locale / globale
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relazioni politiche, dal quartiere al mondo
24 maggio 2006
Emily va in città
(10 punti - e più - per viverci meglio)
Questo è il lavoro portato avanti da alcune donne dentro e intorno all’associazione Emily: un insieme di proposte aperte – dieci elementi - da sottoporre a discussione e da integrare.
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19 maggio 2006
Deluse dal governo Prodi
Ma siamo pronte al conflitto con gli uomini?
Sono sei, le ministre del governo Prodi. Donne di valore, Livia Turco, Giovanna Melandri, Barbara Pollastrini, Linda Lanzillotta, Rosi Bindi, Emma Bonino, che non hanno avuto, non tutte, un incarico di peso.

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13 maggio 2006
Auguri al presidente Napolitano
Dopo il fattore k sparirà il fattore kd?
Massimo D'Alema avrebbe detto (lo fece un po' avventatamente al tempo della Bicamerale, lo avrà fatto più saggiamente adesso?) "ex malo bonum".

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30 aprile 2006
Emily: le donne nella nuova fase politica
I conti in Parlamento e la sfida delle città

Pubblichiamo la relazione - a cura di Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi - tenuta all’incontro nazionale dell’associazione Emily il 27 di aprile al Buon Pastore, la Casa Internazionale delle donnedi Roma

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27 aprile 2006
Camere senza vista
‘L’Italia è in una situazione politica preoccupante’. L’aggettivo ‘preoccupante’, condannato alla progressione dall’originaria natura participiale, si pone di fronte agli italiani ‘inermi’ come una domanda continua.

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13 aprile 2006
Preferisco questo risultato
E' una prova della verità per tutti
Il Riformista ha titolato mercoledì 12 aprile: il Cavaliere prova a fare la Cancelliera. Alludendo a Angela Merkel e alla proposta di Berlusconi di imitare la Germania varando una “grossa coalizione” per governare un paese uscito spaccato a metà dal voto.
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31 marzo 2006
Vogliamo più candidate
Ma che cosa vogliamo dalla democrazia?
La Fondazione Marisa Bellisario ha condotto un’indagine sulla presenza delle donne in tv all’interno delle tribune elettorali e nei dibattiti politici denunciando un "oscuramento televisivo di candidate e giornaliste"

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1 marzo 2006
Le vignette contro Maometto?
Un' Europa forte chiederebbe scusa

Sarà perché sono particolarmente sensibile all’uso che nelle riviste, nelle vignette oppure nei fumetti porno viene fatto del corpo femminile, ma non mi convince la rivendicazione della libertà di espressione rispetto alle vignette satiriche danesi. Con due interventi di Alberto Leiss e Aldo Tortorella
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9 febbraio 2006
Donne in carriera politica?
Vivamente sconsigliato alle "mogli di..."

Potrei arrampicarmi, come un agile indigeno, sul banano più alto (ma dove lo trovo questo banano?) e poi lanciarmi nel vuoto.
Il giallo delle quote rosa fantasma
La vicenda delle "quote rosa" si è conclusa, a quanto pare, in forma paradossale.
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26 gennaio 2005
Gerusalemme.
Una madre terra, due figli prediletti

Le donne arabe che vivono in Israele e che hanno sposato mariti poligami non vedono riconosciuto il loro status di mogli – essendo la poligamia vietata

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16 gennaio 2005
Un sabato a Milano
La mia giornata milanese, sabato 14 gennaio, è cominciata con un breve incontro di lavoro nella sede di una piccola società di marketing che si chiama “LaboDif”.
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8 dicembre 2005
Di padre in figlio
Nel corso della settimana appena trascorsa abbiamo assistito a prove tecniche di nuovo governo.
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25 novembre 2005
Ti picchio così ti cancello
La violenza sulle donne è oggi l’unico dato che accomuna gli uomini del pianeta...

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7 novembre 2005
Al Parlamento e ai partiti: legge elettorale
e programmi non rimuovano la forza femminile

Siamo stanche, e stanchi, del sentimento di desolazione che proviamo di fronte alla parata dei politici, tutti e sempre maschi, che si autorappresenta dovunque.
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30 ottobre 2005
Primarie, quote, liste di sole donne
Si annuncia la “riscossa rosa” in Parlamento?

Il Parlamento che uscirà in aprile dalle elezioni del 2006 avrà un numero di donne come l’attuale, cioè minimo? Si interrogano le donne riunite dall’associazione Emily

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24 ottobre 2005
Per le donne né 50, né 30, né 25 per cento
L'equazione misogina dei franchi onorevoli
Perché l'emendamento del governo, sulle “quote rosa“ non è stato votato dall'opposizione? Qualche giorno fa titolava Liberazione, il giornale di Rifondazione comunista: “La maggioranza cancella le donne dal Parlamento“.

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7 ottobre 2005
Perchè, io donna, dovrei appassionarmi
a queste maldestre primarie?
In questa fase, che per comodità e a rischio di banalizzare, chiamerei di transizione, sono entrate nel frullatore della politica “le questioni eticamente sensibili“
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29 settembre 2005
Via Quaranta e i dubbi dell’istruzione
Il 21 settembre il presidente della Repubblica ha invitato gli studenti italiani a declinare la logica dell’accoglienza nel corso dell’anno scolastico appena iniziato.

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29 luglio 2005
La ripresa del Burundi
Quando arriva nel seggio una gran folla le si fa incontro, felice di poterle stringerle la mano. Un vecchio mi sussurra all’orecchio di non avvicinarla, perché si è decolorata i capelli e fuma in pubblico.
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29 luglio 2005
Romana, Piera, Francesca, Alfonsina, Faustai
Le primarie dell’Unione sono già aperte. Le primarie dell’Unione sono già chiuse.... Con interventi di Bia Sarasini, Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, Marina Terragni.

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26 luglio 2005
Dopo le bombe. Apologia dolce del fatalismo
I nemici tra noi. Un "paki" nel Deserto della solitudine
Tre interventi di Letizia Paolozzi e Bia Sarasini su noi e il mondo dopo gli attentati di Londra
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25 giugno 2005
Imparare da una donna
La nostra condizione attuale fa sì che le donne possano vivere anche senza uomini, il che rovina tutto.
Immanuel Kant
….
Una donna africana siede in alto e fa lezione. Più in basso, di fronte a lei, la ascolta rispettosamente un re, circondato da dottori della religione islamica.
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20 giungo 2005
Un funerale con saluti a braccia tese
Un commosso saluto di molti amici venuti da tutta Italia: Così il tg1 delle 13 di venerdì 17 giugno ha definito l’adunanza dei molti che hanno approfittato della morte del giovane barista di Varese, ucciso pochi giorni prima in una rissa che ha visti coinvolti due albanesi.
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4 giugno 2005
Tutta l'Africa è paese
La settimana ricca di appuntamenti della rassegna ItaliaAfrica voluta a Roma da Walter Veltroni si è chiusa con il grande concerto di Piazza del Popolo sabato 28 giugno

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28 maggio 2005
L'azzardo della lista rosa
E' appena uscito dall'editore Guida di Napoli il libro di Letizia Paolozzi "La passione di Emily e l'azzardo della lista rosa".

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7 maggio 2005

Resistenze violente e non
«Non c’è una via per la pace. La pace è la via». Sono parole di Thic Nath Hanh, il monaco vietnamita buddista zen che durante la guerra del VietNam diede vita al movimento di resistenza non-violenta dei”Piccoli corpi di pace”.

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2 aprile 2005
Ci piace la politica di Alessandra?
Per giudicare non basta l'antifascismo

E adesso che abbiamo visto su Rai3 l’unico confronto televisivo con il governatore del Lazio, il suo antagonista e Alessandra Mussolini
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2 marzo 2005
Da Pechino a New York
Quando un essere umano rischia di precipitare gli si tende una rete per evitare che finisca male.

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13 febbraio 2005
Le primarie? Non buttiamole

Vorrei che il discorso sulle primarie andasse avanti. E non fosse inghiottito dalla opacità che di solito avvolge le proposte politiche che non piacciono.
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4 novembre 2004
Buttiglione e il fantasma anticattolico

Un nuovo fantasma si aggira per l’Europa: il pregiudizio anticristiano, anticattolico. Questione quanto mai confusa, di difficile dipanamento. Qualche proposta di riflessione
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14 ottobre 2004
Afghanistan, il voto velato
Non condivido la gioia di chi ha esultato per le recenti elezioni in Afghanistan, soprattutto per ciò che ha riguardato le elettrici.
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30 settembre 2004
Donne che amano quello che fanno
Si sono tolte il velo, hanno sorriso, appena liberate. Quando sono scese dall’aereo, sorridenti, si sono prese per mano, in mezzo alla piccola folla che le circondava.
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22 settembre 2004
Che cosa vuole veramente un uomo?
Si sa che Freud a un certo punto si domandò: che cosa vuole veramente una donna? E che non seppe trovare risposta. Credo che oggi la domanda decisiva sia: che cosa vuole veramente un uomo?

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19 agosto 2004
Usa, adotta una famiglia
Le donne single con figli a carico non saranno più sole: con loro da qualche tempo c’e John Kerry, il candidato democratico
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30 luglio 2004
L’occhio attento del Sudafrica
Due donne si guardano con tenerezza carezzando l’una il volto dell’altra
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30 giugno 2004
Donne in lista e desiderio di politica
Qualcosa è successo
Conclusi i ballottaggi, una come me, attenta a ciò che accade alle donne, si domanda se, appunto, le mie sorelle di sesso siano state votate.
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26 maggio
Una scommessa con molti fantasmi
Non c’è nulla di particolarmente originale - per chi consideri la legge sulla procreazione assistita sbagliata - nell’aver firmato il referendum dei radicali
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21 maggio 2004
"Le donne arabe si muovono, le italiane no"
Emma Bonino: non snobbate il referendum

Qualche giorno fa i Radicali hanno ripercorso i trent’anni trascorsi dalla vittoria del referendum per confermare la legge sul divorzio.

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16 maggio 2004
Ficcare il naso in Indonesia
Oltre un mese dopo le elezioni, sono stati resi noti i risultati del voto in Indonesia: ha vinto con il 21.58% il partito Golkar dell’ex dittatore Suharto

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12 maggio 2004
La lista rosa a Napoli
La crisi a Castellammare
Tre articoli di Letizia Paolozzi con una intervista al sindaco di Pomigliano d'Arco
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28 marzo 2004
Ritrovare la forza di una laicità viva
Essere di cultura musulmana e contro la misoginia, l’omofobia, l’antisemitismo e l’islam politico
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12 febbraio 2004
Chi ha paura del “listone rosa“
Da quasi due mesi, uno degli argomenti in discussione nel ceto politico-giornalistico del Mezzogiorno) è la Lista Emily-Napoli. Lista di donne che non esclude di scendere in campo alle prossime elezioni provinciali.
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11 febbraio 2004
Violenza, sinistra e "natura umana"
Fausto Bertinotti ha avuto il merito di riaprire la discussione a sinistra – soprattutto nella sinistra che si pensa come più radicale e “alternativa” – sul valore fondante della “non violenza”. Forse lo ha fatto con un metodo un po’ “violento”
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29 gennaio 2004
Da Sana'a l'idea di una democrazia
che si afferma con il tempo delle donne
Perché mi è parsa interessante la conferenza di Sana’a, voluta fortissimamente da Emma Bonino, organizzata da “Non c’è pace senza giustizia“ e dal governo dello Yemen?
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18 dicembre 2003
La figlia di Saddam
e la moglie dell'Imam
Delle tante cose dette intorno alla cattura di Saddam nulla è più incisivo di quelle immagini mute che sono state replicate tante volte in tv
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4 dicembre 2003
Radicali a congresso: il carisma di Emma
ma niente donne in direzione

Pubblichiamo un articolo di Letizia Paolozzi uscito sul mensile "Le ragioni del socialismo"

Nelle viscere dell’Ergife si è tenuto il secondo congresso nazionale dei radicali italiani.
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25 ottobre 2003
Bassolino: guai a diventare
ospiti fissi nel salotto di Vespa
Deve fare la sua testimonianza al corso di formazione di Emily, Napoli, sulla comunicazione politica.
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11 agosto-15 settembre 2003
Cercate la donna. A Castellammare
“Scandalo“ in Campania: la sindaca Ersilia Salvato chiama Anna Maria Carloni nella sua Giunta. Per le capacità di Anna Maria o/e perché è la compagna di Antonio Bassolino? Interventi e interviste di Alberto Leiss, Franca Chiaromonte, Letizia Paolozzi e Bia Sarasini

6 agosto 2003
Giustizia per la Città
Il caso Mambro e Fioravanti
Lavoravo all’“ Unità“ e per quel giornale, allora diretto da Walter Veltroni, avevo intervistato Francesca Mambro.
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21 luglio 2003
Tra "kamikaze" della politica
e orfane delle pari opportunità

Accosto segnali diversi, dei quali però vale la pena di discutere
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16 luglio 2003
Veltroni tra dolore e musica
Un'altra idea di politica?
Parla di sofferenza e di mancanza. Conosce bene il potere di media. Gli piace il jazz. Ha una cultura pop-americana. E' un politico di professione. Il sindaco di Roma sotto la lente di ingrandimento di Letizia Paolozzi, Bia Sarasini, Franca Chiaromonte, Lanfranco Caminiti e Alberto Leiss
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16 giugno 2003
Se lui e lei vogliono provare
a dare un'anima alla politica
Mentre si torna a discutere sullo stato delle relazioni tra donne e uomini, da Asolo arriva qualche novità
>
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13 giugno 2003
Cosa significano "sì" e "no" nella guerra dei sessi?
Letizia Paolozzi
recensisce il libro di Elisabeth Badinter che ha riacceso il dibattito sui rapporti tra i sessi, e invita gli uomini a imitare la "leggerezza" di Beckham. Le risponde Bianca Pomeranzi: le donne tra partiti e movimenti provino a parlarsi. Al seminario della Società delle Letterate, quasi "stati generali" del femminismo italiano. (Monica Luongo). Un numero della rivista "Posse" sul "divenire-donna della politica". Scalfari esorta le giovani donne a lottare contro la violenza del potere (Alberto Leiss).
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2 maggio 2003
Torna la "questione meridionale", ma a sesso unico
Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi recensiscono i libri di Isaia Sales, Gianfranco Viesti e Vincenzo Moretti sulla situazione nelle regioni del Sud dopo le politiche del centrosinistra. Un dato comune è la rimozione, o quasi, della realtà e dei desideri delle donne nel Sud. Vincenzo Moretti risponde a Letizia e Franca riconoscendo la "svista".
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8 aprile 2003
Come l'amore per la bellezza
salva le città brutte e degradate

“Le forme intorno a noi e la relazione di differenza” sono i temi della discussione di donne e alcuni uomini
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31 marzo 2003
Il “no“ alla guerra di Libération nel segno di Starck: l'intelligenza è femminile
Philippe Starck, che espone fino al 12 maggio al Centro Pompidou a Parigi, ha ridisegnato e impaginato il quotidiano francese Libération dell’11 marzo. Il suo è un intervento "funzionalista post-freudiano", dice
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22 marzo 2003
Rimandare, rimandare, rimandare?
Sulla guerra idee e parole, non solo "azioni"
Le assise delle donne Ds sono state rinviate "a data da destinarsi". Hanno spiegato : perché piovono missili sull’Iraq“
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26 febbraio 2003
Contro istituzioni monosex non valgono
le "quote", ma il desiderio femminile
"Un partito di solo maschi capirà cosa milioni di elettrici vogliono da scuola, welfare, dinamica sociale?"
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20 febbraio 2003
Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"
Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
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4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
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19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
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> 20 giugno 2006


Documenti sul referendum
costituzionale confermativo

Pubblichiamo qui di seguito alcuni documenti che ci sono stati inviati sulla scelta aperta con il referendum confermativo sulla riforma della seconda parte della Costituzione approvata a maggioranza dal centrodestra.
Sono testi diversi accomunati dall'inidicazione per il No. Si fa riferimento in alcuni al femminismo e all'esigenza di un nuovo patto tra donne e uomini. Indicazioni condivisibili, ma ci pare che sulla questione della inadeguatezza della nostra democrazia rispetto alla presenza dei due sessi sia necessaria ormai una nuova elaborazione, che non può saltare i contenuti della stessa Carta costituzionale. Nè il dibattito ormai all'ordine del giorno delle modifiche che sarebbero comunque opportune anche nel caso di una vittoria del No. Così anche come sul metodo necessario per giungere a queste modifiche.
Si parla per esempio di ridare vita a commissioni o convenzioni per riformare la Costituzione, a base di esperti, parlamentari ecc. Una prima notazione può riguardare il fatto che una simile assemblea dovrebbe senza dubbio riflettere la composizione paritaria dei due sessi che si ritrova (più o meno: le donne sono maggioranza!) nella società. Altrimenti - ma è una opinione da discutere - meglio che agisca, se ne sarà capace, il Parlamento, magari dopo aver approvato una riforma che corregga l'articolo 138 sulle maggioranze qualificate necessarie per intervenire sulla Carta costituzionale, norma che aveva un certo effetto nel contesto di una legge elettorale proporzionale, ma che non ha potuto impedire nel Parlamento eletto con il maggioritario che venissero approvate ben due riforme (una da parte del centrosinistra, l'altra del centrodestra) senza l'apporto dell'opposizione.
Ma soprattutto ci pare necessaria una discussione e una nuova elaborazione sull'idea e la pratica stessa della democrazia, visto che a distanza di 60 anni dall'introduzione del suffragio universale, la rappresentanza politica nel nostro paese (ma non è l'unico) è così poco rappresentativa della metà della cittadinanza di sesso femminile. DeA è impegnata sin d'ora a promuovere e ospitare questo dibattito.




Perchè come cittadine e femministe
vogliamo impegnarci per un No
allo stravoglimento della Costituzione

Il patto costituzionale su cui è fondata la nostra convivenza è gravemente minacciato. Non vale dire che la riforma della seconda parte della Costituzione, voluta dal centrodestra, non tocca i principi contenuti nella prima parte. Al contrario. Sia sul piano simbolico che su quello pratico, è stato stravolto, per di più a maggioranza, l’impianto complessivo della Costituzione, modificando l’intero sistema dei poteri e delle garanzie, e dunque mettendo seriamente in discussione la realizzazione dei principi e dei fini che sono scritti nella prima parte, e che è compito di tutto il sistema istituzionale attuare con coerenza.
Con il referendum del 25 giugno abbiamo l’occasione, come cittadini e cittadine, di esprimerci. Per noi questa occasione è un dovere e qui cercheremo di dire perché, come cittadine e femministe, vogliamo impegnarci perché queste modifiche siano respinte.

1. La storia conta. Il passato è parte di ciò che siamo, e se non ne teniamo conto, provochiamo catastrofi. Innanzitutto favoriamo la distruzione del legame sociale, costruito su quella storia. Del passato oggi si curano pochi/e, tanto che chi vuole può farne scempio a piacere. Ma senza passato, vivendo solo nella dimensione del presente, non c’è futuro, non c’è mutamento consapevole. Il patto costituzionale nasce da una storia tragica, che, se si vuole progettare un futuro, è assai importante non rimuovere né stravolgere. Le nuove carte dei diritti, prima di tutto quella europea, ne riprendono i temi essenziali, proprio per contrastare il ripresentarsi, in forme nuove, dei suoi peggiori aspetti: dalla guerra al razzismo, dal rifiuto delle differenze alle disuguaglianze e discriminazioni nei diritti civili e sociali, dall’autoritarismo al populismo demagogico.
E’ nella Resistenza antifascista e nella Costituzione che sono state poste le basi della cittadinanza delle donne. Ed è un’eredità e un debito che riconosciamo verso tutte le donne che ne furono protagoniste. Per noi cambiare, anche radicalmente, rispetto a quella storia e a quelle conquiste di cittadinanza, non vuol dire in alcun modo prescinderne o misconoscerne il significato.

2. La democrazia ridotta a consenso, la politica intesa come rapporto diretto tra il capo e il popolo: questo è il nocciolo forte delle modifiche alla Costituzione, ed è la traduzione coerente della cultura e della pratica del potere che sono il vero cemento del centro-destra. E’ una risposta drastica alla crisi della rappresentanza, che tende a tramutare questa crisi in morte definitiva; è una risposta di segno del tutto opposto rispetto alla critica femminista, che ha messo al centro l’esigenza di allargare le forme di partecipazione, privilegiando la politica radicata nella società e nell’esperienza. Con il potere del premier di sciogliere il Parlamento, le Assemblee elettive sono del tutto esautorate. Così il capo si presenta come l’unico rappresentante del popolo, al di sopra delle leggi, incurante dei diritti delle minoranze e dell’opposizione. E’ il trionfo della rappresentazione identitaria e del decisionismo. Ne soffrirebbe non solo la politica delle istituzioni, ma tutta la sfera pubblica, intesa come costruzione ricca ed allargata di relazioni per la definizione e la gestione dei beni comuni. Ne soffrirebbe quindi proprio la politica che più sta a cuore al femminismo.

3. La libertà ed i diritti sono ridotti a preferenza di questa o quell’offerta, in un contesto in cui i beni da scegliere sono definiti altrove, tutti equiparati a merci, ed ogni scelta è misurata in termini di interesse, comprese quelle della rappresentanza politica. La libertà femminile, lo abbiamo detto molte volte, non è riducibile ai diritti e agli interessi specifici delle donne. Non è neppure riducibile all’uguaglianza di diritti ed opportunità tra donne e uomini. Ma un conto è la critica all’uguaglianza come omologazione, assimilazione, altro è l’uguaglianza come giustizia sociale, come quell’insieme di misure volte a far sì che ciascuna e ciascuno siano messi in grado di autoprogettarsi e autodeterminarsi. A che cosa si riduce la libertà individuale senza questa uguaglianza? Senza un ricco corredo di diritti sociali effettivamente esigibili? Ma è proprio questa eguaglianza che la riforma sacrifica, in coerenza del resto con l’ispirazione di fondo che la muove.

4. La cosiddetta “devoluzione”, con l’istruzione, l’assistenza e la sanità delegate alle Regioni, stravolge la distribuzione di competenze tra Stato nazionale, Regioni ed enti locali, lacera la struttura unitaria della società e dello Stato, mettendo in discussione le garanzie universali dei diritti, creando insopportabili disuguaglianze nel territorio. Diversamente da quanto si afferma, questa riforma non rafforza affatto il legame tra istituzioni e società, proprio perché mina i rapporti orizzontali di convivenza, mettendo in contrapposizione tra loro le diverse aree territoriali del Paese.
Respingere con un NO questa riforma non è un atto di conservazione, di accettazione inerte di un testo, di nostalgia per il passato. E’ invece la premessa indispensabile per rilanciare il confronto tra soggetti politici attivi nella società, per rinnovare ed arricchire i contenuti del patto costituzionale. Noi pensiamo che, a partire dalla politica delle donne, si possa costruire un patto di convivenza tra donne e uomini, adeguato alle sfide del futuro.
Non sentiamo affatto il bisogno di riforme istituzionali, scritte in nome e in ragione della governabilità, volte ad alterare l’equilibrio dei poteri, a mortificare la democrazia rappresentativa, a ridurre la cittadinanza attiva, a negare la giustizia sociale. Un patto rinnovato non è affatto in contrasto con la Costituzione, può anzi innestarsi sui suoi principi e sulle sue lungimiranti potenzialità.

Maria Luisa Boccia, Cecilia D’Elia, Isabella Peretti, Tamar Pitch, Grazia Zuffa



Per il NO al referendum costituzionale

A cura di GIUdIT, associazione delle giuriste

La Costituzione disegna lo spazio pubblico nel quale può darsi azione politica di donne e uomini, e in cui lo stesso patto fondativo può essere attuato e allo stesso tempo innovato.

Questo è già avvenuto nella storia del nostro Paese. Ancora oggi la lotta per i diritti e per il diritto si radica nel processo di attuazione della Costituzione.

Per il suo carattere aperto e progettuale, la legge fondamentale apre la via alla sua continua rilettura. Attraverso questa operazione l’intero ordinamento si modifica, alla luce delle interpretazioni progressive del dettato costituzionale.

E’ stato questo il senso di una lunga stagione storico-politica, nella quale nuovi soggetti sono stati ammessi al godimento di diritti prima riservati a pochi, nuovi diritti sono stati elaborati.

E’ stato questo il senso di una stagione significativa come quella che ha visto il protagonismo della giurisprudenza nella interpretazione costituzionalmente orientata di vecchi codici e vecchie norme.

Nell’ambito dello stesso percorso, la Corte costituzionale ha abrogato norme odiose come il delitto d’onore e il delitto di adulterio che puniva solo la donna, e ha aperto la strada alla legge sull’aborto. Nell’ambito dello stesso percorso il Parlamento ha approvato le leggi sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza, la legislazione di tutela della maternità, le leggi di parità.

L’interpretazione della legge civile e penale si è aperta a contenuti nuovi. Se una grande parte dell’esperienza femminile resta ancora poco rappresentata nel diritto, lo stupro comincia finalmente a essere visto e trattato come un reato grave contro il corpo-mente delle donne. La violenza domestica comincia finalmente a essere vista e trattata come un reato grave, che comporta l’oppressione sistematica della libertà femminile, e vittimizza sempre anche le/i bambine/i, che se non subiscono direttamente violenza, la vedono e la introiettano come parte della loro esperienza.

Questo processo è stato possibile grazie alla compattezza della Carta costituzionale, che tiene insieme la prima e la seconda parte della legge fondamentale.

La legge costituzionale oggi sottoposta a referendum non modifica ma stravolge la seconda parte della Costituzione, in primo luogo riducendo la democrazia a rapporto tra popolo e leader.

Il Parlamento diventa un luogo secondo e sostanzialmente subordinato al governo. Il Parlamento può essere sciolto dal governo ma non gli dà la fiducia. Dunque il governo e il primo ministro non sono responsabili dei loro atti di fronte al Parlamento.

Non si tratta solo di una inaccettabile deviazione rispetto al principio di separazione dei poteri, che deve basarsi sulla comunicazione e l’equilibrio tra i diversi poteri dello Stato.

E’ la riduzione della pluralità, rispecchiata nella rappresentanza parlamentare. E’ la sovversione dell’idea che ogni movimento progressivo può trovare legittimazione in un sistema democratico fondato sul libero confronto di tutte le opinioni, che devono trovare mediazioni alte. Questo è, nella sua essenza, l’idea originaria di governo proposta dalla Costituzione.

La controriforma oggi sottoposta a referendum è figlia di una impostazione radicale quanto primitiva dei rapporti tra i poteri dello Stato, cioè l’idea berlusconiana che chi vince comanda. Da questa stessa tesi proviene la sistematica delegittimazione della giurisdizione e del controllo di legalità sull’operato dei pubblici poteri.

Se questa tesi uscisse vittoriosa dal referendum, non vi sarebbe più uno spazio pubblico nel quale esprimere un agire politico orientato alla trasformazione, che sempre ha bisogno di dialogo e comunicazione, per far valere il portato di uno sguardo diverso sulla realtà.

La c.d. devolution, che compromette la redistribuzione tra aree geografiche, è figlia dell’altrettanto primitiva idea leghista che chi è ricco ha il diritto di spendere per sé.

In questo senso la controriforma costituzionale è coerente con la versione più rapace del liberismo, secondo cui precarietà, incertezza e discriminazione sono il destino – giusto o inevitabile, non importa – della grande maggioranza di ragazze e ragazzi, di uomini e donne, native/i e migranti, che vivono in questo Paese.

La libertà femminile, così come si è venuta elaborando nel pensiero dei femminismi, non ha niente a che vedere con l’egoismo dei forti. Non nega ma include la relazione, la solidarietà, il prendersi cura di chi ha di meno o è più debole e dipendente.

E’ molto evidente il nesso tra la controriforma della seconda parte della Costituzione e la messa in questione dei principi affermati nella prima parte.

Basta pensare al ripudio della guerra sancito dall’art. 11 della Costituzione, che già negato e contraddetto dalla sciagurata prassi della partecipazione a guerre travestite da missioni umanitarie o di pace, non avrebbe alcuna possibilità di essere effettivo in una ordinamento che si limitasse a legittimare la legge del più forte, nell’economia, nella politica e nelle relazioni internazionali.

Come giuriste che hanno a cuore la libertà femminile e la libertà di tutti, non possiamo che guardare alla controriforma costituzionale come a qualcosa che colpisce al cuore il nesso inscindibile tra libertà, uguaglianza e differenza.

La differenza sessuale o di genere è poco rispecchiata nella Costituzione, e tuttavia non ha bisogno di un riconoscimento esplicito. Può vivere nel processo di attuazione/rinnovamento dei principi costituzionali, che tuttavia richiede uno spazio pubblico democratico, plurale, dove possa liberamente esplicarsi l’agire politico di donne e uomini.


Adriano Prosperi: la Costituzione
è la nostra “Bibbia civile". Leggiamola

Pubblichiamo l'intervento dello storico Adriano Prosperi pronunciato alla Scuola Normale Superiore di Pisa in occasione del 60° della Repubblica:

E’con animo grato ma anche con preoccupata coscienza dei problemi del momento che ho accolto l’invito della Scuola Normale Superiore e della mia Università a parlare in questa solenne occasione celebrativa del sessantennio della Costituzione. Il compleanno della Costituzione che si festeggia in questa sede antica di liberi studi non può essere nemmeno quest’anno – semmai lo è stato - solo un atto di alta ritualità civile intorno al fondamento condiviso della nostra cittadinanza italiana. Da studioso e docente di storia non ho trovato altro modo per rispondere a una domanda impegnativa che cercare di ricavare qualche suggerimento dalla mia esperienza e dal mio mestiere di insegnante . Partirò dalla definizione della Costituzione dataci di recente da Carlo Azeglio Ciampi con la solennità di un lascito testamentario: la Costituzione come “Bibbia civile”. Definizione alta e suggestiva, essa ha per chiunque e soprattutto per chi svolge in qualsiasi forma un servizio pubblico il valore di un richiamo all’obbligo primario di operare per la conoscenza e il rispetto dei valori e dei doveri fissati nel testo posto a fondamento della nostra convivenza. Definizione solo apparentemente candida e quasi ovvia quella di Ciampi, che in realtà possiede una sua profonda malizia. Per intenderla meglio, io credo, bisogna por mente al modo in cui la Bibbia, il testo fondamentale della tradizione cristiana, ha finito col diventare nella cultura diffusa del nostro paese uno dei testi più sconosciuti che ci siano. E questo perchè quasi cinque secoli fa, in un’epoca di vivacissime discussioni sulla riforma del cristianesimo, la Bibbia fu sottratta alla lettura diretta della popolazione tutta da severissimi divieti e la sua conoscenza e interpretazione furono riservate a una ristretta casta sacerdotale. Il risultato è che ancor oggi si levano diffusi lamenti e amare constatazioni a proposito dell’ignoranza profonda della Bibbia come tratto specifico della cultura e della scuola italiana. Possiamo dunque leggere la definizione di Ciampi anche come un indiretto avvertimento del rischio che la Costituzione italiana divenga qualcosa di simile a un testo sacro, evocato, analizzato e interpretato in luoghi ristretti da corpi eletti per potere e per sapere ma sempre più assente dalla conoscenza diffusa tra i cittadini. Che sia diffusamente ignorato lo sappiamo e posso attestarlo sulla base della mia diretta esperienza non solo di docente ma prima ancora di cittadino e – risalendo molto indietro nel tempo – di studente. Come studente, ricordo di aver incontrato la Costituzione come testo solo quando, appena giunto in questa università, nel corso di quel trattamento per le matricole che serviva a ridimensionarne le ambizioni e a farle riflettere sulla loro ignoranza, un “anziano”mi chiese di recitargli a memoria il contenuto di uno specifico e importante articolo della Costituzione. Quell’episodio mi è spesso tornato alla memoria. Del resto se abbiamo imparato qualcosa dalle esperienze di più di mezzo secolo di tentativi, è che le buone intenzioni poco valgono se non c’è una domanda viva nella società. Solo quando la temperatura politica e civile del paese si è alzata l’educazione civica è diventata qualcosa di più di un poco attraente e marginalissimo esercizio scolastico. Gli esempi sono nella memoria di tutti. Ci volle il tumultuoso 1960 perchè prendesse forza nella scuola e nella società la domanda di conoscenza della Costituzione come testo ma ancor più del contesto storico da cui era nata. E questo ci ricorda che la pedagogia astratta deve sempre fare i conti con i rapporti di forza reali e col movimento collettivo della società. L’insegnamento della storia contemporanea a cui si rivolse allora la maggioranza dei giovani discenti e dei docenti in un paese che avvertiva il bisogno di conoscere com’era nato crebbe nel corso dei decenni successivi fino a diventare il campo fondamentale di esercizio degli studi storici; ma è proprio su questo settore che si è prodotto negli anni più a noi vicini un confuso e spesso acre e livoroso processo di revisione. La revisione delle conoscenze è un processo normale che si lega all’avvicendarsi delle generazioni e al mutare del mondo. E’ un dato positivo se arricchisce scienza e coscienza; ma dietro la rilettura di uomini , di fatti e di idee della storia italiana contemporanea si è avvertito spesso l’avanzare di un desiderio e di un disegno teso a rovesciare i rapporti di forza reali e soprattutto quel rapporto tra vincitori e vinti che fu all’origine del patto costituzionale. E’per questo che oggi l’anniversario della nascita della Costituzione non può essere solo il pacifico rituale di chi contempla lo scorrere del tempo come un dispiegarsi e fruttificare della pianta civile ma deve essere di necessità una riflessione su quel che le parole della Costituzione hanno incorporato dell’esito di una lotta e del valore di memoria e di avvertimento di una grande e collettiva tragedia della storia italiana. Solo se ne saremo capaci le sfide politiche e sociali che ci attendono potranno essere affrontate in maniera adeguata, traendone occasione per una presa di coscienza del contenuto e del valore del patto costituzionale.
Qui ne parliamo nel contesto dell’ Università, cioè di quello che resta il luogo deputato alla formazione intellettuale più accurata e matura, dove si entra come studenti e da cui si dovrebbe uscire come insegnanti e studiosi. Ed è qui che la civile necessità della conoscenza del testo costituzionale si presenta come quella non solo più urgente ma anche come quella che si affida specificamente a noi, come docenti e come studenti della scuola pubblica: perchè è a noi che spetta assicurare la trasmissione della conoscenza e la fedeltà al dettato della costituzione repubblicana alla cui ombra e sotto la cui protezione si situa il nostro lavoro. Da qui nasce la proposta fondamentale, di per sè semplicissima che vorrei formulare e che è riassunta nel titolo: leggere la Costituzione. Titolo banale. Ma mi viene in mente un titolo simile di un libro che ebbe grande successo negli anni lontani delle lotte studentesche di quelli che un libro fortunato definì “marxisti immaginari”. Grande successo ebbe allora un libro di uno studioso francese che si intitolava: “Leggere il Capitale”. Ho sempre sospettato che il segreto di quel successo fosse in quel titolo che ricordava ai lettori che parlavano e discutevano appassionatamente del marxismo e di Karl Marx qualcosa che non avevano fatto, qualcosa di elementare, come appunto leggere semplicemente il Capitale. Ora, poichè in questi nostri giorni tutti siamo urgentemente invitati a rispondere ad appelli contrastanti che riguardano la Costituzione e poiché molto spesso questi appelli cadono sul terreno di una candida e diffusa ignoranza, il senso del mio invito è questo: si tratta di leggere questo documento così come una volta si leggevano i testi fondamentali nell’Università dove i professori erano lettori e le loro letture (solo l’inglese ha conservato il termine antico nella docenza universitaria) avevano per oggetto l’analisi e la comprensione di testi - il diritto romano, i trattati di medicina greca, Cicerone e Virgilio e così via, fino a quella “lectura sacrae paginae” cioè della Bibbia che era il coronamento del sistema del sapere ; e intanto nelle città la lettura degli Statuti cittadini o quella delle regole dei conventi e delle confraternite era il momento rituale del ritrovarsi intorno a ciò che univa e per cui ci si univa. E come non ricordare, poiché siamo in Toscana e tra italoparlanti, la Lectura Dantis? Ebbene, non si capisce perchè chi svolge i suoi studi nelle nostre Università e scuole tutte non debba avere l’offerta di una Lectura Constitutionis, che introduca una tradizione civile e sia un momento di necessaria preparazione a funzioni di servizio pubblico nell’insegnamento come nella ricerca scientifica. Non sembra insomma che debba essere tollerata l’ignoranza diffusa di regole fondamentali che riguardano tutti al di là delle identità religiose e delle culture di origine: regole la cui interpretazione sarà sì rimandata alla competente corte costituzionale ma la cui sussistenza non può fare a meno di una conoscenza diffusa .
Come debba essere questa lettura è la questione da definire. Ma, sempre richiamandomi al modello della Bibbia, non posso non ricordare che momento fondamentale dell’avvio dell’epoca moderna per la cultura occidentale europea è stato quello che ha visto il passaggio dalla lettura specialistica della Bibbia annegata tra le glosse dei teologi alla diretta appropriazione del testo tradotto nelle lingue volgari. Dunque anche nel nostro caso per uscire dalla selva delle interpretazioni dotte, che resteranno naturalmente fondamentali, bisognerà trovare il sentiero che porta alla Costituzione “sine glossa”, al semplice testo che per essere inteso nella lingua storica in cui fu scritto dovrà essere collocato nel suo contesto originario. Facciamo qualche esempio.
1) L’esercizio di lettura si imbatte subito nella prima frase del testo e nella prima decisiva parola: repubblica fu detta allora l’Italia, registrando prima ancora che il risultato di un referendum, l’ignominioso suicidio di un regime monarchico cancellatosi da se stesso nella suprema viltà del tradimento del paese e della fuga. Il popolo italiano ebbe allora uno dei rari momenti in cui potè dire la sua direttamente e la disse, troncando le incertezze e i tatticismi dei partiti. In questo l’aggettivo “democratico” trova un riferimento prossimo e illuminante.
Ma la parola più suggestiva e più problematica è quella che fu scelta per indicare il fondamento su cui doveva poggiare la nuova nascente repubblica: lavoro. Non mancano certo nell’abbondante letteratura di memorialisti, di storici e di esegeti le indicazioni su chi, come e perchè preferì quel termine. A noi spetta però una domanda preliminare e più ingenua, per così dire, una domanda sulle rappresentazioni profonde dei valori che caricarono quella parola di una sua capacità di autoesplicazione e di persuasione, tale da pacificare le tensioni e i conflitti nel senso di una scelta condivisa e immediatamente persuasiva. Allora, in un paese a prevalenza contadina, la realtà del lavoro era quella delle mani callose e del volto abbronzato, della maledizione biblica iscritta nel sudore della fronte maschile e nella sofferenza femminile del parto e dell’allevamento, della gestione quotidiana del cibo e dell’assistenza alla famiglia. Riconoscere che la regola base per avere diritto alla cittadinanza era il lavoro significava fare del lavoro servile il fondamento dell’accesso ai diritti, correggere la piramide della società nella sua ingiustizia fondamentale, quella per cui i maggiori diritti (i privilegi) li aveva chi meno lavorava. A partire dalla Rivoluzione francese diritto e privilegio sono in guerra, dove c’è l’uno non ci può essere l’altro. Il privilegio prima della Rivoluzione francese era rappresentato dal disegno dei tre stati – “tu ora, tu defende, tu labora” , sacerdoti, cavalieri, contadini. E tra i contadini era diffusa l’immagine dell’albero che si diffuse nei volantini durante la guerra dei contadini tedeschi contro la nobiltà feudale . Era un’ idea della società tratta dalla natura: l’albero che trae il nutrimento dalle radici è la società che vive del lavoro dei contadini ma i cui rami verdeggiano di nobili e di prelati e che reca in cima l’imperatore e il papa. I contadini persero la guerra e furono fatti a pezzi: il pittore Albrecht Dürer immaginò un monumento che riprendeva l’immagine dell’albero coi contadini ancora impegnati a nutrire col lavoro l’intero albero. In cima ad esso pose un contadino con un pugnale nella schiena: vittima ed eroe di una guerra impossibile. Ristabilire oggi un’idea del lavoro come base della cittadinanza è apparentemente inutile perchè siamo convinti che già sia così. Non è forse un lavoro quello dell’industriale, quello dello scienziato, quello del sacerdote? che poi a diversità di lavori corrisponda un compenso diverso appare anch’esso più che giusto, addirittura naturale. Per questa via l’albero antico con le diverse altezze e rigogliosità delle fronde ricompare in una società che ha divaricato enormemente le differenze della ricchezza e del potere rispetto ai tempi in cui nacque la costituzione. Ricordare la patetica figura del deputato alla Costituente che viaggia in terza classe e si porta i panini da casa potrebbe sembrare una critica demagogica degli stipendi e dei privilegi dei nostri rappresentanti. Non di questo vorremmo parlare, però, ma ricordare due fatti elementari . Il primo è questo: dietro il lavoro legittimo e premiato di chi riempie uffici e laboratori, c’è l’opera di un popolo oscuro che è uscito dall’ombra tutto insieme una volta sola di recente, per affollare le lunghe code davanti agli uffici postali in attesa di un modulo burocratico al quale affidare la speranza di un diritto alla presenza legale – non di una cittadinanza piena, si badi, ma solo di un diritto a esistere legalmente in questo paese. In loro, oggi, riconosciamo gli eredi dei contadini in rivolta nell’Europa del ‘500, l’avanguardia di un mondo più vasto che preme alle frontiere della ricca Europa, che si gioca la vita per attraversare un braccio di mare, che si offre senza protezione alcuna allo sfruttamento, che si occupa a prezzi stracciati dei vecchi, dei malati, dei lavori sporchi, sgradevoli e faticosi, che affolla le prigioni in percentuale maggiore di ogni altra categoria, che riempie le statistiche dei morti ammazzati nelle cronache di nera. E alla luce di questo la dichiarazione della Costituzione italiana assomiglia a quella che si leggeva nel 1776 nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, superba affermazione della libertà e del diritto alla felicità in un paese dove liberi e felici erano solo i bianchi ma dove abitavano indigeni e schiavi che non ebbero per allora riconoscimento alcuno. L’altra osservazione ci tocca più da vicino: il lavoro come realtà fattasi evanescente, precaria, intermittente. Stefano Rodotà ha richiamato in un articolo recente il dato di fatto che noi conosciamo per esperienza dei nostri figli e nipoti: il lavoro flessibile crea persone inesistenti, precarie, incapaci di progettare e affrontare la vita al di là del breve tratto coperto da frammenti di lavoro che “nulla promission rendono intera”. Queste due isole del lavoro senza cittadinanza e della cittadinanza senza lavoro sorgono in mezzo al fiume del percorso storico della nostra costituzione e del nostro paese; e minacciano di inaridirlo progressivamente.
2) Fra le tante espressioni solenni e fondamentali che si vorrebbero e si dovrebbero affrontare citerò solo un secondo e un terzo esempio. Il secondo lo traggo di scorcio da quel controverso articolo 7 che regolò i rapporti tra Stato e Chiesa, circoscrivendo un antico e ricorrente terreno di frizione ma anche di vitalità della nostra convivenza italiana. Ma ad intendere il perchè si procedette a quella definizione bisognerà ricordare che quello Stato non poteva certo essere assunto allora nel senso di una realtà chiusa ed esclusiva quale lo avrebbe voluto il nazionalismo feroce uscito travolto dalla più tragica delle esperienze storiche del nostro continente. Né la Chiesa significava l’arroccamento all’ombra di simboli di orgogliosa distinzione da innalzare contro i seguaci di altre religioni o visioni del mondo: la parola evocava allora nella memoria degli italiani l’idea di edifici sacri dalle porte aperte a tutti i perseguitati per razza e per colore politico, il luogo di rifugio per gli inermi.
3)L’esercizio del terzo esempio potrebbe farsi su di una parola, che è familiare nei pubblici uffici ed è fondamentale per l’avanzamento e la trasmissione della scienza universitaria: concorso. Art.97: “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”. Anche qui riconosciamo un principio antico, affermatosi nell’età tra la Rivoluzione francese e l’età napoleonica, quello che traducendo nell’apparato burocratico dello stato francese il principio settecentesco delle pari opportunità aperte ai capaci e meritevoli inventò il concorso statale. Uguaglianza di opportunità, differenza di ingegni e mezzi e disposizioni personali. Su questo doveva costruirsi l’apparato statale. Oggi gli unici concorsi di cui ancora si parla e si sparla sono quelli a cattedre dell’Università. E questo perchè altrove, dall’ultimo posto di magazziniere o di addetto alla pulizia dei cimiteri fino al posto più alto, troviamo operante una rete di forze e di poteri che ha inventato formule evasive e ambigue - la chiamata diretta, il concorso riservato (contraddizione in termini) . Ultimi, i professori universitari conservano per legge la dizione del concorso pubblico: ma poca gloria ne possono ricavare. Sul labirinto di percorsi sotterranei che tendono ad aggirare il principio, sulla selva di compromessi e di giuridicismi che lo soffocano e lo cancellano ne leggiamo e ne sappiamo fin troppo perchè valga la pena di insistere.
Si noterà comunque che almeno nominalmente qui la regola del concorso pubblico per titoli e per esami resta in piedi. Altrove, anche ad altri livelli della scuola, le regole si inventano: tale è quella che ha visto l’ingresso in ruolo degli insegnanti di religione assunti da autorità ecclesiastiche e passati in toto allo stato.
Riportare il dettato della carta al puro testo sine glossa: ecco il dovere che ci incombe. Sarà possibile? disboscare la selva delle glosse che hanno soffocato il testo in questi sessanta anni è impresa a cui si oppongono i poteri politici tutti di questo paese. Restaurare il principio del concorso in una società dove gruppi di potere determinano troppo spesso l’accesso all’ufficio pubblico sarebbe provocare una vera rivoluzione. Significherebbe andare contro corrente, una forte e non avvertita corrente per così dire post-democratica in cui siamo tutti immersi talchè non ci si accorge quasi della direzione verso cui ci porta: lo si vede dalla mancanza di reazioni alla cancellazione di quel voto di preferenza che era l’ultima possibilità per i cittadini di dire la loro sugli uomini proposti dagli apparati dei partiti. Grande e complicata questione quella dei partiti e del modo in cui sono cambiati da allora. Non ne parleremo. Ma qualcosa bisognerà pur fare se si vuole che l’etichetta di un vino d’annata non copra l’acqua sporca del modo normale di andare delle cose in Italia.
Chiuderò il mio discorso ricordando la XII delle disposizioni transitorie e finali: il divieto della “riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Davanti al diffuso e spesso confuso discutere intorno alla storia italiana del ‘900 che riempie le gazzette di scandalistiche revisioni vale la pena di richiamare una caratteristica essenziale della nostra Costituzione rivelata formalmente da questo articolo: qui è una parte politica che si è eretta a nazione tutta, così come volle fare il terzo stato nella rivoluzione francese. E questo ci ricorda che le costituzioni sono nate storicamente per rivoluzione e non per trascrizione pacifica di un comune e generale sentire. Ma quella vittoria di una parte che ebbe la forza di esprimere il sentire della nazione tutta non è un dato perenne: è soggetto ai mutevoli rapporti di forza del processo storico. E tutti sanno che la ricostituzione del partito fascista è avvenuta sotto svariate forme e che questo non ha impedito che da quella parte venissero ministri della Repubblica formalmente obbligati a giurare sulla Costituzione. A parte isolate fiammate di ripulsa, come quella del 1960 contro il congresso fascista a Genova, la cosa non ha sollevato reazioni di sostanza. Piuttosto si è sottoposto a un processo diffuso mediaticamente quel tanto di rivoluzionario in senso comunista e socialista che vi fu nella nascita del patto costituzionale e nella cultura italiana di allora. Oggi sono i comunisti mangiabambini a tenere desta l’attenzione di chi vive distrattamente le lotte tra i partiti, non sono certo i fascisti. Ma anche qui la contraddizione tra una carta costituzionale e la realtà non può divaricarsi oltre un certo limite. Entra in gioco ormai il valore sostanziale di questo documento che si volle allora come carta propositiva, anzi come messaggio profetico affidato alla realizzazione futura: “Facesti come quei che va di notte / che reca il lume e sé stesso non giova / ma dietro sé fa le persone dotte”: questo il celebre commento dantesco che circolò allora sul lavoro della costituente.
Nel processo di revisione dei valori dell’antifascismo che si è svolto accanitamente negli anni passati riconosciamo l’ambizione di rovesciare nel presente il risultato storico della lotta da cui uscimmo il 2 giugno del 1946. E nella revisione costituzionale che ha dato vita a un progetto di “regime assolutistico governativo” (la definizione è di Andrea Manzella) e ha cancellato il regionalismo solidale della costituzione di una nazione unita con un esclusivismo legislativo regionale, riconosciamo il tentativo di cancellare l’evento storico di cui la nostra Costituzione è il prodotto. Riprendere coscienza delle ragioni di una profonda svolta dell’Italia verso la democrazia è l’unico modo per onorare il patto costituzionale che ne nacque. Senza di ciò il nemico di quei valori tornerebbe a vincere: e finchè la lotta è aperta, nemmeno i morti sono al sicuro.
Una costituzione può dunque essere la nostra Bibbia civile a patto di recuperarne il significato originario , di far nostro il valore che ebbe di memoria e di profezia . Dove la memoria manca e la profezia si cancella il monumento diventa un totem che chiunque può abbattere. A questa Costituzione, a chi per farla nascere dette la sua opera e spesso la sua vita, a chi ha operato per attuarne il disegno di pacifica convivenza e di crescita civile nel segno della giustizia e della libertà, noi uomini della mia generazione nati sotto le bombe e il terrore nazifascista, dobbiamo l’aver potuto crescere, vivere e studiare, l’aver potuto imparare e insegnare nella Scuola pubblica italiana. Che il loro nome sia onorato e che la Costituzione viva.

Adriano Prosperi




Dalla scuola un No per impedire
di stravolgere la Costituzione

Testo inviato agli insegnante dal Cidi, Centro di iniziativa democratica degli insegnanti

Cara/o collega, il 25 e 26 giugno prossimi si voterà per il referendum confermativo sulla Legge costituzionale “Modifica della Costituzione della Repubblica italiana” approvata dal Parlamento nella passata legislatura (G.U. n. 269 del 18 novembre 2005). Nella nostra Costituzione, un patto scritto, maturato – dopo i disastri di una dittatura e di una guerra mondiale – attraverso la Resistenza, è stabilito ciò che è comune, al di là delle differenze, ai vari gruppi sociali, ed è riconosciuto perciò come “utile” per tutti e per ciascuno. Un patto che, nato da un vitale e saggio compromesso tra differenti ispirazioni ideali e culturali, porta tuttavia l’impronta di uno spirito universale e, in un certo modo, transtemporale, tale da poter considerare la nostra come la Costituzione “di tutti”. Un patto che contiene anche un progetto di futuro della nostra comunità nazionale. Ciò nonostante, anche la Costituzione può subire modifiche; possibilità peraltro prevista all’articolo 138, fatte salve alcune garanzie procedurali: nel nostro caso si dà luogo a un referendum – richiesto da più di 500.000 cittadini – dal momento che la legge di modifica è stata approvata dal Parlamento con la sola maggioranza semplice e non a maggioranza dei due terzi di ciascuna delle Camere. Dal 1948, anno dalla sua entrata in vigore, fino ai giorni nostri, oltre una trentina di cosiddette Leggi costituzionali hanno apportato modifiche, in genere assai limitate, alla nostra Costituzione, la maggior parte delle quali volte a migliorare il sistema delle autonomie e il governo della cosa pubblica. Ciò, tuttavia, è avvenuto senza mai stravolgere il senso complessivo e i principi democratici a cui si ispira la nostra Carta Costituzionale.
Che cosa, dunque, rispetto al passato, differenzia profondamente da quelleprecedenti la Legge costituzionale del 18 novembre 2005 su cui saremo chiamati a votare al referendum di fine giugno? Per quanto a prima vista appaia complicato, giova osservare la struttura della nostra Costituzione. Anche solo a leggerne i titoli, se ne coglie il complesso ma coerente intreccio tra le sue varie parti, tale da farne un Corpus di principi e di regole ordinamentali assai compatto. Il disegno costituzionale è organico, pensato, pur nella sua complessità, con coerenza: basti considerare l’assoluta corrispondenza con i “Principi fondamentali” delle parti prima e seconda, “Diritti e Doveri dei cittadini” e “Ordinamento della Repubblica”, e, altrettanto importante perché tutto si regga, nella seconda parte, l’equilibrio dei poteri e delle funzioni istituzionali, a garanzia di quei principi che caratterizzano la nostra Carta Costituzionale come una tra le più democratiche. Ora, la legge su cui saremo tutti chiamati a esprimerci con un Sì o con un No, reca un tale stravolgimento della seconda parte della Costituzione, “Ordinamento della Repubblica” (si modificano ben 55 articoli), da lederne gravemente regole e principi fondamentali contenuti anche nelle parti non soggette a modifica, con un effetto stravolgente sull’impianto complessivo della Costituzione.
Si veda il caso dell’ordinamento scolastico. La Legge di modifica assegna in modo esplicito alle Regioni la potestà legislativa esclusiva sull’organizzazione scolastica, sulla gestione degli Istituti scolastici, sulla definizione della parte dei programmi scolastici di interesse specifico delle singole Regioni, oltre che sull’istruzione e la formazione professionale. Ribadisce che l’istruzione diventa materia di legislazione concorrente tra Stato e Regioni e che allo Stato sono assegnate le “norme generali sull’istruzione”: due disposizioni, queste ultime, peraltro già introdotte con la Legge costituzionale n.3/2001. Questa complessiva impostazione, alla luce della norma contenuta nell’articolo 119 (anche questa introdotta con Legge costituzionale n.3/2001) che riconosce a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni l’autonomia finanziaria di entrata e di spesa – norma che la Legge costituzionale, che ora siamo chiamati a votare al referendum, specifica doversi attuare, entro tre anni, sotto la voce esplicita del federalismo fiscale (“Ulteriori disposizioni” – 1. “Federalismo fiscale e finanza statale”) – porterebbe alla creazione di tanti sistemi di istruzione per quante sono le Regioni. Il passaggio è sottile ma sostanziale: quello che la Legge costituzionale 3/2001 configura come decentramento di alcune funzioni («ogni materia» che non fosse «espressamente riservata alla legislazione dello Stato»), molte delle quali in accordo con lo Stato (legislazione concorrente) in base al principio di un rapporto più integrato e sinergico tra centro e periferia, con la Legge costituzionale attuale, attraverso il federalismo fiscale - cosa diversa dall’autonomia finanziaria, riconosciuta a tutti gli Enti locali - darebbe luogo alla frantumazione del sistema scolastico nazionale in tanti sistemi scolastici regionali. Tali sistemi risulterebbero inevitabilmente diversi per disponibilità di risorse – peraltro insufficienti in molte Regioni –, per scelte culturali, per organizzazione e gestione, creando, tra l’altro, una costosa moltiplicazione degli apparati amministrativi. Principi e regole come quelli contenuti negli articoli 3, 33, 34 (“Rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione alla vita pubblica”, “La libertà di insegnamento”, “L’istituzione di scuole statali di ogni ordine e grado”, “Il diritto per enti e privati di istituire scuole senza oneri per lo Stato”, “La scuola aperta a tutti”, “Il diritto allo studio” ecc.) a quante diverse interpretazioni darebbero luogo? E con quale disparità di mezzi e di condizioni, da Regione a Regione? E quanto minori garanzie di una piena e omogenea tutela dell’autonomia scolastica - pur costituzionalmente riconosciuta - potranno prevedersi a fronte della potestà legislativa esclusiva assegnata a ciascuna Regione «sulla organizzazione» e «sulla gestione degli Istituti scolastici»?
La Costituzione è stata fino a oggi per il nostro Paese fattore fondamentale di coesione sociale, culturale, politica, morale, di solidarietà e di crescita civile e democratica; e la scuola pubblica statale, che da essa trae mandato, pur con molti ritardi, ne rappresenta lo strumento più efficace - anche attraverso il perseguimento di pari traguardi educativi - per la costruzione di un’etica pubblica laica e condivisa, con la garanzia per tutti di una piena cittadinanza. Il venir meno del carattere nazionale e istituzionale della nostra scuola in cambio di tanti sistemi scolastici per quante sono le Regioni, ridimensiona la possibilità di scelte strategiche di lungo periodo nei processi di alfabetizzazione della popolazione; tende a far mutare l’idea stessa di cultura scolastica, meno orientata a una completa, “disinteressata”, lungimirante educazione della persona, e più soggetta a quei condizionamenti spesso maturati sulla base di visioni riduttive e/o localistiche del mercato. Fa assumere un significato diverso al lavoro dei docenti, non più collocato all’interno di un impegnativo disegno nazionale. Ulteriori considerazioni critiche si possono fare su altri ‘passaggi’della Legge costituzionale che ci apprestiamo a votare e che riguardano aspetti fondamentali e assai delicati del nostro sistema democratico delineato in Costituzione, primo tra tutti lo stravolgimento della ripartizione delle competenze istituzionali: riduzione dei poteri di garanzia del Capo dello Stato e aumento del potere del premier, aumento delle nomine di derivazione politica nella Corte Costituzionale, abolizione del bicameralismo perfetto ecc. Cara/o collega, abbiamo parlato soltanto di scuola e di Costituzione. Riteniamo tuttavia di aver espresso, anche soltanto sotto questo profilo, sufficienti ragioni per chiederti di andare a votare, il 25 e 26 giugno prossimi, e di votare No al referendumdi modifica della Costituzione. È il modo per evitare al Paese divisioni e derive antidemocratiche e, nella fattispecie, per impedire di recar danno alla scuola “di tutti e per tutti” moltiplicandone le difficoltà e acuendo il disagio di quanti in essa operano.

24 maggio 2006 . Il Cidi









> I documenti

1) Perchè come cittadine e femministe...


2) Per il No... GIUdIT


3) Prosperi: la Costituzione è la nostra "Bibbia laica"...


4) Dalla scuola un No... (a cura del Cidi)