documento di Rosy Bindi, è chiamata a far fronte ai problemi che accompagnano ogni “percorso di vita”: nascita, crescita dei figli, cura dei più deboli, gestione dei conflitti, solidarietà tra generazioni. Ma è anche “il primo spazio in cui si sperimenta la quotidiana fatica di gestire la sfera degli interessi e delle emozioni. Produrre ricchezza e risparmio con il lavoro che le sue componenti svolgono all’interno e all’esterno. Al tempo stesso produce e riflette antiche tensioni e nuovi conflitti sociali…la violenza sui bambini e le donne, il disagio degli adolescenti, l’aumento delle povertà, la solitudine delle persone, l’emarginazione degli anziani”.
Su un luogo che conserva quasi invariati nel tempo ruoli, gerarchie, pregiudizi, consuetudini, adattamenti, cadono oggi “emergenze” prodotte da trasformazioni culturali, economiche e sociali, di cui la famiglia è al medesimo tempo origine, riflesso e contenimento. Il declino demografico -denatalità e invecchiamento della popolazione, con il conseguente numero sempre maggiore di anziani non autogestiti-, la de-istituzionalizzazione, aumento delle coppie non sposate e dei figli nati fuori dal matrimonio, fanno dire a Rosy Bindi che diventa sempre più difficile “fare”, “continuare” e persino “resistere” a fare famiglia, ma che, ciò nonostante, la famiglia “regge”.
Il malato è grave, ma non moribondo, e lodevole è sicuramente l’insistenza con cui nell’ordinato sviluppo dei temi ritorna la sollecitazione a riconoscere il “valore sociale” della famiglia, il “bene” fondamentale che essa rappresenta per lo sviluppo, la crescita, la coesione. Una buona ragione perché non sia più permesso a una responsabilità pubblica finora carente di esimersi da tutelarla, garantirle un’esistenza dignitosa.
Detto questo, e riconosciuto che la “nuova politica” con cui Bindi pensa si debba affrontare il problema famiglia è molto lontana dalle soluzioni compassionevoli di un certo conservatorismo cattolico, ancorata com’è a logiche di diritto, impegni istituzionali, risorse pubbliche, è come se un ostacolo, una di quelle barriere che nascondono all’improvviso l’intero paesaggio, ci rimandasse all’assunto iniziale: che cos’è la famiglia? Che senso ha parlarne come di un’entità a sé stante, distinta dai singoli componenti? Benché formulata in modo meno esplicito, la domanda è sicuramente presente dietro le spiegazioni che vengono date quasi in apertura del documento.
Il rimando è alla Costituzione, articolo 29, comma 1°, la dove si dice che “si riconoscono diritti alla famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Preoccupata di “armonizzare” diritti della persona e della famiglia, ben sapendo quanto confligga tuttora la libertà del singolo con le richie-
ste del gruppo di appartenenza, Rosy Bindi conclude sbrigativamente e in modo assiomatico che “la famiglia non può essere nemica delle persone” e che, come tutte le “formazioni sociali”, essa ha come fine “lo svolgimento della personalità degli esseri umani”. A riparo di ulteriori obiezioni, viene detto chiaramente che , rispetto ai suoi componenti, la famiglia gode di un “plusvalore istituzionale”, o, come si legge più avanti nel capitolo sulle “unioni di fatto”, una “dignità superiore”, non solo perché rispondente a un “ordine naturale”, ma perché garanzia di stabilità, certezza, reciprocità di diritti e doveri, in virtù del matrimonio.
Il fatto che i dati Istat, e tutte le ricerche sociologiche riportate scrupolosamente nel testo dicano il contrario -separazioni e divorzi in crescita, violenze, obblighi disattesi dai coniugi, allentamento dei legami di parentela-, non distoglie da quello che è l’assunto pregiudiziale del documento: per avere cittadinanza negli ambiti istituzionali della politica la famiglia non può parlare un’altra lingua, non può rivelare il volto dei suoi reali componenti, l’uomo e la donna, né dire della storia di dominio che ha sottomesso un sesso all’altro, escluso la donna dalla scena pubblica, legittimato il potere maschile e la divisione dei ruoli sessuali sulla base di un dato biologico assunto in modo astorico e deterministico. Questo significherebbe riconoscere l’inimicizia che fin dai primordi ha contrapposto la famiglia e la società, l’amore come tendenza a creare appartenenze intime, esclusive, e il bisogno altrettanto forte di allargare il cerchio della vita. Vorrebbe dire, soprattutto, che all’origine del lungo esilio della famiglia dalla società nel suo complesso c’è la pretesa “naturalità” del ruolo materno, l’identificazione della donna con la genitrice, e quindi della sessualità con la procreazione.
La senatrice socialista Lina Merlin, come si apprende da una recente biografia a cura di Anna Maria Zanetti (Marsilio 2006), nel dibattito in aula del 15 gennaio 1947, si era detta contraria all’inserzione della famiglia nella Costituzione, per timore di definizioni destinate a cristallizzare un credo piuttosto che un altro. Ma poi scriveva: “Proteggere la maternità significa proteggere la società alla sua radice”. La continuità tra famiglia e istituzioni sociali si è retta per millenni sul potere dell’uomo, presente sia nella sfera pubblica che privata, ma anche sulla complementarietà di natura e cultura, rappresentata dalla differenziazione dei ruoli del maschio e della femmina. Questo “ordine”, sia esso dato come naturale o sovrannaturale, laico o religioso, non sfugge alla sacralità di tutto ciò che è posto fuori dalla storia, e come tale immodificabile e misterioso. La prima rappresentazione dissacrante della famiglia è venuta dal femminismo degli anni ’70, nel momento in cui ha separato l’individualità femminile dalla funzione di madre, la sessualità dalla procreazione. Se la donna può scegliere se fare o non fare figli, il matrimonio perde il suo fondamento biologico, la prole, e la famiglia non è più quell’assetto naturale di cui parla la Costituzione.
E’ questa la prima grande trasformazione che, insieme al complesso della ragioni economico sociali descritte da Rosy Bindi, ha messo in crisi la natalità, reso più gravoso e sempre meno sopportabile quel “lavoro di cura” e “assistenza” di bambini e anziani, malati, che ancora viene richiesto alle donne in virtù delle loro ‘naturali’ doti materne, della loro lunga frequentazione di corpi, sentimenti, sofferenze. Se è così forte la preoccupazione di distinguere la famiglia fondata sul matrimonio dalle unioni di fatto, è perché in realtà si somigliano sempre di più, perché la convivenza comincia a strutturarsi sempre più spesso sulla base di relazioni sessuali, sentimentali e di solidarietà, scelte liberamente. E’ questo spostamento lento, che ha fatto seguito alle grandi scosse degli anni ’70, a inquietare al punto da dover essere detto e contraddetto, mostrato e al medesimo tempo nascosto, quando non del tutto cancellato. E’ così che le figure dell’uomo e della donna spariscono dietro le maschere della coppia genitoriale; è così che la centralità del disagio femminile, su cui pesano violenza, sacrificio, fatica, dispendio di energie fisiche e intellettuali, viene soppiantata dall’attenzione quasi esclusiva al diritto dei bambini.
Ma dove la contraddizione tra il mostrare e il negare è più scoperta, è la dove si parla del bisogno di tenere insieme tempo di lavoro e tempo di cura, ben sapendo che si sta parlando dell’incidenza che hanno avuto e hanno tuttora la maternità, la responsabilità della famiglia, la cura e l’assistenza dei suoi componenti, nel trattenere le donne fuori da ogni potere, decisionalità, realizzazione personale. Dovrebbe bastare questa consapevolezza per capire che nessuna tutela, nessun rappezzamento, nessun servizio di pubblica sussidiarietà potrà sostituire l’unica vera reale via d’uscita: il cambiamento del rapporto tra i sessi, la ridefinizione della sfera pubblica e privata, lo sforzo di immaginare altri modelli di sviluppo, di crescita, di invecchiamento, di amore e di solidarietà coi più deboli. Politiche famigliari volte ad alleviare un carico insostenibile di spesa per l’assistenza domiciliare degli anziani sono sicuramente desiderabili, come sa chi ha visto genitori invalidi, nullatenenti, ricevere assegni di cura e accompagnamento a pochi mesi della morte.
Ma né lo sgravio economico, né il ricorso ad assistenti familiari straniere, costrette a un “percorso lavorativo” che avviene all’insegna della povertà di alcuni popoli e del privilegio di altri, e in molti casi in condizione di semischiavitù, riusciranno ad appagare quel bisogno di libertà, padronanza di sé, protagonismo politico, che una coscienza femminile recente ha posto con forza per le donne, e per tutti. Non ci sono Osservatori, Giudici e Garanti, monitoraggi permanenti per controllare lo stato di salute della famiglia, che possano illudersi di avere una qualche benefica incidenza senza “mettersi all’ascolto” -per usare un’espressione di Rosy Bindi- di quella che è stata tradizionalmente la “risorsa” prima della sopravvivenza: la maternità di destino delle donne.
E’ da qui che può ricominciare una riflessione che responsabilizzi, riguardo al modello di civiltà che vogliamo, donne e uomini: singoli, associazioni, movimenti.
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