locale / globale
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relazioni politiche, dal quartiere al mondo
13 giugno 2003
Cosa significano "sì" e "no" nella guerra dei sessi?

Letizia Paolozzi
recensisce il libro di Elisabeth Badinter che ha riacceso il dibattito sui rapporti tra i sessi, e invita gli uomini a imitare la "leggerezza" di Beckham. Le risponde Bianca Pomeranzi: le donne tra partiti e movimenti provino a parlarsi. Al seminario della Società delle Letterate, quasi "stati generali" del femminismo italiano. (Monica Luongo). Un numero della rivista "Posse" sul "divenire-donna della politica". Scalfari esorta le giovani donne a lottare contro la violenza del potere (Alberto Leiss).
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2 maggio 2003
Torna la "questione meridionale", ma a sesso unico
Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi recensiscono i libri di Isaia Sales, Gianfranco Viesti e Vincenzo Moretti sulla situazione nelle regioni del Sud dopo le politiche del centrosinistra. Un dato comune è la rimozione, o quasi, della realtà e dei desideri delle donne nel Sud. Vincenzo Moretti risponde a Letizia e Franca riconoscendo la "svista".
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8 aprile 2003
Come l'amore per la bellezza
salva le città brutte e degradate

“Le forme intorno a noi e la relazione di differenza” sono i temi della discussione di donne e alcuni uomini
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31 marzo 2003
Il “no“ alla guerra di Libération nel segno di Starck: l'intelligenza è femminile
Philippe Starck, che espone fino al 12 maggio al Centro Pompidou a Parigi, ha ridisegnato e impaginato il quotidiano francese Libération dell’11 marzo. Il suo è un intervento "funzionalista post-freudiano", dice
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22 marzo 2003
Rimandare, rimandare, rimandare?
Sulla guerra idee e parole, non solo "azioni"
Le assise delle donne Ds sono state rinviate "a data da destinarsi". Hanno spiegato : perché piovono missili sull’Iraq“
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26 febbraio 2003
Contro istituzioni monosex non valgono
le "quote", ma il desiderio femminile
"Un partito di solo maschi capirà cosa milioni di elettrici vogliono da scuola, welfare, dinamica sociale?"
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20 febbraio 2003
Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"
Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
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4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
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19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
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> 16 giugno 2003


Se lui e lei vogliono provare
a dare un'anima alla politica

Mentre si torna a discutere sullo stato delle relazioni tra donne e uomini, anche sull’onda delle polemiche aperte in Francia dal libro di Elisabeth Badinter, da Asolo – dove ogni anno si svolge un seminario che ha al centro la differenza femminile – arriva qualche novità sul modo di riconoscere e valorizzare il significato politico e simbolico dei legami di attrazione e conflitto che si tessono tra lei e lui.
Quest’anno la discussione – come sempre voluta e animata da Adriana Sbrogiò – aveva a tema proprio l’ipotesi che solo da una nuova relazione tra donne e uomini può venire una nuova “creatività” della politica. Evidentemente qui – dove si riuniscono nell’associazione “Identità e differenza” donne e uomini che hanno una genuina passione politica – il giudizio su ciò che attualmente definiamo “politica” (quella che fanno partiti e istituzioni), non è positivo. La “politica“ esprime ben poca creatività. E nelle relazioni politiche, dominate da una logica basata sui rapporti di forza, ci si illude di “cambiare le cose – osserva Carla Turolo – senza modificare se stessi”. Perché a dominare sono relazioni di tipo strumentale. Il cambiamento di sé può esserci invece se ci si mette in gioco in una “relazione di differenza”, in cui specialmente gli uomini – dice Gianni Ferronato – si dispongano a un “lasciare che qualcosa avvenga”, vincendo la “paura di perdere il controllo della situazione”, riconoscendo desideri e agendo un conflitto che può non essere distruttivo.
E il desiderio di Gelindo Tonon è che questa pratica diversa (la “politica prima“), cercata nel gruppo “Identità e differenza” , procuri un guadagno anche nella pratica della “politica seconda”, quella dei partiti e delle istituzioni, anche a livello locale e comunale. Tonon fa politica nel centrosinistra e nella “Margherita”, e racconta del suo tentativo di far divenire materia di accordo politico-programmatico, per “ridare un’anima” alla politica, un certo numero di impegni per le buone relazioni, la verità e la pari dignità, la diversità intesa come ricchezza, la solidarietà e l’impegno per e con i più deboli. Insomma, scelte e “regole” per favorire l’esercizio di un “potere come servizio, non fine a se stesso”. Un “tentativo di umanizzare la politica attiva”.
Ma quella parola – “regole” – e l’immediatezza del rapporto tra “relazione di differenza” e accordi programmatici tra partiti destano sconcerto, manifestato soprattutto dagli interventi delle donne.
Tonon si spiega: per ottenere qualcosa in quel contesto bisogna “calarsi in un linguaggio che sia comprensibile”. E’ necessario un lavoro di “traduzione”. La discussione però non si sblocca. “Alcuni uomini – osserva Anna Di Salvo, del gruppo delle “Città vicine” – accondiscendono con gentilezza, ma nel profondo né loro né noi viviamo uno scambio reale”.
Per Luisa Muraro è importante che si tenti di stabilire “un ponte” tra “politica prima” e “politica seconda”. Il tentativo di “traduzione” di Tonon merita fiducia. Le relazioni strumentali, basate solo sulla forza, disegnano “un inferno” ( nel quale ci capita di vivere ) : “se non siamo tutti dannati è perche un altro tipo di relazione esiste nella realtà”.
La relazione uomo-donna può essere una via d’uscita? Forse qui non bastano la volontà e il ragionamento, ma deve “capitare qualcosa tra donne e uomini, come quando ci si innamora”, o almeno si scopre una forte coincidenza di interessi e passioni.
Una direzione diversa del discorso si apre nella seconda giornata, quando Lia Cigarini ritorna sull’origine di questa riflessione e ricerca sulla “relazione di differenza”, aperta tempo fa da un suo articolo su “Via Dogana”. Nessun “innamoramento” improvviso era all’origine di quella proposta, ma il portato di una “geometria logica”: il femminismo ha acquisito che i sessi al mondo sono due, che il conflitto tra i sessi è relazionale e non distruttivo, e che il mondo è uno.
Da qui la prospettiva di superare definitivamente il “separatismo” in vista della “relazione di differenza”. Il che non significa in alcun modo “negare le relazioni femminili”: affermare una cosa – contrariamente a quanto normalmente avviene nel procedere del pensiero e della pratica maschile – qui non significa negarne un’altra. Ma cercare un “altrove” in cui si possa produrre un senso di libertà e di forza tra donne e uomini che tentano di trovare una uscita comune da una crisi che non è solo sociale o “capitalistica”, ma “salto di civiltà”.
Aggiungerà Luisa Muraro che può essere un ingombro, per questa prospettiva, continuare a affermare una “superiorità” del sesso femminile rispetto a quello maschile. Non che non sia sensato per molti versi l’affermarlo, ma “non è interessante”. Quello che conta – risponde su questo Andrea, un uomo che partecipa per la prima volta al seminario di Asolo e che dichiara la sua matrice culturale “marxista” – è lo “scarto” che si può produrre nella relazione tra uomo e donna: quello che si crea “nel mezzo” può aiutare l’uomo a “uscire dalla paralisi mentale che ha prodotto il suo privilegio”.
In altri termini: il conflitto e la passione nello scambio tra i sessi possono produrre quel mutamento di sé che rende leggibili e nominabili aspetti della realtà prima rimossi. Questa capacità di nominazione, non è ciò che si può intendere per “creazione”, e quindi “creatività” della politica?
Alla fine della discussione, molti degli uomini presenti hanno deciso di approfondire per loro iniziativa questa ricerca, con incontri appositi e con uno scambio, da qui al prossimo seminario di Asolo. Uno scambio – è stato detto da chi scrive – che potrebbe avvalersi anche di questo sito come mezzo di comunicazione e di elaborazione. In fondo, in ogni corteggiamento che si rispetti, non spetta a lui fare il primo e più deciso passo, anche se quella di avere “il controllo della situazione” è quasi sempre una semplice illuisione?

Alberto Leiss




Dalla politica del "consenso"
a un nuovo senso del fare politica

La ricerca di un modo altro di fare politica, che da alcuni anni svolgiamo nel laboratorio culturale- politico di “Identità e Differenza”, mi ha portato a pensare alla politica nei seguenti termini.
Politica è la comunicazione che avviene tra donne e uomini che, consapevoli della loro differenza, sanno stare tra loro in relazione e si dicono scambievolmente come vogliono stare al mondo insieme e che cosa sono disposti a fare per realizzare questo modo di stare insieme; ricavando il come stare e il che cosa fare da sé, dal proprio desiderio profondo, dalle proprie esigenze.
Questa è per me la politica prima.
Anche se c’è sempre qualcuno che nega l’importanza della differenza sessuale e sostiene che non si debba insistere troppo su questa differenza, io sono veramente convinto che il modo di stare al mondo delle donne è molto differente da quello degli uomini, anche se un malinteso senso della parità, sostenuto da una forte spinta all’emancipazione, a volte porta alcune donne a imitare comportamenti maschili.
Ebbene, la politica ufficiale, istituzionale, quella che viene praticata per governare la cosa pubblica, quella che si avvale dei partiti, e che noi chiamiamo politica seconda, è oggi gestita in massima parte da uomini, secondo una loro modalità di stare al mondo.
Le donne, poche in verità, inserite in questa politica come si trovano? E’ chiaro che tocca a loro dirlo, ma proprio in base a loro discorsi mi pare che questa sia la situazione: alcune hanno fatto proprio il modo di fare politica maschile e si sono ritagliate il loro spazio; altre, pur scegliendo di entrare in quella politica, si sentono in disagio e tante volte anche estranee; ci sono poi quelle che non ne vogliono proprio sapere.
Ma ci sono anche uomini che si sentono a disagio e un po’ estranei di fronte a questa politica. Se guardo alla mia esperienza e anche a quella di altri, mi sento di dire che questa politica è sì il risultato del predominio e a volte della protervia maschile, ma non per questo traduce e rispetta quello che io sento essere la mia identità maschile e il mio desiderio.
Sono convinto che gli uomini che si sentono a loro agio nella politica vigente sono quelli che hanno fatto proprio e contribuiscono a perpetuare un modello culturale patriarcale che si è imposto storicamente, ma sono anche convinto che, così facendo, si sono allontanati, alienati da un’altra loro possibile identità, quell’identità che si può costruire sul desiderio profondo, che pure c’è in ogni uomo, e non adottando acriticamente il modello che la cultura ha confezionato.
Che rapporto ci può essere, allora, tra politica prima e politica seconda?
Può la politica prima “convertire” la seconda?
Mi pare che non sia lo scopo della politica prima quello di entrare nella politica seconda pensando di poterla trasformare. Non credo proprio che chi ha incontrato e pratica la politica prima ritenga di aver fatto un’esperienza che sia esportabile nei luoghi della politica seconda senza numerose e difficili mediazioni. E’ vero, però, che chi ha una sorta di vocazione civile per l’amministrazione della città e crede nella politica prima cerchi necessariamente di comportarsi in coerenza con questa anche nell’ambito della politica seconda.
Sicuramente una via da percorrere è quella di continuare a far esistere luoghi della società civile dove si pratichi la politica delle relazioni di differenza. Perché è importante che ci siano questi “luoghi accanto”, ovvero luoghi “altrove” come sono stati chiamati recentemente nel Convegno di Asolo, per chi, fedele alla politica prima, sceglie di andare a governare e ritiene fondamentale venire a scambiare in quel luogo; ma anche perché attraverso l’esistenza di questi luoghi si mette continuamente in circolazione la possibilità di una politica altra.
Questi luoghi possono essere tutti quelli in cui vivono insieme donne e uomini disposti/e a praticare la relazione nella consapevolezza della differenza, a partire dalla famiglia per arrivare ai vari movimenti della società civile.
Nell’attuale forma della democrazia, quella rappresentativa, è inevitabile fare i conti con il consenso. Pure nell’ipotesi di una democrazia diretta, oggi più praticabile di ieri anche grazie a tutti gli strumenti di informazione e comunicazione in tempo reale, a certi livelli non si potrà fare a meno di una forma di rappresentanza (meglio se di ri-presentazione come dice Annarosa Buttarelli) e quindi di consenso.
Con il termine politica (mi riferisco in particolare alla politica seconda) si possono indicare i metodi con cui si fanno delle scelte e si prendono delle decisioni in ordine al come stare al mondo in rapporto con gli altri e con le cose, quale struttura di rapporti si vuole costruire a fondamento e come espressione della società.
Ognuno dovrebbe avere un suo desiderio, una sua idea di come si potrebbe stare bene al mondo.
Chi fa politica dovrebbe mirare a proporre e a realizzare la sua visione di come dovrebbero essere i rapporti tra le persone e le cose in una società. A questo scopo tende necessariamente a ottenere il consenso, cioè a incontrare persone che diano la loro approvazione e quindi il loro supporto e sostegno a quello che egli propone.
Il problema è ottenere che coloro che fanno politica sappiano chiarire a sè, innanzitutto, e naturalmente anche agli altri, alcune questioni fondamentali:
- per quali motivazioni personali e per quali scopi sociali chiedono il consenso;
- a chi si rivolgono per ottenere il consenso;
- su che cosa e con quali metodi perseguono il consenso.
Mi pare evidente che il consenso vada dato conoscendo la risposta a queste domande, se non si vuole firmare una cambiale in bianco che legittimi individualismi e interessi particolari e se si vogliono avere elementi fondamentali per valutare la persona che mi ha chiesto il consenso, potendo verificare il vero significato di quello che fa.
Il tipo di risposta che si dà alle suddette questioni e, cosa di non poco conto, la disponibilità o meno a far sapere, a comunicare queste risposte, pongono una discriminante tra due politiche fondamentalmente diverse. E la diversità delle risposte, e quindi il fare una politica o l’altra, dipende da dove si parte per interrogarsi, dal punto di vista in cui ci si mette per rispondere a quelle domande.
Ci sono, allora, secondo me, questi due tipi di politica.
L’una parte dall’esterno di sé, da quell’insieme di valori, idee, comportamenti già precostituiti che definiscono la cultura corrente nella quale siamo inseriti: il simbolico dominante costituito da ideologie, appartenenze e partiti. Questa è la politica che normalmente si pratica e per la quale è proprio funzionale il consenso.
L’altra politica parte da sé, dal proprio desiderio profondo, da quello che si sente e si pensa in unità con la propria coscienza e con quelle esigenze che affondano le radici nel comune essere umano, fatta salva la differenza sessuale. E’ la politica che si apre al senso.
Fare la politica del senso vuol dire, quindi:
- porsi degli interrogativi sulle motivazioni personali profonde per cui ci si vuole occupare, a livello di scelte e decisioni pubbliche, di come stare al mondo in relazione con gli altri;
- chiedersi continuamente in che rapporto stanno, con le suddette motivazioni, gli obiettivi che ci si danno e i problemi che si intendono risolvere;
- ma anche comunicare le risposte che si danno, così che gli altri possano sapere chi sono io, che idee ho, che cosa voglio fare e perché, e quindi, evitando in tal modo di identificarmi subito con un partito, se il mio modo di fare politica va loro bene o meno.

Ecco, a questo punto torna in ballo il consenso; ma è un consenso chiesto e dato con riferimento a una trasparente comunicazione di se stessi, che offre anche la piena possibilità di essere verificati. Non è un consenso chiesto e dato rivolgendosi a valori, idee e comportamenti che nella cultura ancora vigente sono i normali riferimenti.
Oggi assistiamo a una totale assenza di questa politica del senso, nell’ambito della politica seconda; e mi pare anche molto poco praticabile dagli uomini, almeno per come si sono costruiti e per come si definiscono professionisti della politica.
Mentre, invece, la politica del senso mi pare più affine al modo di stare al mondo delle donne, senz’altro differente da quello degli uomini.
Una via di uscita non è che gli uomini si mettano a fare quello che riesce meglio alle donne, ma che il modo di stare al mondo delle donne trovi più spazio, nel senso che possa entrare maggiormente in rapporto con situazioni e realtà normalmente occupate e gestite dagli uomini.
Il fallimento a cui siamo giunti dipende anche dal poco spazio e attenzione concessi a questo differente modo di stare al mondo.
E’ ora che gli uomini si rendano conto che certi loro comportamenti sono proprio inefficaci, se non deleteri, e che sperimentino altre strade: prima fra tutte quella di tirarsi un po’ da parte e lasciare venire avanti le donne con le loro pratiche, non soltanto quando non sanno proprio più che cosa fare e ricorrono alle donne come estremo rimedio; e poi quella di saper continuamente scambiare con le donne, accorgendosi della novità che loro portano, anche se li può destabilizzare, per cui la smettono di sentirsi gli unici veri protagonisti e artefici dei destini del mondo.

Marco Cazzaniga






> l'intervento
> Dalla politica del "consenso" a un nuovo senso del fare politica
di Marco Cazzaniga