locale / globale
>>
relazioni politiche, dal quartiere al mondo
20 giugno 2006
Documenti sul referendum
costituzionale confermativo
Pubblichiamo qui di seguito alcuni documenti che ci sono stati inviati sulla scelta aperta con il referendum confermativo sulla riforma della seconda parte della Costituzione approvata a maggioranza dal centrodestra.
> continua

24 maggio 2006
Emily va in città
(10 punti - e più - per viverci meglio)
Questo è il lavoro portato avanti da alcune donne dentro e intorno all’associazione Emily: un insieme di proposte aperte – dieci elementi - da sottoporre a discussione e da integrare.
> continua


19 maggio 2006
Deluse dal governo Prodi
Ma siamo pronte al conflitto con gli uomini?
Sono sei, le ministre del governo Prodi. Donne di valore, Livia Turco, Giovanna Melandri, Barbara Pollastrini, Linda Lanzillotta, Rosi Bindi, Emma Bonino, che non hanno avuto, non tutte, un incarico di peso.

> continua

13 maggio 2006
Auguri al presidente Napolitano
Dopo il fattore k sparirà il fattore kd?
Massimo D'Alema avrebbe detto (lo fece un po' avventatamente al tempo della Bicamerale, lo avrà fatto più saggiamente adesso?) "ex malo bonum".

> continua

30 aprile 2006
Emily: le donne nella nuova fase politica
I conti in Parlamento e la sfida delle città

Pubblichiamo la relazione - a cura di Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi - tenuta all’incontro nazionale dell’associazione Emily il 27 di aprile al Buon Pastore, la Casa Internazionale delle donnedi Roma

> continua

27 aprile 2006
Camere senza vista
‘L’Italia è in una situazione politica preoccupante’. L’aggettivo ‘preoccupante’, condannato alla progressione dall’originaria natura participiale, si pone di fronte agli italiani ‘inermi’ come una domanda continua.

> continua

13 aprile 2006
Preferisco questo risultato
E' una prova della verità per tutti
Il Riformista ha titolato mercoledì 12 aprile: il Cavaliere prova a fare la Cancelliera. Alludendo a Angela Merkel e alla proposta di Berlusconi di imitare la Germania varando una “grossa coalizione” per governare un paese uscito spaccato a metà dal voto.
> continua

31 marzo 2006
Vogliamo più candidate
Ma che cosa vogliamo dalla democrazia?
La Fondazione Marisa Bellisario ha condotto un’indagine sulla presenza delle donne in tv all’interno delle tribune elettorali e nei dibattiti politici denunciando un "oscuramento televisivo di candidate e giornaliste"

> continua

1 marzo 2006
Le vignette contro Maometto?
Un' Europa forte chiederebbe scusa

Sarà perché sono particolarmente sensibile all’uso che nelle riviste, nelle vignette oppure nei fumetti porno viene fatto del corpo femminile, ma non mi convince la rivendicazione della libertà di espressione rispetto alle vignette satiriche danesi. Con due interventi di Alberto Leiss e Aldo Tortorella
> continua

9 febbraio 2006
Donne in carriera politica?
Vivamente sconsigliato alle "mogli di..."

Potrei arrampicarmi, come un agile indigeno, sul banano più alto (ma dove lo trovo questo banano?) e poi lanciarmi nel vuoto.
Il giallo delle quote rosa fantasma
La vicenda delle "quote rosa" si è conclusa, a quanto pare, in forma paradossale.
> continua

26 gennaio 2005
Gerusalemme.
Una madre terra, due figli prediletti

Le donne arabe che vivono in Israele e che hanno sposato mariti poligami non vedono riconosciuto il loro status di mogli – essendo la poligamia vietata

> continua

16 gennaio 2005
Un sabato a Milano
La mia giornata milanese, sabato 14 gennaio, è cominciata con un breve incontro di lavoro nella sede di una piccola società di marketing che si chiama “LaboDif”.
> continua

8 dicembre 2005
Di padre in figlio
Nel corso della settimana appena trascorsa abbiamo assistito a prove tecniche di nuovo governo.
> continua

25 novembre 2005
Ti picchio così ti cancello
La violenza sulle donne è oggi l’unico dato che accomuna gli uomini del pianeta...

> continua

7 novembre 2005
Al Parlamento e ai partiti: legge elettorale
e programmi non rimuovano la forza femminile

Siamo stanche, e stanchi, del sentimento di desolazione che proviamo di fronte alla parata dei politici, tutti e sempre maschi, che si autorappresenta dovunque.
> continua

30 ottobre 2005
Primarie, quote, liste di sole donne
Si annuncia la “riscossa rosa” in Parlamento?

Il Parlamento che uscirà in aprile dalle elezioni del 2006 avrà un numero di donne come l’attuale, cioè minimo? Si interrogano le donne riunite dall’associazione Emily

> continua

24 ottobre 2005
Per le donne né 50, né 30, né 25 per cento
L'equazione misogina dei franchi onorevoli
Perché l'emendamento del governo, sulle “quote rosa“ non è stato votato dall'opposizione? Qualche giorno fa titolava Liberazione, il giornale di Rifondazione comunista: “La maggioranza cancella le donne dal Parlamento“.

> continua

7 ottobre 2005
Perchè, io donna, dovrei appassionarmi
a queste maldestre primarie?
In questa fase, che per comodità e a rischio di banalizzare, chiamerei di transizione, sono entrate nel frullatore della politica “le questioni eticamente sensibili“
> continua

29 settembre 2005
Via Quaranta e i dubbi dell’istruzione
Il 21 settembre il presidente della Repubblica ha invitato gli studenti italiani a declinare la logica dell’accoglienza nel corso dell’anno scolastico appena iniziato.

> continua

29 luglio 2005
La ripresa del Burundi
Quando arriva nel seggio una gran folla le si fa incontro, felice di poterle stringerle la mano. Un vecchio mi sussurra all’orecchio di non avvicinarla, perché si è decolorata i capelli e fuma in pubblico.
> continua

29 luglio 2005
Romana, Piera, Francesca, Alfonsina, Faustai
Le primarie dell’Unione sono già aperte. Le primarie dell’Unione sono già chiuse.... Con interventi di Bia Sarasini, Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, Marina Terragni.

> continua

26 luglio 2005
Dopo le bombe. Apologia dolce del fatalismo
I nemici tra noi. Un "paki" nel Deserto della solitudine
Tre interventi di Letizia Paolozzi e Bia Sarasini su noi e il mondo dopo gli attentati di Londra
> continua

25 giugno 2005
Imparare da una donna
La nostra condizione attuale fa sì che le donne possano vivere anche senza uomini, il che rovina tutto.
Immanuel Kant
….
Una donna africana siede in alto e fa lezione. Più in basso, di fronte a lei, la ascolta rispettosamente un re, circondato da dottori della religione islamica.
.
> continua

20 giungo 2005
Un funerale con saluti a braccia tese
Un commosso saluto di molti amici venuti da tutta Italia: Così il tg1 delle 13 di venerdì 17 giugno ha definito l’adunanza dei molti che hanno approfittato della morte del giovane barista di Varese, ucciso pochi giorni prima in una rissa che ha visti coinvolti due albanesi.
> continua

4 giugno 2005
Tutta l'Africa è paese
La settimana ricca di appuntamenti della rassegna ItaliaAfrica voluta a Roma da Walter Veltroni si è chiusa con il grande concerto di Piazza del Popolo sabato 28 giugno

> continua

28 maggio 2005
L'azzardo della lista rosa
E' appena uscito dall'editore Guida di Napoli il libro di Letizia Paolozzi "La passione di Emily e l'azzardo della lista rosa".

> continua

7 maggio 2005

Resistenze violente e non
«Non c’è una via per la pace. La pace è la via». Sono parole di Thic Nath Hanh, il monaco vietnamita buddista zen che durante la guerra del VietNam diede vita al movimento di resistenza non-violenta dei”Piccoli corpi di pace”.

> continua

2 aprile 2005
Ci piace la politica di Alessandra?
Per giudicare non basta l'antifascismo

E adesso che abbiamo visto su Rai3 l’unico confronto televisivo con il governatore del Lazio, il suo antagonista e Alessandra Mussolini
.
> continua

2 marzo 2005
Da Pechino a New York
Quando un essere umano rischia di precipitare gli si tende una rete per evitare che finisca male.

> continua

13 febbraio 2005
Le primarie? Non buttiamole

Vorrei che il discorso sulle primarie andasse avanti. E non fosse inghiottito dalla opacità che di solito avvolge le proposte politiche che non piacciono.
> continua

4 novembre 2004
Buttiglione e il fantasma anticattolico

Un nuovo fantasma si aggira per l’Europa: il pregiudizio anticristiano, anticattolico. Questione quanto mai confusa, di difficile dipanamento. Qualche proposta di riflessione
> continua

14 ottobre 2004
Afghanistan, il voto velato
Non condivido la gioia di chi ha esultato per le recenti elezioni in Afghanistan, soprattutto per ciò che ha riguardato le elettrici.
> continua

30 settembre 2004
Donne che amano quello che fanno
Si sono tolte il velo, hanno sorriso, appena liberate. Quando sono scese dall’aereo, sorridenti, si sono prese per mano, in mezzo alla piccola folla che le circondava.
> continua

22 settembre 2004
Che cosa vuole veramente un uomo?
Si sa che Freud a un certo punto si domandò: che cosa vuole veramente una donna? E che non seppe trovare risposta. Credo che oggi la domanda decisiva sia: che cosa vuole veramente un uomo?

> continua

19 agosto 2004
Usa, adotta una famiglia
Le donne single con figli a carico non saranno più sole: con loro da qualche tempo c’e John Kerry, il candidato democratico
> continua

30 luglio 2004
L’occhio attento del Sudafrica
Due donne si guardano con tenerezza carezzando l’una il volto dell’altra
> continua

30 giugno 2004
Donne in lista e desiderio di politica
Qualcosa è successo
Conclusi i ballottaggi, una come me, attenta a ciò che accade alle donne, si domanda se, appunto, le mie sorelle di sesso siano state votate.
> continua

26 maggio
Una scommessa con molti fantasmi
Non c’è nulla di particolarmente originale - per chi consideri la legge sulla procreazione assistita sbagliata - nell’aver firmato il referendum dei radicali
.
> continua

21 maggio 2004
"Le donne arabe si muovono, le italiane no"
Emma Bonino: non snobbate il referendum

Qualche giorno fa i Radicali hanno ripercorso i trent’anni trascorsi dalla vittoria del referendum per confermare la legge sul divorzio.

>
continua
16 maggio 2004
Ficcare il naso in Indonesia
Oltre un mese dopo le elezioni, sono stati resi noti i risultati del voto in Indonesia: ha vinto con il 21.58% il partito Golkar dell’ex dittatore Suharto

> continua

12 maggio 2004
La lista rosa a Napoli
La crisi a Castellammare
Tre articoli di Letizia Paolozzi con una intervista al sindaco di Pomigliano d'Arco
> continua

28 marzo 2004
Ritrovare la forza di una laicità viva
Essere di cultura musulmana e contro la misoginia, l’omofobia, l’antisemitismo e l’islam politico
> continua

12 febbraio 2004
Chi ha paura del “listone rosa“
Da quasi due mesi, uno degli argomenti in discussione nel ceto politico-giornalistico del Mezzogiorno) è la Lista Emily-Napoli. Lista di donne che non esclude di scendere in campo alle prossime elezioni provinciali.
> continua

11 febbraio 2004
Violenza, sinistra e "natura umana"
Fausto Bertinotti ha avuto il merito di riaprire la discussione a sinistra – soprattutto nella sinistra che si pensa come più radicale e “alternativa” – sul valore fondante della “non violenza”. Forse lo ha fatto con un metodo un po’ “violento”
> continua

29 gennaio 2004
Da Sana'a l'idea di una democrazia
che si afferma con il tempo delle donne
Perché mi è parsa interessante la conferenza di Sana’a, voluta fortissimamente da Emma Bonino, organizzata da “Non c’è pace senza giustizia“ e dal governo dello Yemen?
> continua

18 dicembre 2003
La figlia di Saddam
e la moglie dell'Imam
Delle tante cose dette intorno alla cattura di Saddam nulla è più incisivo di quelle immagini mute che sono state replicate tante volte in tv
>
continua

4 dicembre 2003
Radicali a congresso: il carisma di Emma
ma niente donne in direzione

Pubblichiamo un articolo di Letizia Paolozzi uscito sul mensile "Le ragioni del socialismo"

Nelle viscere dell’Ergife si è tenuto il secondo congresso nazionale dei radicali italiani.
> continua

25 ottobre 2003
Bassolino: guai a diventare
ospiti fissi nel salotto di Vespa
Deve fare la sua testimonianza al corso di formazione di Emily, Napoli, sulla comunicazione politica.
> continua

11 agosto-15 settembre 2003
Cercate la donna. A Castellammare
“Scandalo“ in Campania: la sindaca Ersilia Salvato chiama Anna Maria Carloni nella sua Giunta. Per le capacità di Anna Maria o/e perché è la compagna di Antonio Bassolino? Interventi e interviste di Alberto Leiss, Franca Chiaromonte, Letizia Paolozzi e Bia Sarasini

6 agosto 2003
Giustizia per la Città
Il caso Mambro e Fioravanti
Lavoravo all’“ Unità“ e per quel giornale, allora diretto da Walter Veltroni, avevo intervistato Francesca Mambro.
> continua

21 luglio 2003
Tra "kamikaze" della politica
e orfane delle pari opportunità

Accosto segnali diversi, dei quali però vale la pena di discutere
> continua

16 luglio 2003
Veltroni tra dolore e musica
Un'altra idea di politica?
Parla di sofferenza e di mancanza. Conosce bene il potere di media. Gli piace il jazz. Ha una cultura pop-americana. E' un politico di professione. Il sindaco di Roma sotto la lente di ingrandimento di Letizia Paolozzi, Bia Sarasini, Franca Chiaromonte, Lanfranco Caminiti e Alberto Leiss
>
continua

16 giugno 2003
Se lui e lei vogliono provare
a dare un'anima alla politica
Mentre si torna a discutere sullo stato delle relazioni tra donne e uomini, da Asolo arriva qualche novità
>
continua

13 giugno 2003
Cosa significano "sì" e "no" nella guerra dei sessi?
Letizia Paolozzi
recensisce il libro di Elisabeth Badinter che ha riacceso il dibattito sui rapporti tra i sessi, e invita gli uomini a imitare la "leggerezza" di Beckham. Le risponde Bianca Pomeranzi: le donne tra partiti e movimenti provino a parlarsi. Al seminario della Società delle Letterate, quasi "stati generali" del femminismo italiano. (Monica Luongo). Un numero della rivista "Posse" sul "divenire-donna della politica". Scalfari esorta le giovani donne a lottare contro la violenza del potere (Alberto Leiss).
> continua

2 maggio 2003
Torna la "questione meridionale", ma a sesso unico
Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi recensiscono i libri di Isaia Sales, Gianfranco Viesti e Vincenzo Moretti sulla situazione nelle regioni del Sud dopo le politiche del centrosinistra. Un dato comune è la rimozione, o quasi, della realtà e dei desideri delle donne nel Sud. Vincenzo Moretti risponde a Letizia e Franca riconoscendo la "svista".
> continua

8 aprile 2003
Come l'amore per la bellezza
salva le città brutte e degradate

“Le forme intorno a noi e la relazione di differenza” sono i temi della discussione di donne e alcuni uomini
> continua

31 marzo 2003
Il “no“ alla guerra di Libération nel segno di Starck: l'intelligenza è femminile
Philippe Starck, che espone fino al 12 maggio al Centro Pompidou a Parigi, ha ridisegnato e impaginato il quotidiano francese Libération dell’11 marzo. Il suo è un intervento "funzionalista post-freudiano", dice
> continua

22 marzo 2003
Rimandare, rimandare, rimandare?
Sulla guerra idee e parole, non solo "azioni"
Le assise delle donne Ds sono state rinviate "a data da destinarsi". Hanno spiegato : perché piovono missili sull’Iraq“
> continua

26 febbraio 2003
Contro istituzioni monosex non valgono
le "quote", ma il desiderio femminile
"Un partito di solo maschi capirà cosa milioni di elettrici vogliono da scuola, welfare, dinamica sociale?"
> continua

20 febbraio 2003
Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"
Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
> continua

4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
> continua

19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
> continua



> 19 luglio 2006


Sono desiderabili nuovi partiti a sinistra?

Sono passati alcuni mesi dal voto e forse è già il tempo di farsi qualche domanda sul futuro della maggioranza che vede per la prima volta unite al governo intorno a un programma comune ( per quanta ironia si sia fatta sulla sua prolissità) tutte le sinistre politiche esistenti in Italia. Aldo Tortorella, aprendo il recente seminario che a Orvieto ha ragionato sulla necessità di un “nuovo soggetto politico” della sinistra, un po’ specularmente alla prospettiva del “partito democratico”, ha sottolineato che ciò non succedeva da 60 anni. E in fondo anche quei governi dopo la caduta del fascismo che vedevano insieme con comunisti e socialisti gli altri partiti democratici erano più “governi di unità nazionale” che non espressione di una “parte”, come oggi. Dunque la novità – per deludenti che siano molte sue prove quotidiane – è assoluta.
E’ anche molto precaria, però (come ha dimostrato la polemica sull’Afghanistan, e come già si annuncia quella sulla prossima manovra finanziaria).
La questione che voglio affrontare è se sia interessante e desiderabile l’idea di una ridislocazione e riaccorpamento delle forze del centro-sinistra attorno a un “partito democratico” capace di riunire una parte della tradizione del riformismo di matrice socialista, liberale e cattolica, e attorno a un “nuovo soggetto”, appunto, formato da forze e culture della sinistra più “radicale”, capace di superare l’attuale frammentazione, sviluppare una cultura e una azione critica ma saldamente orientata al governo.
Per ora io mi rispondo di sì, e non per caso - e forse un po’ paradossalmente - mi trovo a seguire e partecipare in una certa misura tanto di un “movimento” che dell’altro.
Interessante la faccenda purchè si sia alla fine in grado di far prevalere, o almeno far essere presenti in modo evidente, alcune questioni di fondo sull’idea che ci facciamo della politica, e anche su una migliore definizione del nostro sistema politico e istituzionale. Ne accenno utilizzando alcune coppie concettuali.
Rappresentanza e rappresentazione (politica prima e politica seconda). Il pensiero femminista italiano in questi anni ha stimolato una discussione sulla opposizione tra politica “prima” (quella basata sulle relazioni e senza fini strumentali di potere) e “seconda” (quella, per lo più nelle istituzioni date, condizionata da logiche strumentali e di potere). Il movimento femminile, lungo gli ultimi decenni del secolo scorso, ha cambiato il mondo senza dar luogo a organizzazioni di tipo tradizionale e quasi senza agire al livello della rappresentanza democratica. Da questo c’è molto da imparare. Soprattutto che non solo partiti e parlamenti e sindacati meritano il nome di “politica”. Si potrebbe parlare di una sfera della “rappresentazione”, in senso lato, dove le pratiche di relazione, il linguaggio, le varie forme di esperienza e di comunicazione, in modo certo conflittuale, determinano i convincimenti (non mi addentro in una disquisizione sui rapporti tra immaginario, simbolico e reale, di lacaniana memoria, ma li cito per dire solo che la superiorità del femminismo, rispetto alla teoria politica di matrice maschile, sta anche nell’aver saputo elaborare questo pensiero radicale della modernità - la psicanalisi - traendone conseguenze fondamentali per la sperimentazione di una nuova pratica politica). Questa sfera penso sia la più importante, e del resto più o meno consapevolemente tanta gente lo crede scegliendo per la propria pratica politica forme associative, di volontariato, di “movimento”, gruppi ecc., che non hanno a che fare, almeno direttamente, con i partiti e la rappresentanza (ma attenzione: anche questi luoghi non sono affatto immuni dagli strumentalismi a fini di potere personale…).
Detto questo, possiamo disinteressarci di quello che avviene nella rappresentanza, che è una parte non piccola di ciò che chiamiamo democrazia? E di cosa succede al livello del patto costituzionale, appena uscito confermato da un voto referendario?
Credo di no. Credo che soprattutto noi uomini – maschi – che questo sistema politico l’abbiamo “inventato”, 2400 anni fa a Atene, e negli ultimi 300 anni in Europa e America, non possiamo assistere indifferenti al degrado che lo sta attraversando. Tanto più efficace sarebbe una capacità di azione, di rinnovamento, riforma ecc. se fosse anche visto il limite, la parzialità, di questo modo di essere della politica.
Pace e guerra: per una nuova idea del conflitto. Sono risolutamente per la pace e contro la guerra. Ma non parlatemi di qualcosa da abbracciare “senza se e senza ma” perché questo mi fa saltare la mosca al naso. Si agisca con la massima determinazione e con coerenza per ciò che si crede giusto (ma a volte bisogna saper cambiare idea, anche rapidamente) e però coltivando con la massima cura nella propria testa e nel cuore tutti, ma proprio tutti, i se e i ma che si presentano alla ragione e al sentimento. Un dubbio per esempio è la relazione meccanica tra guerra e capitalismo. Certo, chi non vede gli interessi economici imperiali ecc. Ma la guerra c’era anche prima del capitalismo. Sospetto che abbia radici di natura psicologica e antropologica. C’è un bel libro della storica francese Nicole Loraux, “La città divisa”, in cui si indaga sulla “ideologia” della democrazia ateniese. La guerra giusta e necessaria, anche “bella”, era solo con i “nemici” esterni della città. Il conflitto interno era esecrato e rimosso. Certo un conflitto distruttivo e mortale non può convivere con il benessere della città. Questo conflitto mortale nasce tra le pareti domestiche e poi approda nel “politico”. Un politico da cui sono rimosse donne e schiavi. Forse tornando alla pienezza relazionale dell’”oikos”, e poi da lì riammettendo il conflitto familiare-sessuale nel “politico” – oggi le nostre democrazie non sanno ancora includere davvero il sesso femminile – si può elaborare, riconoscere, una modalità di conflitto “permanente” ma non mortale che è la vera anima della polis, della città, e anche – credo – l’unico vero antidoto alla guerra (che è la massima violenza nell’illusione di poter eliminare il conflitto). A sinistra si dice molto giustamente che bisogna recuperare la capacità di rappresentare (e direi di conoscere e riconoscere) il mondo del lavoro. E’ verissimo. E tra l’altro la destra italiana vince o rischia di vincere perché è seguita molto più della sinistra da strati operai e popolari: vogliamo chiederci il perchè? Ma lascerei perdere – o meglio, rimediterei profondamente - lo schema conflittuale legato al “servo” e al “padrone”. E’ un già pensato. Lacan osserva che già in Hegel il “padrone” è il “grande ingannato, il magnifico cornuto dell’evoluzione storica”, giacchè la virtù del progresso passa “dalla via del vinto, dello schiavo e del suo lavoro”.
Un altro se e un altro ma: la democrazia, le libertà, non si esportano con la guerra. Certamente. Ma che cosa si deve fare – e si deve fare qualcosa, qualcosa di essenzialmente democratico – per difendere le libertà e i diritti di chi è oppresso da poteri tirannici variamente connotati? In un mondo completamente globalizzato e interconnesso il nostro spirito cosmopolitico non può esimersi da cercare risposte concrete, azioni efficaci, a questa domanda.
Locale e globale. Internazionalismo, cosmopolitismo. Appunto, il cosmo e la città. Anche a me è sembrato eccessivo, al di là di una certa linea di comprensibile e giocosa gioia, l’entusiasmo retorico per la vittoria della nazionale azzurra (anche mettendo tra parentesi l’eccesso di svastiche e croci celtiche apparse qua e là). Prodi e Napolitano hanno ringraziato i “nostri ragazzi”: oltre a dare una spinta al Pil, avete “unito il paese”. (I tifosi della Fiorentina, però, poco dopo l’hanno tenuto diviso per molte ore bloccando i treni…). Sarà anche utile e necessario, in tempi di crisi, fare appello alla capacità di un paese di “fare squadra”. Ma penso che abbiamo ragione tutti quelli che giudicano un arnese sorpassato lo stato nazionale. Oggi la politica, la capacità di intervento e di scelta, passa essenzialmente attraverso le città e le macroregioni del mondo. Gli imperi. Ci vuole, almeno, uno sguardo europeo. E la Costituzione appena salvata dovrà aprirsi a una forma sensata ma forte di decentramento, capace di ridare ruolo e autonomia alle città e ai territori, al di là delle ridicole e inquietanti posizioni della Lega (le quali però, hanno colto in questi anni una tendenza dell’epoca…). Mi auguro che i vincitori del referendum costituzionale non si arrocchino in un immobilismo anacronistico.
Pubblico e privato. Un ultima rapida e provvisoria annotazione. Anche il rapporto tra pubblico e privato va ripensato. Direi, sia sul piano delle relazioni personali e politiche. Sia proprio su quello del rapporto tra stato e amministrazione pubblica e impresa privata. Mi piacerebbe che avesse successo uno slogan provocatorio: tutto è pubblico. Soprattutto nell’era dell’egemionia indiscussa, o quasi, dell’impresa e del mercato. E’ o dovrebbe essere chiaro che si finisce male se si pretende di abolire il mercato. Ma allora – ecco un altro insegnamento del pensiero femminile – bisogna riconoscere il mercato per tutto quello che ci si scambia, che non sono solo valori monetari e produttivi. Ma sentimenti, desideri, esercizi di libertà. Solo nominando e agendo la pienezza di questi conflitti ( e senza dimenticare che anche la sfera del mercato e del lavoro ha conosciuto in questi decenni una essenziale femminilizzazione, e che anche questa dimensione pubblica e “politica” è sempre più intrecciata con quella “domestica” delle nostre vite) si potrà riaprire una scommessa contro gli eccessi delle diseguaglianze e delle sofferenze che attraversano le sfere della produzione e della distribuzione della ricchezza.
Ecco, se discutere di nuovi partiti e di un certo rimescolamento di culture politiche (e magari la rottura delle fissità con cui si riproduce il ceto politico) significasse affrontare una riflessione su queste cose, penso che varrebbe la pena di tentarla.

Alberto Leiss





L’Italia delle paure

Qualche ipotesi sul voto che ha confermato la forza delle destre

Questo articolo è pubblicato sul n.2 di "Critica marxista" 2006

Mi hanno colpito alcune delle reazioni “a caldo” sui risultati del voto del 9 e 10 aprile, venute da esponenti del centrosinistra e della sinistra. Un Prodi che, nella notte al cardiopalma dello spoglio, dice a D’Alema: “Dobbiamo capire questo paese“. Rossana Rossanda che il giorno dopo parla sul “manifesto” delle “viscere più torbide del paese” evocate dalla campagna elettorale di Silvio Berlusconi. Rina Gagliardi che, su “Liberazione”, ammette: “Scopriamo oggi che non abbiamo davvero capito l’Italia”. Eppure abbiamo un decennio abbondante alle spalle in cui il consenso politico ai partiti del centrodestra è stato sempre superiore a quello del centrosinistra. Davvero si pensava – sull’onda dei soliti sondaggi sbagliati - che negli ultimi anni il rapporto si fosse tanto vistosamente capovolto?
A ben vedere, come è stato ormai più volte osservato, un successo del centrosinistra si è verificato: rispetto al 2001 sono stati guadagnati circa 2 milioni e mezzo di voti. Il centrodestra ha recuperato molto in percentuale rispetto alle elezioni europee e alle amministrative (dove si era verificato un largo astensionismo, soprattutto nelle sue file), e ha ripreso tutti i voti del 2001, superandoli di poco. Sembra che il recupero dei delusi e degli svogliati sia in grande misura frutto, negli ultimissimi giorni della campagna elettorale, dalla “sparata” di Berlusconi sull’abolizione dell’Ici, unita all’allarme reiterato contro il “partito delle tasse”, oltre che dei “comunisti” affamati di bambini bolliti, rappresentato da Prodi e dall’Unione.
Si è poi sprecata l’immagine di un’Italia spaccata a metà, preda di una sorta di guerra civile strisciante. A me sembra una rappresentazione – come è pure stato rilevato in vari commenti – troppo semplificata, riduttiva di una realtà sociale e mentale del paese assai più articolata e complessa, anche se non è detto che la complessità riduca gli elementi di preoccupazione e di allarme per il possibile prevalere, oggi e in futuro, di atteggiamenti regressivi, o comunque tendenzialmente più favorevoli alla proposta politica della destra. Ma proviamo a elencare alcuni spunti di analisi, o per meglio dire di ipotesi verso le quali indirizzare una ricerca e una riflessione più approfondite, basate sul presupposto che a spingere alla fine tanti cittadini a recarsi al voto sia stato in larga misura una serie di paure e inquietudini orientate in varie direzioni e mosse da varie cause, materiali, ideali, simboliche. Paure che sorgono da un’Italia profonda, ma che sono un dato costante e variamente diffuso negli ultimi anni in tutto l’Occidente.

Il senso della destra e della sinistra

Forse è necessario ripartire dalla domanda che da qualche decennio ormai ci perseguita. Ha ancora senso dividere lo scenario della politica lungo una sorta di asse lineare che corre tra la destra e la sinistra? Non mi avventurerò in disquisizioni teoriche, ma mi limiterò a citare la recente ricerca Itanes ( un programma di ricerca sul comportamento elettorale promosso dall’istituto Cattaneo) pubblicata dal Mulino proprio alla vigilia del voto. In estrema sintesi questa ricerca conferma la validità dello schema interpretativo destra-sinistra, a partire dal fatto che una maggioranza del campione interpellato (le interviste risalgono al 2004) accetta di identificarsi in esso, ma con alcune importanti avvertenze. Intanto questa maggioranza non è amplissima. Mentre solo il 9,3% delle persone interpellate si definiscono di “centro”, c’è un 26,5% che si definisce di “sinistra” (dove per lo più si deve intendere “centrosinistra”), e un 25,5% che si definisce di “destra” (“centrodestra”). Colpisce l’ampiezza del settore – il 38,7% - che non accetta di riconoscersi in nessuna di queste specificazioni. Questi dati sembrano dire che il “bipolarismo” si è affermato, ma con una vasta area di incertezza nel riconoscersi in uno dei due schieramenti al momento del voto.
In realtà, come si è confermato ancora una volta a posteriori, l’incertezza non riguarda tanto lo spostarsi da uno schieramento all’altro, ma se aderire o meno con il voto allo schieramento verso il quale si è orientati, spesso debolmente orientati.
Questa debolezza è connotata – sempre secondo la ricerca Itanes – da un netto prevalere di sentimenti negativi verso la politica. In una scala dei “sentimenti” rilevati prevale il “disgusto”, seguito dalla “rabbia” e dalla “noia”. Solo nelle ultime tre posizioni si susseguono in modo decrescente la “speranza”, la “fiducia” e la “passione”. La somma delle emozioni negative nei confronti della politica è circa doppia rispetto alle emozioni positive. Questo vale per l’universo del campione. Se si scompone l’analisi tra destra e sinistra si fa una scoperta forse non prevista: gli atteggiamenti “caldi”, sia negativi che positivi, prevalgono tra chi si dice di sinistra. Per esempio è molto più diffusa a sinistra la “paura di Berlusconi” (77%) di quanto non sia a destra la “paura del comunismo” (57%). Questo dato rafforza in me la sensazione che la campagna molto virulenta del Cavaliere abbia certamente indotto molti elettori di destra a recarsi alle urne, ma anche molto aiutato l’elettorato svogliato e tendenzialmente astensionista dell’altra parte a esprimere il proprio voto essenzialmente in funzione, appunto, antiberlusconiana. Gli elettori di destra, inoltre, a differenza di quelli di sinistra, sono più affezionati ai singoli partiti che alla coalizione, e il carisma del Cavaliere non sembra poi avere quel riconoscimento pervasivo che generalmente gli si attribuisce.

La questione settentrionale. Esiste o no?

Della ricerca Itanes un altro dato colpisce abbastanza. La frequenza con cui si osserva che gli orientamenti rilevati sono poco o nulla riconducibili alla collocazione sociale, territoriale e religiosa del campione interpellato. Vi si trovano naturalmente alcune conferme: con la destra stanno di più i dipendenti del settore privato, con la sinistra quelli del pubblico. I quadri più elevati e colti si ritrovano più spesso a sinistra. A destra c’è un maggior numero di operai. E la maggiore massa di piccoli e medi imprenditori, artigiani, commercianti, autonomi. Questa dislocazione del rapporto tra struttura sociale e consenso politico continua a spiegare il successo delle destre al Nord. Ilvo Diamanti ha però provocatoriamente affermato che non è saggio continuare a inseguire una “questione settentrionale” che, nei termini in cui era improvvisamente esplosa con il consenso alla Lega e con il “boom” del modello Nord-est, non esiste più. Il riflesso elettorale di questa mutata situazione socio-politica è molto chiaro nel diverso rapporto che il voto del 9 e 10 aprile ha determinato tra i partiti del centrodestra in quest’area del paese. Il comizio populista di Berlusconi di fronte alla platea confindustriale a Vicenza è stato certamente lo squillo di tromba che ha richiamato il popolo dell’impresa diffusa del Nord ( e gli applausi non erano di sicuro solo quelli della claque). Però a trarne più benefici non sono state Forza Italia e la Lega. Il partito dell’ex premier ha perso più del 6% al Nord. La Lega è rimasta stabile rispetto al 2001, ma alla metà dei consensi rispetto ai tempi d’oro. I vantaggi sono andati a An (più 2%) e all’Udc, che con il suo 6% ha raddoppiato i voti. Sempre secondo Diamanti questi dati parlano più di una reazione mossa dalla diffidenza per la sinistra da parte di un elettorato incerto e impaurito che non da una convinta adesione al berlusconismo (il quale però, non dimentichiamolo, si attesta al 25%: un elettore ogni 4) . Ma impaurito da che cosa?

La paura dell’impoverimento

La sinistra ha giocato molto della sua campagna elettorale sul concetto che il paese si è impoverito, e quindi è stato deluso dalla mancata realizzazione delle promesse di Berlusconi nel 2001. “Le famiglie non arrivano più alla fine del mese”, è stato ripetuto infinte volte. Qui c’è una grande parte di verità. Forse si è sottovalutato il fatto, però, che per la maggioranza delle famiglie italiane si è trattato di un impoverimento relativo, nel quadro di una condizione di benessere abbastanza generalizzato. Gianpasquale Santomassimo ha osservato sul “manifesto” che l’ idea di un’”Italia povera” è ormai una “fotografia ingiallita di un paese che non esiste più”, che non coglie la realtà di un paese “a ricchezza diffusa ma ormai precaria e minacciata”. Il recente libretto di Geminello Alvi sui mutamenti del lavoro e della ricchezza degli italiani (“Una repubblica fondata sulle rendite”), il cui punto di vista può certo essere criticato per molti versi, suggerisce una lettura della società italiana che merita attenzione. Se il concetto di “rendita” si amplia a comprendere i redditi percepiti per il possesso di una pensione (in non pochi casi ricevuta poco dopo i 50 anni), di una casa (e spesso una seconda casa), e degli interessi sul risparmio variamente investito si ottiene che per ogni famiglia la quota che proviene dai salari è molto al di sotto di quella che proviene dalle “rendite”. E che la ricchezza media per la media centrale delle famiglie è non trascurabile: nel 2000 era circa doppia di quella americana: 148.000 dollari contro 71.000. Secondo i dati di Alvi in questi anni – in buona parte per la rivalutazione dei valori immobiliari – è ulteriormente aumentata. Certo esiste una vera soglia di povertà per chi ha casa in affitto e un solo piccolo reddito (6000 euro all’anno). Si tratta di circa il 6%, che aumenta verso il 12, 14, 16% nelle regioni meridionali. Una percentuale che si incrementa sino al 10% nazionale ( e al 20% al Sud) se la soglia di reddito “povero” si alza da 4 – 500 euro al mese a 900.
Naturalmente il contesto in cui va valutata questa ricchezza relativa delle famiglie italiane è quello del fortissimo aumento dei prezzi e dei costi dovuti all’effetto dell’euro e del costo energetico, della stagnazione economica che ha compresso i salari e precarizzato il lavoro. Dunque i sentimenti sociali possono essere stati certamente quelli della delusione per le promesse mancate di un maggiore arricchimento. Ci può essere la rabbia dei più poveri (ma sono una minoranza). Ci può essere ancora di più la paura di perdere un benessere relativo. Un sentimento che raramente porta all’adesione verso posizioni politiche “progressiste”. Anzi una condizione sociale di relativo benessere materiale, un sentirsi parte del partito dei “proprietari”, sia pure a una scala minima, può spiegare anche il successo della sfacciata ideologia del valore della ricchezza, la più sfrenata, incarnata da Berlusconi e dalla Casa delle libertà.
Tanto più che la minaccia assume il volto di soggetti “altri”: gli immigrati (che certo riempiono le fabbrichette del Nord a bassi e bassissimi salari, ma sono anche fonte di inquietudini per la criminalità e c’è chi li considera “ladri” di lavoro e benefici sottratti agli italiani), i cinesi che dal loro lontano paese ci aggrediscono perfidamente con prodotti taroccati. Per non dire che se l’immigrato è musulmano può evocare sia l’aggressione terroristica, sia il ricatto energetico, lo scontro di civiltà, l’aggressione alle “nostre” donne, e chissà che altro ancora.

La paura dell’Altro

Da questo punto di vista è significativo che la già citata ricerca Itanes abbia misurato il pregiudizio contro gli immigrati non solo nei gruppi che si riconoscono nella destra, nella sinistra e nel centro, ma anche tra i “non collocati”. La graduatoria è la seguente: indice più basso a sinistra (3,72), si alza al centro (4,7) e raggiunge il massimo a destra (5,24). Ma tra i “non collocati” il pregiudizio anti-immigrati è appena più basso di quello nella destra (5,10) . Secondo Itanes, per la verità, questo pregiudizio, così largamente diffuso, andrebbe ricondotto più a fattori ideologici e psicologici – il grado di conformismo e di adesione ai valori culturali tradizionali prevalenti, al ruolo dominante del proprio gruppo di appartenenza – che non prettamente materiali. Il discorso qui ci porta a valutazioni più generali sugli effetti mentali indotti da una situazione del mondo che almeno a partire dall’11 settembre del 2001 è dominata da una grande incertezza. Incertezza veicolata quotidianamente dal ruolo dei media.

Una regressione antropologica?

A sinistra si sente spesso ripetere che la vera vittoria di Berlusconi è l’aver imposto un modello mediatico – gli stilemi della tv commerciale fatti propri anche dalla Rai – che hanno avuto un effetto di condizionamento generale, abbassando la soglia di percezione critica del pubblico. Ritengo che gli effetti culturali e psicologici indotti dal sempre più potente e complesso sistema mediatico debbano essere valutati con grande attenzione critica, tenendo conto che il flusso di informazioni aumenta costantemente, ed è vero che la moltiplicazione esponenziale degli imput può tradursi in una sorta di “nientificazione”, ma è anche vero che la connessione del mondo intero in tempo reale, via tv, radio e internet, e un sempre più largo parco di mezzi individualizzati (telefoni cellulari ecc.) garantisce una circolazione senza precedenti di immagini del mondo che mettono in moto reazioni individuali le più diverse. E’ sicuramente vero che il modello-Berlusconi, che peraltro è un originale terminale nazionale di una tendenza culturale e industriale, e quindi politica, globale, ha in qualche modo contaminato l’intera elite politico-mediatica, anche per effetto della contrapposizione speculare. Dopo il voto del 9 e 10 aprile Giuseppe De Rita e Ilvo Diamanti hanno rimproverato alla sinistra di essersi lasciata completamente catturare dalla dimensione mediatica della politica e di non aver saputo ascoltare “il territorio”. Cosa vera, credo, anche se la nozione di “territorio” – con la matrice culturale che presuppone – non sembra comunque la più adatta a leggere in profondità la dimensione dei mutamenti che stiamo vivendo. Bisognerebbe tornare, con strumenti aggiornati, al tipo di ricerca che negli anni ’70 aveva portato Michel de Certeau a chiedersi attraverso quali meccanismi gli individui procedono all’”invenzione del quotidiano” nel rapporto tra la loro esperienza e il contatto con il mondo della cultura e della comunicazione. E da qui poi passare all’esame tra la percezione del quotidiano dei singoli individui, la loro ricerca di senso, e l’”offerta di senso” che incontrano o meno da parte dei soggetti che si offrono come portatori di politica, cioè di una visione del mondo e di un progetto di società, oltre che di una tutela di determinati interessi.

La paura della “fine del mondo”

Da questo punto di vista le ricerche e i commenti che ho preso in considerazione sin qui hanno completamente rimosso un dato essenziale della mutazione antropologica che sembra in effetti essersi verificata nel volgere di alcuni decenni. Mi riferisco alla rivoluzione avvenuta nel rapporto tra i sessi. Tra le tante immagini dell’Italia “spaccata a metà”, delle “due Italie”, manca quella dell’Italia dei due sessi. Non si è ancora trovata la “sorpresa” – direbbe Luciana Litizietto – che era dentro questa Italia spaccata. E forse la sorpresa è la fine di un mondo che era retto da un certo ordine nelle relazioni tra uomini e donne. Un fatto ormai tendenzialmente globale, ma assai più evidente nelle società “evolute” del mondo occidentale, quindi anche nella nostra. Un evento che ha attraversato lo spazio privato della famiglia e quello pubblico del lavoro. A livello politico e mediatico la percezione di questa rivoluzione si manifesta in questo momento anche sotto forma di paura. E’ la chiesa di Ratzinger a dare voce a questa paura, con la predicazione quotidiana dei valori sacri della famiglia tradizionale e del matrimonio. Il bersaglio sono le ipotesi di regolamentare in qualche modo le unioni “di fatto” e specialmente quelle tra omosessuali. Ma io credo che al fondo di questa ansia ci sia la percezione abbastanza chiara che qualcosa di irreversibile mina ormai l’ordine sociale tradizionale, cioè l’ordine patriarcale. Alla chiesa si aggrappa nevroticamente l’ideologia neoconservatrice diffusa (non senza contraddizioni) a destra: e non è da escludere che anche questi messaggi abbiano catturato – nel voto - un consenso spinto da un sentimento di insicurezza profonda e oscura – prevalentemente maschile, ma non solo - che questo mutamento produce.
Einaudi va ripubblicando alcuni testi brevi e molto densi di Lacan. In una intervista concessa in Italia nel 1974 Lacan dice più o meno che la psicanalisi non è altro che il sintomo del malessere che provoca nel mondo l’irruzione del “reale”. Un reale oggi definito soprattutto dalla scienza. In quel momento egli prevedeva il “trionfo della religione” – soprattutto la religione cattolica – come l’unica capace di ridare un senso a un mondo sempre più attraversato dal “disagio della civiltà”. Questa predizione – articolata non senza ironia e autoironia critica – era basata tra l’altro su una constatazione di impotenza a comprendere e a definire la relazione tra gli “esseri parlanti” di sesso maschile e femminile. “Lì perdiamo radicalmente la bussola” – dice Lacan – “…la sessualità è senza speranza”.
Per concludere – del tutto provvisoriamente – la sinistra (ma la cosa riguarda l’intera idea di politica) non potrà superare gli attuali suoi limiti se non nominerà la fonte di queste paure diffuse, e se non saprà andare alla radice dei mutamenti che le originano. Solo così potrà imparare il nuovo linguaggio necessario per trasformarle in aperture, in coraggio e speranza.

Alberto Leiss

Testi consultati

Itanes. Sinistra e destra. Le radici psicologiche della differenza politica. Il Mulino. 2006

Geminello Alvi – Una repubblica fondata sulle rendite –Mondadori 2006

Jacques Lacan – Dei Nomi-del-Padre. Il trionfo della religione. Einaudi 2006

Cristina Borderias, Lia Cigarini, Adriana Nannicini, Sergio Bologna, Christian Marazzi – Tre donne e due uomini parlano del lavoro che cambia – Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne 2006




tarla







> da leggere

Nicole Loraux, "La città divisa",Neri Pozza, pag. 446, euro 40


Aldo Tortorella, relazione al seminario di Orvieto (Pace, lavoro, libertà. Per un nuovo soggetto politico della sinistra itlaiana. Il problema dei fondamenti)


L'Italia delle paure.
Qualche ipotesi sul voto che ha confermato la forza delle destre.
di Alberto Leiss