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relazioni politiche, dal quartiere al mondo
4 dicembre 2003
Radicali a congresso: il carisma di Emma
ma niente donne in direzione

Pubblichiamo un articolo di Letizia Paolozzi uscito sul mensile "Le ragioni del socialismo"

Nelle viscere dell’Ergife si è tenuto il secondo congresso nazionale dei radicali italiani.
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25 ottobre 2003
Bassolino: guai a diventare
ospiti fissi nel salotto di Vespa
Deve fare la sua testimonianza al corso di formazione di Emily, Napoli, sulla comunicazione politica.
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11 agosto-15 settembre 2003
Cercate la donna. A Castellammare
“Scandalo“ in Campania: la sindaca Ersilia Salvato chiama Anna Maria Carloni nella sua Giunta. Per le capacità di Anna Maria o/e perché è la compagna di Antonio Bassolino? Interventi e interviste di Alberto Leiss, Franca Chiaromonte, Letizia Paolozzi e Bia Sarasini

6 agosto 2003
Giustizia per la Città
Il caso Mambro e Fioravanti
Lavoravo all’“ Unità“ e per quel giornale, allora diretto da Walter Veltroni, avevo intervistato Francesca Mambro.
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21 luglio 2003
Tra "kamikaze" della politica
e orfane delle pari opportunità

Accosto segnali diversi, dei quali però vale la pena di discutere
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16 luglio 2003
Veltroni tra dolore e musica
Un'altra idea di politica?
Parla di sofferenza e di mancanza. Conosce bene il potere di media. Gli piace il jazz. Ha una cultura pop-americana. E' un politico di professione. Il sindaco di Roma sotto la lente di ingrandimento di Letizia Paolozzi, Bia Sarasini, Franca Chiaromonte, Lanfranco Caminiti e Alberto Leiss
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16 giugno 2003
Se lui e lei vogliono provare
a dare un'anima alla politica
Mentre si torna a discutere sullo stato delle relazioni tra donne e uomini, da Asolo arriva qualche novità
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13 giugno 2003
Cosa significano "sì" e "no" nella guerra dei sessi?
Letizia Paolozzi
recensisce il libro di Elisabeth Badinter che ha riacceso il dibattito sui rapporti tra i sessi, e invita gli uomini a imitare la "leggerezza" di Beckham. Le risponde Bianca Pomeranzi: le donne tra partiti e movimenti provino a parlarsi. Al seminario della Società delle Letterate, quasi "stati generali" del femminismo italiano. (Monica Luongo). Un numero della rivista "Posse" sul "divenire-donna della politica". Scalfari esorta le giovani donne a lottare contro la violenza del potere (Alberto Leiss).
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2 maggio 2003
Torna la "questione meridionale", ma a sesso unico
Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi recensiscono i libri di Isaia Sales, Gianfranco Viesti e Vincenzo Moretti sulla situazione nelle regioni del Sud dopo le politiche del centrosinistra. Un dato comune è la rimozione, o quasi, della realtà e dei desideri delle donne nel Sud. Vincenzo Moretti risponde a Letizia e Franca riconoscendo la "svista".
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8 aprile 2003
Come l'amore per la bellezza
salva le città brutte e degradate

“Le forme intorno a noi e la relazione di differenza” sono i temi della discussione di donne e alcuni uomini
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31 marzo 2003
Il “no“ alla guerra di Libération nel segno di Starck: l'intelligenza è femminile
Philippe Starck, che espone fino al 12 maggio al Centro Pompidou a Parigi, ha ridisegnato e impaginato il quotidiano francese Libération dell’11 marzo. Il suo è un intervento "funzionalista post-freudiano", dice
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22 marzo 2003
Rimandare, rimandare, rimandare?
Sulla guerra idee e parole, non solo "azioni"
Le assise delle donne Ds sono state rinviate "a data da destinarsi". Hanno spiegato : perché piovono missili sull’Iraq“
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26 febbraio 2003
Contro istituzioni monosex non valgono
le "quote", ma il desiderio femminile
"Un partito di solo maschi capirà cosa milioni di elettrici vogliono da scuola, welfare, dinamica sociale?"
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20 febbraio 2003
Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"
Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
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4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
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19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
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> 18 dicembre 2003


La figlia di Saddam
e la moglie dell'Imam

Che cosa pensiamo di ciò che sta accadendo nel mondo e che ci tocca così da vicino?
Delle tante cose dette intorno alla cattura di Saddam nulla è più incisivo di quelle immagini mute che sono state replicate tante volte in tv: il primo piano del dittatore con la barba lunga e i capelli sporchi, un uomo con i guanti (medico? Infermiere? Agente della Cia?) che gli ispeziona la testa (cerca parassiti? Tracce del dna? Vuole capire se è una parrucca?) e poi osserva con la pila l’interno della bocca (ha la dentiera? Il mal di gola? Forse un minuscolo deposito di microscopiche armi di distruzione di massa?). Saddam si liscia più volte la barba folta, con un’espressione di perplessità rassegnata. Se non ho capito male poi è stato rasato, perché fosse meglio riconosciuto. Si saranno detti qualcosa di banale con il barbiere, come capita anche a noi?
Ci è stato risparmiato, almeno finora, l’orrore di un altro atto cruento. Saddam, a quanto sembra, si è arreso, non lo hanno ucciso, e lui non ha ucciso. C’è chi dice che sia stato drogato: una parte del mondo arabo non sopporta il fatto che non abbia preferito morire combattendo, o suicidandosi. Chissà dov’è e come viene trattato in questi giorni. In certi articoli si allude senza particolare scandalo alla tortura. Bush, ma anche il democratico Clark, hanno invocato la pena di morte, che negli Usa è considerata desiderabile dalla maggioranza.
Ho visto un pezzo di dibattito in tv – su La 7 – nelle ore immediatamente successive alla notizia della cattura, e ho simpatizzato con Pannella che diceva: nessuno tocchi Caino-Saddam, ora sia un tribunale internazionale a giudicarlo, e sia trattato come un nemico belligerante. Anzi, a giudicarlo dovrebbe essere quel tribunale internazionale delle Nazioni Unite che gli Usa e l’Iraq non riconoscono. Certo, gli oppositori di Saddam in Iraq lo vogliono processare loro, con un paradosso però: la base legale del processo oggi in Iraq sarebbero le stesse leggi di Saddam, pena di morte inclusa.
Ho letto che anche la figlia di Saddam ha chiesto una corte internazionale, e penso che se il mondo volesse recuperare un minimo di decenza democratica, dovrebbe convenire con questa posizione, certo coinvolgendo in modo non subalterno gli iracheni. Ma non credo che si arriverà a questo. Un processo “vero” rischierebbe di fare emergere i coimputati, i complici, i testimoni silenziosi, per molti dei crimini di Saddam: sarebbero troppi e troppo imbarazzanti per l’Occidente.
Altre immagini mi hanno colpito: tra i gruppi non troppo folti di iracheni che festeggiavano la cattura di Saddam spiccavano le bandiere rosse dei comunisti, tra i primi a essere massacrati in grandi quantità dal regime baathista. Dopo, sono giunte le immagini delle manifestazioni anche a favore di Saddam, nuovi attentati e nuove stragi: è la quotidiana scena mediatica irachena.
In Italia dobbiamo ancora capire che cosa ci è successo davvero con la strage dei carabinieri a Nassiriya. La retorica del ritrovato sentimento di unità nazionale e patriottica è già un lontanto ricordo: i titoli oggi se li guadagnano gli scioperi duri dei tramvieri, gli scontri con la polizia dei dipendenti Alitalia che bloccano Fiumicino, la psicosi per le bottiglie di acqua minerale infettate (basta una siringa con un po' di varechina per calarsi nella parte del terrorista che inquina gli acquedotti)
In quei giorni, nei giorni del lutto per Nassiriya, mi aveva colpito l’atteggiamento dei media nei confronti dell’”Imam di Carmagnola”, portato all’onore delle cronache dal salotto di Bruno Vespa, e poi inseguito, con la sua famiglia, da Ballarò e dalle Jene, e chi sa da quanti altri di cui non mi sono accorto. In un servizio televisivo l’Imam mostrava i siti internet che aveva trovati, con i video di Bin Laden. Diceva che era suo dovere avvertire gli italiani (lui si considerava ormai italiano, dopo 11 anni, e cinque figli avuti da una moglie italiana) dei rischi che correvano a causa di un integralismo islamico che viene alimentato – a suo giudizio – dalla politica degli Usa e degli altri stati occidentali. Diceva che questa denuncia, questo avvertimento, era per lui un dovere anche di fronte ai suoi figli.
Poi era arrivato l’ordine di espulsione da parte del governo. L’immagine più forte qui è quella della moglie dell’Imam, una signora italiana integralmente coperta dal burqa, con i suoi bambini intorno. Mentre cerca di raggiungere il marito, già all’aeroporto per essere allontanato dall’Italia, ecco arrivare tra gli altri giornalisti anche l’”inviato” delle Jene. Il giornalista-Jena cerca di parlare con la moglie dell’Imam, cerca di farle dire che il marito doveva pensarci meglio prima di dire ciò che ha detto. La donna per un po’ sopporta, poi si mette a gridare in una specie di arabo invocando Allah. Corre e urla, con i suoi bambini, per sfuggire alla simpatica Jena, e forse la maledice. Da qualche parte ho letto che era una segretaria di azienda: l’uso del velo più impenetrabile da parte sua ci ha impedito di capire se in una vita precedente poteva essere una di quelle segretarie carine che sorridono sempre, evocate dal nostro presidente del consiglio dei ministri in una sua recente visita alla Borsa di New York.

Alberto Leiss