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relazioni politiche, dal quartiere al mondo
4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
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19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
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3 gennaio 2003
Donne e uomini: i numeri del divario
Le decisioni prese dai grandi della Terra e il loro impatto nella realtà quotidiana di uomini e donne che quei grandi hanno eletto, ma non solo.
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30 dicembre 2002
Sono preoccupata:devo salvare il mondo?
Alla fine dell’Anno, si fanno sempre un po’ i conti. Per le donne le cose sembra non vadano male. Anzi. Vanno tanto bene che c’è quasi da preoccuparsi.
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> 20 febbraio 2003

Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"

Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
Secondo gli esperti/e, commentatori/commentatrici una ragione c’è. Essendo la difesa della vita legata all’avere, le donne, un corpo sessuato al femminile, da questa “sessuazione“ (parola non gradevole) dipenderebbe il fatto che le donne siano di più – in numero maggiore dei maschi - a volere la pace.
Biologicamente garanti, grazie all’utero e alle ovaie, al sangue e al mestruo, della nascita. Natura e immanenza versus cultura e trascendenza? E di nuovo, corpo femminile come materia fecondabile, contenitore, matrice dell’umanità. Dei figli ma anche – se non dispiace – delle figlie.
Non so se bisogna prendere sul serio la spiegazione. Certo, penseremmo differentemente se il nostro corpo non fosse sessuato, cioé “predisposto“ (termine usato dall’antropologa Heritier) alla nascita. Messa così, tuttavia, resta il sapore dello stereotipo. Questa spiegazione somiglia troppo – per non diffidarne – alla vicenda che ha, lungo i secoli, reso le donne gerarchicamente inferiori, subalterne, segregate nelle mura domestiche .
D’altronde, di stereotipi, in giro, se ne contano ancora : chiamasi nemico principale il capitalismo zampillante dai pozzi di petrolio, oppure l’iperpotenza americana (meglio, i due insieme : l’America che si identifica con il Bene e il suo presidente mal eletto amico dei petrolieri).
Parlare di difesa della vita non è errato. Salvo che questa difesa ha molte motivazioni : la crescita dei consumi (Pasolini l’avrebbe definita tirannia; il Pontefice, più recentemente, edonismo di massa) ; la televisione e la diffusione dei suoi modelli.
Con il risultato che il valore della vita è cresciuto. Accompagnato non solo da concezioni etiche (no alla violenza ; preferisco essere ucciso piuttosto che uccidere, ecc.) ma da un sentimento magari egoistico, individualista, di attaccamento al presente. Piuttosto che di rinvio al futuro. Meglio un uovo oggi che una gallina domani, sostiene la saggezza popolare.
Azzarderei che è cresciuto, questo valore della vita, con l’89. Crollo del Muro, rivoluzioni di velluto hanno instillato l’idea che lo strumento della guerra fosse decaduto. D’altronde, la guerra fredda aveva funzionato per la deterrenza. Adesso, oh l’irenica ipotesi ! i conflitti li avrebbe regolati la negoziazione.
E le rivendicazioni armate dell’Eta provocano pubblica riprovazione mentre il disarmo dell’Ira viene apprezzato per la sua ragionevolezza. Nel Chiapas molti vanno in pellegrinaggio : il subcomandante piace perché “non spara“. Si serve della radio : il passamontagna e i fucili sono la messinscena.
Non che tutto sia stato all’insegna di una pace perpetua. Di fronte all’orrore dello scontro tra Tutsi e Hutu, si sarebbe auspicato la forza per interrrompere il massacro. E nel Kosovo il massacro l’ha interrotto, appunto, la forza. L’Onu, pur con le sue farraginosità e burocratismi, può legittimare la coercizione. Se proprio la guerra non fuoriesce dalla storia, si allontana dai cuori. E dalle menti. Appartiene ormai a un passato mitico (quello di “Band of brothers“ di Spielberg e Hanks) ?
Così, fino all’11 settembre. Alla collera, alla paura.
L’operazione Afghanistan ha per scopo di snidare il terrorismo ma si rivela più complicata del previsto. La schiacciante superiorità militare a sostegno della democrazia e della libertà avrebbe bisogno, comunque, di tempo. E di consenso.
Non si vince così il terrorismo. Che è portatore di caos, mentre la guerra del caos rappresenta la formalizzazione . Di qui lo scambio tra libertà e sicurezza, il sacrificio della prima per la seconda.
Prima che colpisca di nuovo, il terrorismo deve essere battuto.
Prima, vale a dire preventivamente. Però non basta. L’insicurezza non si placa. Lo stato d’allerta passa dal “giallo“ all’ “arancione“. La Borsa è debole ; il petrolio sfiora i 37 dollari al barile. Greenspan mette in guardia dai “rischi geopolitici“ di un intervento in Iraq.
La fragilità delle democrazie balza in evidenza. Balbettano. Si affidano alla guerra senza trovare ragioni valide, convincenti a sostenerla. In questa sindrome da diffidenza la vita – la way of life - diventa ancora più importante. D’altronde, gli eroi hanno fatto il loro tempo. Per favore, non proponetemi un futuro incerto in cambio di un presente sicuro.
Se poi qualcuno richiama l’aggressività umana (brutalmente, quella maschile) che potrebbe essere soddisfatta con la guerra, beh, il sabato sera dei locali sulla costiera adriatica, la guida “a velocità massima“ offre già le sue soddisfazioni. A portata di mano.
Allora, perché più donne che uomini ? Perché “la natura umana femminile“ come la chiama il neuroscienziato Antonio Damasio (intervista sul Manifesto del 29 gennaio 2003) non è solo biologico. Per ragioni fisiche, per influenze storiche e contingenze sociali, è più lontana della “natura umana maschile“ da una certa organizzazione del potere. E meno appassionata a costruirsi “il“ nemico. In questo senso, e spero che lo consideri un complimento, la proposta di Pannella e dei Radicali sull’Iraq, è una proposta “femminile“ giacché tenta di evitare uno scontro distruttivo. Mentre sostiene il ruolo dell’Onu. Sarà un buon segno il consenso "bipartisan" emerso su questo punto da un Parlamento diviso?


Letizia Paolozzi



Le donne sono "naturalmente" per la pace?
Non ci credo


Ma le donne sono veramente "naturalmente" contrarie alla guerra? Io penso che questa sia una leggenda da sfatare. Tutti ricordiamo la bellicosa signora Thathcher dirigere con evidente entusiasmo la guerra delle Falkland, e anche oggi accanto ai leaders politici più favorevoli alla guerra troviamo donne che li appoggiano senza ripensamenti. Nessuno si è dichiarato più favorevole alla guerra contro l'Irak di Condoleeza Rice, e nessuno ha difeso l'alleato di Bush, Aznar, davanti alle Cortes spagnole come Ana Palacio, che pure è cattolica (Opus Dei) e veste con sicura eleganza un po' demodé. E poi, basta pensare alle ragazze che vanno a combattere al fronte, liete di partecipare ai bombardamenti e bramose di gettarsi nella mischia, dopo avere combattuto battaglie sindacali per non essere messe da parte in caso di guerra vera. Perchè se non partecipano alle guerre non fanno carriera nell'esercito. Ed ecco quindi il punto: le donne sono pacifiste naturaliter solo se sono nel loro ruolo tradizionale, di madri e spose che aspettano casa. Ma quando la guerra la fanno loro, o come esponenti politiche o come soldati, mi sembra che tutto questo pacifismo scompaia e, come gli uomini, vedano nella guerra opportunità di successi e guadagni, più che perdite umane

Lucetta Scaraffia


Ma di quali donne parlate?

Di quali donne parlate? Il 15 febbraio 2003 le donne e gli uomini erano in piazza contro la guerra senza se e senza ma. E voi lo sapete benissimo. La finiamo di scherzare?

Milli Violante


Contro la guerra cerco un pensiero
che non trovo


Cara Letizia,
non sono andata alla manifestazione per la pace, senza dubbi né rimpianti. Con qualche nostalgia sì, di quando ero convinta che noi, le donne, si fosse per natura e per cultura contro le guerre, brave a ricucire, a rattoppare, a comporre i conflitti piuttosto che a dividere, a rompere, a giudicare. Credo ancora che sia vero, tendenzialmente vero, quando la misura è il territorio della vita quotidiana e ci sentiamo chiamate a proteggere le fragilità delle persone, delle relazioni e degli affetti. Ma in un gioco grande tra le nazioni, gli stati, le dittature, le democrazie, qual è la nostra bussola? Ce n’è una diversa da quella degli uomini?
Fui contro la prima guerra del golfo, o per lo meno il dubbio fu così grande che mi impedì di essere a favore, nonostante la più che limpida legittimazione del diritto internazionale. Ricordo che a “noidonne” ci lacerammo l’anima e decidemmo una copertina senza volti, lampi bianchi su sfondo blu, che dava l’idea del nostro ammutolirci, ma ancora credevo che da noi sarebbe nata una cultura politica che sapesse liberarci dalla guerra. Fiducia incrinata già allora da una serata alla casa della cultura di Roma, donne del femminismo e dell’ex Pci che ascoltarono con insofferenza, anzi intolleranza, un intervento di Clara Sereni che osava solidarizzare - anche - con la gente d’Israele terrorizzata dagli Scud di Saddam Hussein. Quella platea invece aveva scelto solo i palestinesi che inneggiavano a quei missili.
Comunque il tabù della guerra era stato rotto, per la mia generazione che è la prima nata dopo la seconda guerra mondiale. Salvare Sarajevo con un intervento militare mi sembrò necessario, almeno come riduzione del danno. Nell’attesa che si formasse quell’esercito civile di pace che auspicava Alex Langer per cercare di mettere ordine nel mondo. Fui quindi favorevole, pur nelle sue ambiguità, al Tribunale internazionale per cui si sono tanto battuti Emma Bonino e Marco Pannella. C’era bisogno di nuovi strumenti, di un nuovo diritto per dare trasparenza alle cosiddette ingerenze umanitarie sollecitate dal mondo globale. E anche di un nuovo spirito che arrivasse fino all’Africa e non si fermasse alle porte dell’Occidente. In questa prospettiva mi sembrava che noi donne ci stessimo a nostro agio.
Poi pensai, pensammo ad altro, anche se non si riusciva a rimuovere il crocevia doloroso e insolubile di Israele-Palestina.
Poi l’11 settembre. Hai ragione Letizia: è lì che cambia tutto.
Il terrorismo suicida che ci odia in quanto noi e la nostra vita, donne e uomini e bambini e animali. Che ci rivela che non li conosciamo, noi che credevamo di sapere tutto o quasi tutto. Paradisi, donne velate, venti o ventuno vergini e le mutande per andare in cielo: ha ragione Adriano Sofri, il sesso, il nostro sesso c’entra, eccome, più che le ingiustizie sociali e geopolitiche. O altrettanto. Così qualcuna di noi la fa facile: i nostri nemici, i nemici della libertà femminile vengono da là, dall’Islam. L’unica possibilità è stare con Bush e con l’Occidente. Qualcun’altra e molti altri la fanno altrettanto facile: bonifichiamo i giacimenti dell’odio, cooperazione, dialogo, nuovo modello di sviluppo, new global, ed emancipazione femminile. Ci salveranno le nostre sorelle velate?
Ma nel frattempo, aspettando altre torri bruciate (poiché di Bali frega niente a nessuno)? Bush e Condoleeza hanno una teoria e una cultura belle e pronte. Bisogna fare ordine in Medio Oriente, imporre la democrazia o comunque poteri amici nell’area del mondo dove c’è la Mecca altrimenti, se si aspetta la storia, ne diventeremo vittime. La guerra all’Iraq è la prima tappa, una volta insediati là si vedrà il da farsi. La riassumo male, ma l’idea non è una trovata da cow boy. E’ un progetto che ha le armi e i soldi, le teste pensanti e la fede nel Bene con cui camminare.
E noi? Qual è il nostro progetto? Non dico solo noi, le donne o alcune donne. Dico noi l’Italia, noi la sinistra, noi il Mediterraneo, noi l’Europa, la vecchia Europa? (Francamente di Berlusconi non m’importa un accidente). Per questo non sono andata alla manifestazione: dire pace non è un progetto. Peggio ancora dire: teniamo fuori l’Italia da questa guerra. E agli altri succeda quel che succeda. Come se le conseguenze non ci riguardassero tutti comunque. Sbagliare una guerra non è come sbagliare una Finanziaria. Ma anche sbagliare a non farla.
Allora meglio sbagliare stando tutti insieme noi paesi democratici dove si può anche manifestare contro e senza chador? Qual è la riduzione del danno? Giuliano Ferrara dice, e lo ringrazio per la chiarezza e l’onestà, mi affido allo stato guida della democrazia e della libertà. E se io non riesco ad affidarmi? E se io non riesco a pensare in termini di noi e gli altri? E se io penso che l’11 settembre sia stato un crimine contro l’umanità e non contro gli americani e gli occidentali? E se io metto a fondamento del mio stare al mondo il fatto di non avere alcun merito per essere nata in questa parte del pianeta? Chiedo aiuto al pensiero di chi può pensare qualcosa che mi possa salvare insieme agli altri, non contro gli altri. Ma Alex Langer è morto, Gino Strada e Cofferati mi fanno rabbia, l’opinione pubblica non mi offre prospettive se non, nella migliore delle ipotesi, disagi. A Porto Alegre idee ce n’erano, per quel che ho capito, ma un po’ troppo unilaterali e, finora, incapaci di farsi carico dell’11 settembre. Così, quando inizierà la guerra, mi metterò sotto l’egida della crocerossa e aiuterò, per quel che potrò, Emma Bonino che almeno si è messa a studiare l’arabo. Ma non mi basta. E a te, basta?


Franca Fossati


No, le donne non sono migliori. Purtroppo siamo uguali

Non voglio parlare di pace o di guerra. Non voglio dire che io sono per questa guerra, convinto che questa guerra sia necessaria prima ancora che inevitabile. Ma non voglio - lo ripeto - parlare di questo. Mi interessa molto di più concentrarmi su un altro punto: le donne sono per natura pacifiste e pacifiche?
Sbalordisco solo al pensiero che qualcuno (anzi: qualcuna) lo possa pensare. Sono convinto, arciconvinto che la natura non esista. A meno che non si intenda per natura la nostra conformazione fisica - e, parlando di sessi: quella fessurina
piuttosto che quella protuberanza - il che renderebbe il discorso estremamente ridicolo e da finirla lì. Non credo che le donne siano né pacifiche né pacifiste. Non sono buone. Non sono inoffensive. Non sono migliori. Ha straragione Lucetta Scaraffia: solo se pensiamo all’angelo del focolare possiamo identificare il femminile con la madre piena di rughe che, nella penombra del pomeriggio, cuce e piange per il figliolo al fronte.
Quel che ho visto in guerra (la prima guerra del Golfo) mi è
bastato e ancora m’avanza per ribadire che le donne sono uguali agli uomini: combattive e crudeli, eroiche e vili, determinate e impaurite, incoscienti e ragionevoli. Ho visto le donne soldato combattere senza esitazione proprio come gli uomini soldato.
L’idea che un genere sia più buono dell’altro, più quieto, più tollerante, più concludente e discreto mi fa orrore. Come mi fa orrore pensare che gli ebrei siano (o peggio: debbano essere) meglio dei gentili, gli omosessuali meglio degli etero, gli handicappati meglio dei body-builders. Ci sono ebrei infami, omosessuali infami, handicappati infami. E anche donne infami.
Non ci sono sconti per nessuno. Nessuno si può, con gesto automatico e ipocrita pararsi dietro la propria bandierina, la propria etichetta, il proprio testo sacro, la propria biancheria intima. E’ vero: ho un pregiudizio favorevole nei confronti di donne, ebrei, omosessuali e napoletani ma questo non mi impedisce di saperne riconoscere i difetti e perfino le nefandezze. Stabilire che le donne, sì anche le donne, (ma s’intende che lo stesso discorso vale anche per ebrei, omosessuali e napoletani) possono essere bellicose e belliciste, affermare che anche le donne possono uccidere per validi motivi o per futilissime ragioni significa fissare un principio per me sacro: siamo tutti uguali.
Purtroppo. Dico purtroppo perché quest’uguaglianza ci incatena alle nostre responsabilità, non ci dà pace, non ci permette illusioni. Ma allo stesso tempo questa uguaglianza obbliga tutti noi a chiedere ad alta voce uguale rispetto e pari condizioni

Daniele Scalise


Nessuno è innocente della colpa della guerra

Sono stato alla manifestazione per la pace del 15 febbraio, e penso che la guerra che vuole combattere Bush in nome del Bene contro il Male sia un errore fatale, anche se Saddam rappresenta sicuramente un male molto grave. Tuttavia non mi piace che un’idea che considero giusta – e pacifica – sia brandita con l’ingiunzione “senza se e senza ma”. Il senso politico di questo slogan – questa guerra sarebbe inaccettabile anche se appoggiata dall’Onu – lo condivido. Ma l’allusione alla rimozione di qualsiasi dubbio dal proprio campo di azione e di pensiero ha qualcosa di paradossalmente speculare proprio alle certezze ideologiche di chi giustifica la guerra. Il primo delitto della logica bellica è quello di spingere ognuno verso retoriche dell’intransigenza: così gli avversari diventano inesorabilmente “nemici”. Per me è essenziale coltivare il dubbio, soprattutto se si è contro la guerra: la guerra potrebbe anche essere “giusta”, o apparire tale agli occhi di molti e molte che in cuor loro vorrebbero solo la pace.
Letizia, Lucetta e Franca si chiedono, sia pure in modo assai diverso, se sia vero che da parte delle donne vi sia una “naturale” propensione per la vita, e quindi per la pace. Io so, credo di sapere, che nell’universo relazionale maschile la competizione è molto spesso accompagnata alla minaccia della forza e della violenza fisica. Ho conosciuto molti uomini che chiaramente si eccitavano alla prospettiva della violenza. Non mi è capitato altrettanto con donne. Certo, esistono le signore Thatcher, o le militanti “belle” e tragiche del terrorismo, come ci ricorda cupamente la cronaca. Queste figure femminili fanno ancora problema, in un certo senso, e si potrebbe anche dire che le eccezioni confermano la “regola”. Finora la regola è stata che la guerra la fanno soprattutto i maschi: persino i teorici militari resistono all’idea di ammettere le donne al fuoco della prima linea, e così far cadere definitivamente un tabù millenario (sulle donne, e poi su vecchi e bambini, non si dovrebbe mai alzare un'arma). Non credo però che la questione sia di ordine “naturale”. Per gli uomini e le donne la natura è la loro cultura. Dunque siamo di fronte a un dilemma culturale. Nell’epoca in cui la libertà femminile vuole tutto – anche il diritto di uccidere (e di essere uccise) in guerra, come insegna il soldato Jane – e la libertà maschile deve fare i conti con la crisi della propria pretesa universale, si tratta di cercare insieme, credo, quel nuovo “pensiero” che Franca Fossati non trova, e che non esiste ancora in forme compiute. Mi ha colpito una osservazione ascoltata qualche tempo fa da Luisa Muraro: le donne si sono “innocentate” sulla questione della guerra, attribuendola per intero agli uomini. E in fondo – aggiungo io – con i loro pianti e le devozioni materne, con la generosa cura per il riposo dei guerrieri, l’hanno sempre sostenuta, pur maledicendola. Proporrei di ripartire da qui: nessuno è innocente a proposito della guerra. Il che sottintende, almeno per me, che la guerra comunque è una colpa. Forse soprattutto quando è “giusta”: uccidere nel mome della giustizia non è il delitto peggiore?

Alberto Leiss



Sono ignorante e impaurita
ma comunque dalla parte dei “nostri“


Spero che ci sia un voto dell’Onu a favore della guerra all’Irak, per contenere le incognite della partenza Usa-Inghilterra-Spagna a “panza tosta“, ma spero ancora di più in un beau geste di Saddam Hussein: me ne vado. Altrimenti, non dico che un minuto dopo il primo colpo attaccherò la bandiera USA alla finestra, certamente però sarò dalla parte dei “nostri“. Come nei film di John Wayne. Anche se faccio mia la campagna dell’America Civil Liberties Union: “Keep America safe and free“. Laddove il corsivo della congiunzione dice tutto: sicurezza (e) per libertà. Di questo sento la mancanza: di un qualsiasi contesto - di donne, di uomini, di donne e uomini - che non vogliano demolire il proprio paese e l’area geopolitica in cui si colloca, ma che si battono per difendere le libertà civili. Qui da noi: tra il Papa e la guerra come Satana, i pacifisti e le pacifiste, il livore che corre da destra verso sinistra e viceversa, il nanismo politico dell’Italia (chiunque la governi, purtroppo) c’è solo il Partito Radicale. A me piacerebbe qualcosa di non partitico e più intellettualmente arioso.
Chiaramente non ritengo fare la guerra una colpa (come scrive Leiss) e penso che la pace non significhi altro che una fortunata situazione in cui ci si trova a vivere. La pace è meravigliosa: consente di praticare fruttuosi scambi umani e commerciali, di aumentare il benessere materiale, di espandere la bellezza e la conoscenza. Ne sappiamo qualcosa noi femministe che facciamo parte di quella generazione che ha vissuto in pace per quasi cinquanta anni, sotto il cappello della guerra fredda prima e della coesistenza pacifica poi. Con il 1989 il frigorifero in cui erano stipati i rapporti di forza mondo libero/mondo comunista, e noi tutti sotto il congelatore, si è spento. I cibi e le bevande che vi erano riposti hanno cominciato a prendere di rancido, adesso puzzano. La storia dell’umanità non si è fermata dopo la caduta dei blocchi, come dice il pirotecnico Fukujama. Ha ripreso a muoversi. Non c’è l’eterno ritorno, ma il nuovo che deve essere affrontato.
Fossati lamenta di essere orfana di un pensiero di donne che si infili come un cuneo sapiente della differenza femminile tra le culture belle e pronte (di uomini e di donne) pro o anti questa guerra. Per parte mia non so come giudicarla. Sbagliata? Forse. Giusta? Forse. Certamente è l’epigono dell’invasione del Kuweit con l’intermezzo Torri Gemelle. Mi sento “Falco nel cervello, colomba nel cuore“, come ha scritto McIwan. Al massimo, ascoltando Radio Radicale e leggendo i giornali, concordo con questo o quel modo di parlare e di scrivere del travagliato momento. Ma non mi aspetto illuminazione. Per usare le parole di Franca, non mi appartiene il bushismo militante, “la fede nel Bene con cui camminare“ perché per vecchio vizio eccentrico, potrei semmai essere disposta a seguire chi dicesse apertamente: qui si va a combattere la prima guerra, o forse la prima di una serie di guerre, perché ci tocca ripulire il frigorifero per non marcirci dentro. Non ho fede nel Bene. Semmai sono tentata dal Male.
Dunque, ben venga sulle pagine di DeA la demolizione del naturale e/o culturale pacifismo delle donne, come scrivono Scaraffia e Scalise. Ben vengano anche i sondaggi citati da Letizia nel suo bel pezzo (perché dubbioso) di apertura, che dicono che il 78% delle donne è contro la guerra. Non significa molto ai miei occhi: i sondaggi dicono che più o meno nella stessa quantità le donne non seguono la politica. Quindi la loro non è predisposizione differente ma ignorante. Ignorante sono anch’io. E impaurita, anche. Ignoranti e impauriti siamo la maggioranza.
Piazza pulita della differenza sessuale? Beh, non c’era mica bisogno della guerra per accorgersi che la differenza o è mappatura intellettuale di gruppi che ragionano a senso unico, o è tardo-sinistrismo, o è sociologia da ottomarzo, o è rete umanitaria sotto l’ombrello di Unione Europea, Onu e affini. Oppure è invocazione di relazioni tra donne, che ci sono, ma sono tornate allo stato prepolitco, precedente a quello dell’ “è già politica“. Sono relazioni più sofisticate, o più semplificate rispetto al pre-femminismo. Dipende dall’età che una ha e da quale è la sua biografia, dal piacere che ricava ad avere “una donna per amico“ (Lucio Battisti).
Allora: se ce ne sarà bisogno, con chi starò? Dalla parte “dei nostri“ (e “delle nostre“), naturalmente.

Roberta Tatafiore


Mi allarma l'arroccamento dell'Occidente: noi, donne e uomini in questa parte del mondo

Gentile Signora Paolozzi,
mi permetta di rientrare nel dibattito in corso su "Dea donne e altri", sulla maggiore presenza delle donne alle manifestazioni contro la guerra. Le prometto che cercherò di argomentare il mio punto di vista. Se lo ritiene necessario starò in punta di piedi nello spazio telematico aperto al contributo di tante/i interlocutrici/ interlocutori.
Prima di tutto mi presento.
Mi chiamo Milli Violante, sono una insegnante in pensione, residente a Bologna, nata ad Avellino e vissuta a Napoli fino al 1985. Nel 2000 ho ideato e organizzato per l’Associazione Armonie, nell’ambito delle manifestazioni di Bologna 2000, Città Europea della Cultura, il progetto Grande Dea, articolato in un Convegno internazionale e in una Mostra di calchi di reperti archeologici di antiche divinità femminili. In questi giorni l’Associazione Armonie, che ha continuato in proprio l’iniziativa pubblicando gli atti del Convegno, presenterà i risultati del suo lavoro. Penso che l’iniziativa dell’Associazione Armonie, di cui non faccio più parte, possa suscitare il suo interesse e che possa trovare spazio sul suo periodico on-line, proprio alla luce del dibattito su guerra o pace.
Tornando all’argomento Donne-Uomini Contro la Guerra, non posso fare a meno, ancora una volta, di esprimere dubbi sulla validità di generalizzazioni del tutto astratte. Mi sembra che a formulare giudizi sulla bontà o cattiveria, naturali o culturalmente indotte negli uomini e nelle donne del nostro pianeta, si finisca inconsapevolmente col creare maggiore confusione di quanto ci sia bisogno nel nostro paese e nella sinistra italiana.
Mi deve perdonare, ma a me sembra che si voglia discutere del sesso degli angeli mentre a qualche migliaio di chilometri si prepara una carneficina spaventosa. Mi sarebbe tanto piaciuto che qualcuna/o mi avesse chiarito le idee affrontando il tema della validità (come vede non esprimo giudizi moralistici) dell’arroccamento dell’Occidente a difesa dei propri interessi materiali. E quando parlo di Occidente parlo di tutti noi, uomini e donne che abbiamo la sorte (buona?) di esservi nati.
Non crede forse che la critica portata avanti dal movimento dei movimenti all’ordine esistente sul nostro pianeta, globalizzato, ma all’insegna del neo-liberismo, sia un po’ più ampia e puntuale di generiche e stereotipate enunciazioni sull’atteggiamento delle donne e degli uomini di fronte alla guerra? Forse sarebbe il caso di sollecitare interventi in tale direzione.
Non penso che si voglia continuare ad accusare il movimento dei movimenti che, per sua natura e scelta ripudia la violenza, di anti-americanismo. Ricordiamo Seattle?
La fase di attesa prudente dell’Ulivo italiano mi sembra superata e per merito del movimento stesso e non certo del centrosinistra. Domani 12 marzo 2003 ci sarà qui a Bologna una grande manifestazione unitaria contro la guerra. Penso proprio di andarci.
Vede, io ero alla manifestazione a Napoli nel marzo 2001 e ho visto scene orribili: ragazzine/i alla loro prima esperienza politica, massacrate/i di botte dalla polizia del governo di centro-sinistra. Penso di essermela cavata, insieme alle mie amiche e compagne, perché forse si era deciso di non volere ‘educare’ all’ordine democratico e a compatibilità internazionali ‘Le donne in nero’ di Napoli e dintorni.
Poi c’è stata Genova e un ragazzino è stato ucciso. Evidentemente, nella fretta, non gli è stato chiesto se era buono o cattivo in quanto maschio. Comunque nelle ore successive si è cercato di rimediare picchiando selvaggiamente maschi e femmine alla pari. Ma si sa che le forze dell’ordine non sono addestrate ai distinguo.
Ed ora si apre un dibattito sul sito Dea sulle donne che più numerose degli uomini manifestano la loro opposizione alla guerra. Ma quelle donne e quegli uomini, a prescindere dal loro numero, hanno corpo, sangue, idee, passioni e si sono messi in gioco per dire la loro, come hanno potuto, ma con grande intelligenza, senza aspettare che partiti e istituzioni indicassero obbiettivi parziali che fossero compatibili con le istanze dei vari governi e diplomaticamente corretti.
Come vede non sono imparziale, equidistante o politicamente corretta. A proposito chi stabilisce la correttezza?
Si figuri che mi permetto anche di consigliare a Franca Fossati, a cui Gino Strada e Cofferati fanno rabbia, che guarda con qualche diffidenza a Porto Alegre e che intende, " quando inizierà la guerra" mettersi "sotto l’egida della crocerossa" per aiutare per quel che potrà, di iniziare da subito. Potrebbe per esempio rivolgersi alla Croce Rossa del Centro di permanenza temporanea di via Mattei a Bologna, dove sono ‘ospitati’ donne e uomini immigrati in attesa di essere espulsi dal nostro paese e che recentemente, in occasione di un tentativo di fuga, sono stati picchiati in modo indiscriminato dalla polizia. Credo che potrebbe approfittarne per approfondire il tema dei sentimenti di quelle donne e di quei giovani lavoratori stranieri senza permesso di soggiorno o con permesso scaduto, e a cercare sul campo un pensiero che non trova contro la guerra.
Ed ora mi permetta di salutarla cordialmente e di ringraziarla anticipatamente per l’opportunità, che vorrà concedermi, di partecipare da semplice iscritta alla CGIL (Spi) ad un dibattito franco e democratico. (Aspetto critiche: le ritengo salutari per le mie future riflessioni).

Milli Violante






> da leggere
Intervista a Antonio Damasio, sul "manifesto" del 29 gennaio 2003
> vai al sito

> diversi pareri
"Naturalmente" pacifiste ? Non ci credo
di Lucetta Scaraffia

Ma di quali donne parlate?
di Milli Violante

Contro la guerra cerco un pensiero che non trovo
di Franca Fossati

No,le donne non sono migliori
di Daniele Scalise

Nessuno è innocente della colpa della guerra
di Alberto Leiss

Sono ignorante e impaurita ma comunque dalla parte dei “nostri“
di Roberta Tatafiore

Il vero dramma è l'arroccamento dell'Occidente
di Milli Violante