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relazioni politiche, dal quartiere al mondo
20 febbraio 2003
Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"
Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
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4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
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19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
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3 gennaio 2003
Donne e uomini: i numeri del divario
Le decisioni prese dai grandi della Terra e il loro impatto nella realtà quotidiana di uomini e donne che quei grandi hanno eletto, ma non solo.
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30 dicembre 2002
Sono preoccupata:devo salvare il mondo?
Alla fine dell’Anno, si fanno sempre un po’ i conti. Per le donne le cose sembra non vadano male. Anzi. Vanno tanto bene che c’è quasi da preoccuparsi.
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> 26 febbraio 2003

Contro istituzioni monosex non valgono
le "quote", ma il desiderio femminile

"Un partito di solo maschi capirà cosa milioni di elettrici vogliono da scuola, welfare, dinamica sociale?". Se lo chiede Gianni Riotta sul Corriere della sera, a commento (positivo) della definitiva approvazione del nuovo articolo 51 della Costituzione che impegna la Repubblica a sostenere, "con appositi provvedimenti", "pari opportunità" tra donne e uomini nell'accesso alle cariche pubbliche. La risposta - negativa - alla sua domanda la si ricava dalla realtà di un'agenda e di un dibattito politico (ma forse vale più per la sinistra) difficilmente raccontabile dal punto di vista delle "milioni di elettrici". Forse, però, anche dei milioni di elettori.
Dall'altra parte, sul manifesto, Stefania Giorgi si scaglia contro una norma colpevole di occultare il dato della lontananza femminile dai luoghi della politica istituzionale ("seconda", come la definì il "sottosopra rosso", E' accaduto non per caso, dedicato alla fine del patriarcato) e la fecondità della politica che si produce lontano dal politico, mentre Il Riformista riconosce, con la Corte Costituzionale - una delle cui ultime sentenze, dedicata alla Val d'Aosta, riconosce la validità di una norma analoga al nuovo articolo 51 - l'"emergenza" della scarsa presenza femminile nelle istituzioni, ma dubita dell'efficacia e della giustezza delle quote.
Per quanto mi riguarda, sono d'accordo con questa posizione. Per (almeno) tre ragioni.
La prima è "oggettiva". L'articolo 51 è quella che si chiama una "norma ombrello". Apre, cioè, la strada, senza determinarla, alla legislazione e alla pratica ordinaria. Non significa, in altre parole, che la derivazione naturale del nuovo articolo sia una produzione legislativa piena di quote riservate, già bocciata dalla Consulta - con argomentazioni che restano valide anche ad articolo 51 modificato - se e quando determini il risultato della rappresentanza ledendo così uno dei cardini della democrazia: l'essere del risultato elettorale in mano all'elettore, all'elettrice.
La seconda ragione, "soggettiva", attiene al rapporto tra donne e politica istituzionale. Esistono donne che desiderano essere anche nelle istituzioni. Preferisco partire da qui che dall'esigenza di riempire quei vuoti di cui parla Riotta. Sono poche? Sono molte? La mia esperienza con le giovani che partecipano ai corsi di formazione che "Emily in Italia" organizza mi dice che questo desiderio esiste ed è (abbastanza) diffuso. E poi, c'è il mio, di desiderio. E quello di altre mie colleghe parlamentari. Questo desiderio incontra ostacoli "interni" (scarsa capacità di fare squadra o di commisurare mezzi e fini, tentazione di una politica "altra", paura del conflitto, ecc) e ostacoli esterni derivanti dallo straripante potere (e capacità di fare squadra) maschile nonché dalla totale assenza di regole trasparenti, esigibili nella selezione di persone e contenuti. Tutto ciò non si risolve con le quote - uno strumento che non si propone di intervenire su nessuna di quelle cause - ma lavorando sulle condizioni (la prima delle quali è il riconoscimento) perché quel desiderio abbia corso. E lottando - è il caso di dirlo - perché i partiti, le coalizioni si diano regole certe atte a fare che i meriti vengano premiati e non sacrificati a sempre più (alle e ai più) oscure ragioni. La società dimostra che quando le regole sono chiare sono tante le donne che vincono.
La terza ragione per non amare le quote è politica. Le quote sono applicabili solo in un sistema proporzionale e sono, dunque, appannaggio dei partiti e degli apparati. I quali apparati - manco a dirlo, maschili - difficilmente selezioneranno l'autonomia, la relazione con altre donne, la capacità di restare, di creare precedente per altre.
Che dire dunque del nuovo articolo 51? Che, a parte la brutta dizione "pari opportunità", che, per volere della ministra Prestigiacomo, ha sostituito la precedente "parità d'accesso" voluta, nella scorsa legislatura, da Claudia Mancina, può essere inteso come un riconoscimento dell'improponibilità, a fronte di società femminilizzate, di istituzioni monosessuate. Niente di più. Niente di meno. Seguono (ma anche precedono) pratiche e proposte politiche.

Franca Chiaromonte






> da leggere
Editoriale di Gianni Riotta sul Corriere della Sera del 22 febbraio 2003
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Intervento di Stefania Giorgi sul "manifesto" del 21 febbraio 2003
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Commento sul "Riformista" del 22 febbraio
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