locale / globale
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relazioni politiche, dal quartiere al mondo
19 agosto 2004
Usa, adotta una famiglia
Le donne single con figli a carico non saranno più sole: con loro da qualche tempo c’e John Kerry, il candidato democratico
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30 luglio 2004
L’occhio attento del Sudafrica
Due donne si guardano con tenerezza carezzando l’una il volto dell’altra
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30 giugno 2004
Donne in lista e desiderio di politica
Qualcosa è successo
Conclusi i ballottaggi, una come me, attenta a ciò che accade alle donne, si domanda se, appunto, le mie sorelle di sesso siano state votate.
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26 maggio
Una scommessa con molti fantasmi
Non c’è nulla di particolarmente originale - per chi consideri la legge sulla procreazione assistita sbagliata - nell’aver firmato il referendum dei radicali
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21 maggio 2004
"Le donne arabe si muovono, le italiane no"
Emma Bonino: non snobbate il referendum

Qualche giorno fa i Radicali hanno ripercorso i trent’anni trascorsi dalla vittoria del referendum per confermare la legge sul divorzio.

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16 maggio 2004
Ficcare il naso in Indonesia
Oltre un mese dopo le elezioni, sono stati resi noti i risultati del voto in Indonesia: ha vinto con il 21.58% il partito Golkar dell’ex dittatore Suharto

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12 maggio 2004
La lista rosa a Napoli
La crisi a Castellammare
Tre articoli di Letizia Paolozzi con una intervista al sindaco di Pomigliano d'Arco
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28 marzo 2004
Ritrovare la forza di una laicità viva
Essere di cultura musulmana e contro la misoginia, l’omofobia, l’antisemitismo e l’islam politico
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12 febbraio 2004
Chi ha paura del “listone rosa“
Da quasi due mesi, uno degli argomenti in discussione nel ceto politico-giornalistico del Mezzogiorno) è la Lista Emily-Napoli. Lista di donne che non esclude di scendere in campo alle prossime elezioni provinciali.
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11 febbraio 2004
Violenza, sinistra e "natura umana"
Fausto Bertinotti ha avuto il merito di riaprire la discussione a sinistra – soprattutto nella sinistra che si pensa come più radicale e “alternativa” – sul valore fondante della “non violenza”. Forse lo ha fatto con un metodo un po’ “violento”
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29 gennaio 2004
Da Sana'a l'idea di una democrazia
che si afferma con il tempo delle donne
Perché mi è parsa interessante la conferenza di Sana’a, voluta fortissimamente da Emma Bonino, organizzata da “Non c’è pace senza giustizia“ e dal governo dello Yemen?
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18 dicembre 2003
La figlia di Saddam
e la moglie dell'Imam
Delle tante cose dette intorno alla cattura di Saddam nulla è più incisivo di quelle immagini mute che sono state replicate tante volte in tv
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4 dicembre 2003
Radicali a congresso: il carisma di Emma
ma niente donne in direzione

Pubblichiamo un articolo di Letizia Paolozzi uscito sul mensile "Le ragioni del socialismo"

Nelle viscere dell’Ergife si è tenuto il secondo congresso nazionale dei radicali italiani.
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25 ottobre 2003
Bassolino: guai a diventare
ospiti fissi nel salotto di Vespa
Deve fare la sua testimonianza al corso di formazione di Emily, Napoli, sulla comunicazione politica.
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11 agosto-15 settembre 2003
Cercate la donna. A Castellammare
“Scandalo“ in Campania: la sindaca Ersilia Salvato chiama Anna Maria Carloni nella sua Giunta. Per le capacità di Anna Maria o/e perché è la compagna di Antonio Bassolino? Interventi e interviste di Alberto Leiss, Franca Chiaromonte, Letizia Paolozzi e Bia Sarasini

6 agosto 2003
Giustizia per la Città
Il caso Mambro e Fioravanti
Lavoravo all’“ Unità“ e per quel giornale, allora diretto da Walter Veltroni, avevo intervistato Francesca Mambro.
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21 luglio 2003
Tra "kamikaze" della politica
e orfane delle pari opportunità

Accosto segnali diversi, dei quali però vale la pena di discutere
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16 luglio 2003
Veltroni tra dolore e musica
Un'altra idea di politica?
Parla di sofferenza e di mancanza. Conosce bene il potere di media. Gli piace il jazz. Ha una cultura pop-americana. E' un politico di professione. Il sindaco di Roma sotto la lente di ingrandimento di Letizia Paolozzi, Bia Sarasini, Franca Chiaromonte, Lanfranco Caminiti e Alberto Leiss
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16 giugno 2003
Se lui e lei vogliono provare
a dare un'anima alla politica
Mentre si torna a discutere sullo stato delle relazioni tra donne e uomini, da Asolo arriva qualche novità
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13 giugno 2003
Cosa significano "sì" e "no" nella guerra dei sessi?
Letizia Paolozzi
recensisce il libro di Elisabeth Badinter che ha riacceso il dibattito sui rapporti tra i sessi, e invita gli uomini a imitare la "leggerezza" di Beckham. Le risponde Bianca Pomeranzi: le donne tra partiti e movimenti provino a parlarsi. Al seminario della Società delle Letterate, quasi "stati generali" del femminismo italiano. (Monica Luongo). Un numero della rivista "Posse" sul "divenire-donna della politica". Scalfari esorta le giovani donne a lottare contro la violenza del potere (Alberto Leiss).
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2 maggio 2003
Torna la "questione meridionale", ma a sesso unico
Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi recensiscono i libri di Isaia Sales, Gianfranco Viesti e Vincenzo Moretti sulla situazione nelle regioni del Sud dopo le politiche del centrosinistra. Un dato comune è la rimozione, o quasi, della realtà e dei desideri delle donne nel Sud. Vincenzo Moretti risponde a Letizia e Franca riconoscendo la "svista".
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8 aprile 2003
Come l'amore per la bellezza
salva le città brutte e degradate

“Le forme intorno a noi e la relazione di differenza” sono i temi della discussione di donne e alcuni uomini
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31 marzo 2003
Il “no“ alla guerra di Libération nel segno di Starck: l'intelligenza è femminile
Philippe Starck, che espone fino al 12 maggio al Centro Pompidou a Parigi, ha ridisegnato e impaginato il quotidiano francese Libération dell’11 marzo. Il suo è un intervento "funzionalista post-freudiano", dice
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22 marzo 2003
Rimandare, rimandare, rimandare?
Sulla guerra idee e parole, non solo "azioni"
Le assise delle donne Ds sono state rinviate "a data da destinarsi". Hanno spiegato : perché piovono missili sull’Iraq“
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26 febbraio 2003
Contro istituzioni monosex non valgono
le "quote", ma il desiderio femminile
"Un partito di solo maschi capirà cosa milioni di elettrici vogliono da scuola, welfare, dinamica sociale?"
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20 febbraio 2003
Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"
Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
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4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
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19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
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> 22 settembre 2004


Che cosa vuole veramente un uomo?

Si sa che Freud a un certo punto si domandò: che cosa vuole veramente una donna? E che non seppe trovare risposta. Credo che oggi la domanda decisiva sia: che cosa vuole veramente un uomo?
Alla prima domanda, quella freudiana, da vari decenni le stesse donne hanno dato risposte, per chi vuole vederle. Vogliono esistere simbolicamente, quindi realmente, e non più solo nello spazio che da che mondo e mondo hanno occupato, che si potrebbe definire, per comodità linguistica, “domestico”. Forse stiamo per capire che quello spazio non era per nulla secondario, anzi è “primario” a tutti gli effetti, e in quanto tale riconosciuto pur tra tanti drammi e tragedie (dall’epoca di Antigone e Creonte) anche nella cultura “universale” scritta dagli uomini.
Ma alle donne questo non basta più. Vogliono stare “a pieno titolo” in un mondo nuovo, e hanno scardinato dalle fondamenta quello vecchio. Questo evento è stato chiamato libertà femminile, o fine del patriarcato, ed è una sovversione delle nostre vite che non possiamo aver compreso ancora del tutto.
La cronaca recente ci ha fornito alcuni esempi di questa nuova condizione. La sindaca di una città meridionale italiana vuole avere un figlio, con il suo nome, chiunque sia e qualunque cosa pensi il padre, e vuole anche continuare a fare la sindaca. La filosofa Luisa Muraro vuole fare la lezione al cardinale Ratzinger, pur rispettandolo come discepolo. Le spadaccine italiane vogliono vincere la medaglia d’oro e vogliono mettere al mondo i loro bambini. Una docente di letteratura a Teheran non resiste nel paese degli ayatollah, ma vuole raccontare al mondo che giovani iraniane sotto i veli scuri che sono obbligate a indossare portano vestiti colorati, e coltivano la propria libertà leggendo Nabokov e Jane Austen, oltre alle Mille e una notte, e discutendone insieme.
Al vertice del sistema di potere (maschile) mondiale Bush non sembra più tanto sicuro di quello che ha fortissimamente voluto (e comunque manda avanti la moglie a giustificarlo), e non è ben chiaro che cosa voglia il suo avversario Kerry. I desideri degli uomini votati alla violenza terroristica e bellica, paladini di nuove crociate, parlano di una disperazione mortifera. Ritorna e dilaga – dall’Iraq alla Russia - l’orrore nominato in punto di morte dai vari Kurtz dell’epopea occidentale. E deve significare qualcosa se continua a fare scandalo, a fare problema, se ai plotoni dei barbari kamikaze o dei civili torturatori si unisce anche una donna. (Persino l’angelica, spietata, vendicatrice di Kill Bill depone le armi di fronte alla ritrovata missione materna…).
Forse un uomo desidera che resti aperta la possibilità di salvezza, di pace e redenzione che per lui rappresenta la figura femminile? Se poi sono due giovani donne – anzi tre, due italiane e una curda - volontarie e pacifiste, a essere rapite e minacciate di morte, anche questo – così come la strage degli innocenti in Russia (ma ora accanto a Erode ci sono quelle inquietanti ombre femminili con il ventre pieno di esplosivo) – viene percepito come la rottura di una soglia di civiltà al di la della quale esiste solo una barbarie assoluta, inconcepibile e inaccettabile. Qui c’è il non detto del testo di Ratzinger che ha fatto discutere in questa insolita terribile estate: noi uomini, da soli, non riusciamo più a garantire questa soglia di civiltà. Forse più del solito abbiamo bisogno del soccorso femminile.
In una toccante intervista pubblicata da Le Monde, Jacques Derrida, anziano e malato, spera che un’Europa capace di “decostruire” e rielaborare l’eredità della propria storia possa reagire all’ orrore globale, e – stranamente - avanza in questo contesto linguistico l’idea di abolire il matrimonio in quanto patto simbolico suggellato dallo Stato. C’è forse l’intuizione che la legge debba arretrare di fronte alla rivoluzione simbolica avvenuta nella dialettica dei sessi? Una direzione del pensiero che – detto per inciso - mi sembra diversa e opposta a quella che ha portato alla controversa legge francese sul velo. Sicuramente opposta alla terribile idea maschile di impossessarsi della rivoluzione femminile facendone la bandiera della più tremenda delle leggi: la guerra.
Cercare una risposta a quella domanda – che cosa vuole veramente, oggi, un uomo – mi sembra un imperativo urgente. Lo propongo come tema di un incontro da svolgere tra tutti gli uomini che avvertono l’urgenza della domanda, e le donne che fossero interessate a questo eventuale interrogarsi maschile.
Lo propongo raccogliendo e rilanciando un proposito, un desiderio, emersi nel maggio scorso a Asolo, durante il seminario annuale organizzato dall’associazione “Identità e differenza”.
Per aprire un dibattito e organizzare un incontro pubblichiamo qui alcuni interventi che hanno aperto quel seminario.

Alberto Leiss




Pratiche creative di mediazione politica

Contributo di Carla Turola per l’avvio dei lavori del Convegno (Asolo 29-30 Maggio 2004)

Il tema di quest’anno è la mediazione creativa.
L’abbiamo chiamata così per distinguerla dalle mediazioni vigenti
Noi sappiamo che nella nostra società sono previste forme di mediazione molto precise che vanno dalle leggi alle consuetudini e che servono a regolare la convivenza, i conflitti, gli interessi, ecc.
A noi qui non interessa fare un analisi di questo sistema. Quello che però possiamo registrare è la ricaduta che questo sistema di mediazioni ha sulle nostre vite, sulle nostre scelte personali, soprattutto sulle nostre relazioni.
Ci siamo detti che una società troppo regolamentata, troppo controllata è anche una società poco relazionale.
Nel senso che prevale una incapacità di tenere aperti i conflitti relazionali. E per chiudere in fretta i conflitti la mediazione diventa compromesso: bisogna trovare l’accordo a tutti i costi. In questo modo o prevalgono i rapporti di forza o la mediazione diventa fare a metà, nel senso di dimezzare. Ognuno deve rinunciare a qualcosa, come si dice, per andare d’accordo. E così si mortificano i desideri, le possibilità inedite, la creatività.
Però quello che soprattutto ci ha interessato e ci interessa nella nostra ricerca è di vedere altre forme di mediazione finalizzate non al controllo e alla regolamentazione della convivenza ma alla relazione creativa con l’altro, in modo che dall’incontro con l’altro accada qualcosa, un rilancio, un di più di relazione e di vita.
Nella nostra ricerca, allora, il termine mediazione ha il significato di trovare dei passaggi per andare verso altro, andare più lontano, per allargare, come è stato detto altre volte, il nostro orizzonte, o ancora, l’ambito del possibile.
Abbiamo nominato questi effetti della mediazione creativa:
- di permetterci di stare dove stiamo senza sacrificare il nostro essere e il nostro desiderio.
- di aprire dei passaggi ad “altro”.
- di rendere disponibile a noi e agli altri qualcosa che prima non lo era.
- di produrre degli spostamenti che lasciano passare qualcosa che prima era bloccato.
Tutto questo a me è stato chiaro negli ultimi anni quando abbiamo fatto ricerca sempre più consapevolmente nei rapporti di differenza, tra donne e uomini. Le mediazioni necessarie tra differenti, pur nella vicinanza di una ricerca condivisa, è diventata il paradigma di ogni mediazione con “altro” da me. Nella relazione con gli uomini ho visto molte difficoltà ma anche la possibilità di avvalermi in qualche modo di esperienze maschili che non voglio o non posso fare e quindi di allargare la mia conoscenza, di me e del mondo.
C’è un altro guadagno che è questo: è venuto bene in luce il problema di come mettere in contatto esperienze radicalmente differenti, o quantomeno molto diverse. E’ una questione difficile ma appassionante, perché se si riescono a trovare dei passaggi si possono veramente aprire delle dinamiche di cambiamento anche in luoghi che pensavamo distanti.
Questa ricerca la sento particolarmente importante in questi tempi di guerra, duri e tragici, ma, credo, anche ricchi di possibilità, di fermenti vitali e mi chiedo come fare mediazione con chi è, con la sua esperienza, molto lontano da me. E, di conseguenza, fa delle scelte molto diverse dalle mie, che spesso si scontrano con le mie.
Vorrei qui rilanciare due quesiti che ritornano nella nostra ricerca e che un po’ riassumono quello che ho detto:
1 – Per quanto riguarda le relazioni tra donne e uomini: con l’altro/a che mi è vicino e differente (collega, amico/a, partner, ecc.) con quali modalità avviene la mediazione per stare insieme, per fare insieme?
2 – Quando andiamo in luoghi dove le mediazioni sono molto regolate, come, per esempio, nella politica istituzionale, come facciamo a non farci catturare dai sistemi codificati e ad inventare delle mediazioni che migliorino le relazioni, che alzino il livello, la qualità relazionale di quei luoghi?
E’ certo difficile generalizzare su questa forma di mediazione, perché ogni volta cambia il contesto e cambiano le persone. Abbiamo però visto che ci sono delle costanti:
la predisposizione all’ascolto – l’amore della realtà – l’amore dell’altro – il coinvolgimento personale – il riconoscimento di autorità – il riconoscimento di un maggior desiderio – la fiducia – la gratitudine.
Voglio chiudere con un riferimento ad una apparizione di Luisa Muraro in tv alla trasmissione “L’infedele” di Lerner. Penso che molte/i di voi l’abbiano vista. A me è sembrato un esempio eccellente di mediazione vivente (così la chiama lei stessa nel suo libro “Il Dio delle Donne”), quello che ha detto Luisa in quella trasmissione (parlavano delle torture fatte da soldati e soldate americani in Iraq). Ad un certo punto Luisa ha parlato di necessità di risarcire quelle vittime, non con le cose invocate dagli uomini lì presenti, politici, giornalisti (scuse del presidente, soldi, tribunali speciali), ma offrendo a loro e a noi la certezza e la visibilità che c’è, esiste una civiltà delle relazioni tra donne e uomini che sa esprimersi al suo meglio. E in questo si compensi il baratro di inciviltà che è stato mostrato al mondo.
Penso che qui noi tutte e tutti siamo consapevoli che stiamo facendo proprio questo: trovare mediazioni politiche per alzare il livello di civiltà delle relazioni tra donne e uomini e quindi di tutte le relazioni umane.




Dopo l’intervento di Carla

di Marco Cazzaniga (Asolo 29.05.04)

Quando ascolto Carla, e mi capita per fortuna abbastanza di frequente perché fa parte come me di “Identità e Differenza”, avverto subito la sua differenza rispetto a me.
Ed è una differenza che mi provoca, mi destabilizza anche, perché mi richiama alla realtà di un modo di stare al mondo che immediatamente faccio fatica a conciliare con il mio. Non che non sia interessante, tutt’altro; mi è un po’ estraneo, ma allo stesso tempo mi attira.
Io so di avere come dimensione politica il desiderio di trovare anche un accordo e mi sembra giusto – proprio perché il primo a farlo sono io - che a tale scopo si debbano sostenere dei costi, affrontare delle rinunce.
Carla, invece, teorizza la possibilità di relazioni finalizzate non alla regolamentazione della convivenza, ma alla relazione creativa che fa accadere qualcosa di nuovo.
Questo modo di pensare alle relazioni, che non è solo suo ma anche di altre donne, mi attrae e incontra anche il mio desiderio, ma riesco a collocarlo come possibile in un contesto particolare, come potrebbe essere questo, in cui uomini e donne con scelta consapevole stanno ricercando su un modo di stare insieme che vada oltre alla semplice convivenza civile.
La relazione come relazione tra libertà differenti e creative la vedo tanto difficile da realizzare nel contesto di cui si occupa, ad esempio, la politica corrente dove un obiettivo da non disprezzare è che uomini e donne non si prevarichino e non si distruggano a vicenda, ma trovino un modus vivendi.
Mi rendo subito conto che questa è una preoccupazione maschile, che nasce probabilmente dalla consapevolezza della propria aggressività e capacità distruttiva, per cui si sente la necessità di qualche regolamentazione che impedisca di finire nel caos.
Ed è forse per questo che il mondo della politica, finalizzato alla costruzione di una società un po’ più civile, è più affine agli uomini che alle donne, e le donne si sentono per lo più estranee.
Rimane il fatto che, come uomo, mi trovo bene là dove con altri uomini e donne posso sperimentare relazioni di differenza che vanno oltre la civile convivenza, oltre il mediocre obiettivo dell’andare d’accordo. Ma rimane anche il fatto che sento la responsabilità di dover essere in qualche modo presente anche là dove, soprattutto gli uomini, cercano di costruire un po’ più di civiltà.
E cerco di farlo portando qualcosa di quello che sperimento qui, o comunque dove, come qui, uomini e donne cercano relazioni di differenza e libertà.
Qui si apre il discorso delle nuove mediazioni a cui cerco di ricorrere, anche come risposta alle domande poste da Carla.
Mi limito, al momento, ad una semplice considerazione.
A me sembra di essere sufficientemente consapevole della mia differenza maschile, in particolare della difficoltà “a partire da me” anche dopo essermi liberato da pesanti aspetti del patriarcato. Sono pure consapevole del mio desiderio, ma non ho raggiunto facilmente la capacità di esprimerlo anche perché mi trovo a rapportarmi con uomini che, non solo hanno la stessa difficoltà, ma non hanno neppure preso in considerazione il riferimento a se stessi.




(27 ottobre 2004)

Una questione di fiducia

Caro Alberto,
le tue riflessioni mettono a fuoco più questioni su cui anche io, sicuramente insieme a molte altre, mi pongo interrogativi che non prescindono dal cammino mutante della mia identità di donna, che ho sempre considerato anche in funzione della pratica di relazione con l’altro sesso.
Vita privata, politica, rapporti professionali e amicali: negli ultimi anni mi sembra di cogliere un senso di smarrimento maschile che finisce per travolgere inevitabilmente alcuni aspetti della mia esistenza e delle donne che mi sono vicine. Fuori dal loro ordine simbolico, colgo negli uomini la volontà di una “invasione di campo”, di un bisogno disperato di appropriazione che finisce alla fine per mutuare dal femminile e dal femminismo le sue modalità più esteriori.
Smarrimento di senso che travasa nei rapporti familiari, nella relazione sentimentale, nella resistenza pervicace a difendere le zone del potere professionale.
Nei suoi accessi più estremi, lo straniamento maschile (così ben descritto da Ulrich Beck e Pierre Bordieu) mostra la sua faccia violenta di fronte ai “no” che le donne riescono a dire. Non a caso sono in aumento tendenziale gli stupri e le violenze domestiche, risposta finale che nega ogni possibilità di negoziazione dialettica del conflitto.
L’altro terreno su cui si gioca lo scontro spietato riguarda i figli. Quando alla fine degli anni Ottanta gli uomini si scoprirono “nuovi padri”, una buona fetta della società italiana desiderosa di cambiamento provò un brivido di piacere: anche in quel caso vegliare le culle e partecipare ai corsi di puericultura ci faceva sembrare compagni e padri più generosi e responsabili. Oggi quel fronte si è lacerato come carta nell’avanzata delle associazioni di molti di quegli stessi padri, ormai separati, che pretendono l’affidamento dei figli a tutti i costi e con i metodi di sempre, rompendo tutto e dovunque.
Mi spiace, ma io ancora non mi fido. Senza generalizzare, è proprio quel desiderio che si mostra nelle sue modalità nichiliste a spaventarmi.
Oggi il nuovo capitolo dei conflitti bellici in corso sembra portare alla ribalta una nuova forma di crudeltà, quella femminile. Facile albagia, fallace rifrazione che vorrebbe scaricare in parte le responsabilità di conflitti dai quali nessuno al momento vede l’uscita su ruoli che svelerebbero una nuova faccia feroce. Niente più madri salvatrici, solo femmine crudeli.
Nella spessa complessità di ogni lettura possibile del presente io però non smetto di interrogarmi e soprattutto di interrogare l’altro sesso sul suo essere di oggi e un suo possibile divenire.
Riesco a farlo nella vita privata, in quella sociale e di relazione, non senza difficoltà oppure negando responsabilità che non possono esistere in un solo canto.
Ma non ho più i luoghi per farlo in una dimensione nuova o ritrovata della sfera pubblica, politica. Lì gli spazi rimangono rigidamente separati, così come le pratiche di studio, lavoro, confronto.
Provare insieme a ritrovarsi in una sfera pubblica più aperta alla relazione mi darebbe maggiore fiducia e magari anche qualche speranza.

Monica Luongo

P.S. Abbiamo già avuto modo di scrivere su queste pagine delle modalità politiche del sindaco di Roma Walter Veltroni e del successo che lo accompagna. Di recente ho fatto parte di un gruppo che ha accompagnato lui e cento studenti di quattro licei romani in Mozambico (l’iniziativa rientra nell’ambito del programma di cooperazione e solidarietà “Roma/Maputo andata e ritorno”). In molti nutrivamo perplessità sull’operazione: troppi studenti, poco tempo a disposizione e, soprattutto, quale fotografia dell’Africa sarebbe venuta fuori in poco più di due giorni di visita?
Non sono state solo l’idea di Veltroni e la macchina organizzativa che si è mossa con lui a trasformare il viaggio in un successo mediatico e comunicativo. Il sindaco di Roma usa pratiche di relazione che mutuano a volte dal patrimonio femminile: per la capacità di cura di coloro che gli sono vicini, per l’abilità di attraversare la politica alta e bassa, senza trascurare un particolare, un nome, una storia. E per l’instancabile tessitura di dialogo che non esclude davvero nessuno. Per non cadere nel panegirico va criticata a volte proprio la personalizzazione di alcune decisioni: l’Africa è un paese su cui scommettere con una politica articolata che metta in rete forze e saperi diversi e che soprattutto per la sua storia di sfruttamenti e responsabilità dei paesi sviluppati richiede grande rispetto di chi la abita e orecchie capaci di coglierne necessità e vitalismi.
E’ un modello troppo precoce per pensare così la pratica politica? In un incontro organizzato da Emily nel corso dell’ultima campagna elettorale, Franca Chiaromonte raccontava che passione ed emozione fanno unico l’agire politico delle donne. Alla domanda che ho posto prima e alla luce di tale affermazione, la risposta è sì, è ancora presto e il modello veltroniano ancora da raffinare. Nel frattempo porta a casa il consenso delle nuove generazioni.








> da consultare

pratiche creative di mediazione politica
di Carla Turola


dopo l'intervento di Carla
di Marco Cazzaniga


una questione di fiducia
di Monica Luongo