anima / corpo
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benessere malessere, la scienza, lo spirito, la vita
28 marzo 2005
Morire: di chi è Terri Schiavo?
Di chi è Terri Schiavo? Del marito, dei genitori e fratelli, dello Stato, della legge? Oppure di Dio?
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8 dicembre 2004
Vedere e sapere, oltre il velo
Dialoghi tra un filosofo e alcune donne

Una donna, Hélène Cixous, scrive un racconto poetico su una donna – lei stessa – che guarisce improvvisamente dalla sua forte miopia grazie a una operazione chirurgica
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4 novembre 2004
Triangolo imperfetto
The dreamers, l’ultimo bellissimo film di Bernardo Bertolucci, racconta il ’68 parigino attraverso il triangolo amoroso di un fratello, una sorella e un amico comune.

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4 agosto 2004
DeA: perchè siamo per abrogare
totalmente la "legge crudele"
Abbiamo firmato per l’abrogazione totale della legge sulla procreazione assistita.
Non ci opporremo tuttavia ai quesiti referendari “parzialmente abrogativi“ anche se la nostra idea è che questa legge sia proprio da buttare. Tutta.
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24 febbraio 2004
Il libertino Carrère sul TGV
“Facciamo un gioco“ di Emmanuel Carrère, più che un racconto erotico è un testo libertino. Nel quale il linguaggio, grazie alla sua stessa finzione, ricostruisce la realtà. E il fantasma, alleandosi al desiderio, si fa scrittura scenica.
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29 gennaio 2004
Procreazione assistita: tre incontri
sulla "legge crudele" (non solo per le donne)

Questa della procreazione assistita è una legge crudele (come recitava l'invito a aderire alla manifestazione di sabato scorso, voluta da molte parlamentari del centro sinistra).
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4 dicembre 2003
"Diritti" per embrioni e feti al mercato
Questa settimana si torna a discutere in Senato della (illiberale) proposta di legge sulla procreazione assistita. Un articolo di Letizia Paolozzi e due interventi di Franca Chiaromonte e Gabriella Bonacchi
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3 novembre 2003
E a me non piace il duetto Mussolini - Turco
La vicenda delle coppie di fatto ha del ridicolo. Il movimento gay ha – spesso con toni molto intimiditi – fatto osservare che
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17 ottobre 2003
Dove duole la scarpa dello scienziato
Welfare e biotecnologie per soli uomini
Le mail hanno il vantaggio - che tutte e tutti conosciamo - della velocità. Ma sono segnate, anche, dal difetto di arrivare ai nostri indirizzi in un numero infinito.

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8 ottobre 2003
Non torna Lassie. E' agli arresti domiciliari
"E' pericoloso?" "Eh sì, è nell'elenco delle razze". "Che cretino!" Capita spesso di sentire discorsi simili

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17 settembre 2003
Non mettete anche gli anziani in scatola
Quando, in pieno ferragosto, i vecchi escono dall’ombra e dalle analisi degli specialisti, devono “ringraziare“ quel decesso collettivo che in Francia si trasforma in una vera ecatombe.
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24 agosto 2003
Ordine morale contro libertà sessuale a Parigi
Mentre l’estetica e il linguaggio della quotidianità hanno fatto del sesso un ingrediente primario dell’identità parigina alla moda
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31 luglio 2003
Adriano Sofri e le “ Gangs of '68 “
Nonostante siano persone di animo gentile, l’insistenza di Emanuele Macaluso o quella di Alberto Arbasino nel chiedere a Adriano Sofri che si faccia lui stesso promotore della grazia per sé, non mi convince.
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7 luglio 2003
L'omosessualità nel tempo della democrazia globale
Berlino e, una settimana dopo, Roma. Due manifestazioni (diverse, certo, quanto ai numeri :seicentomila la prima e ventimila la seconda) di orgoglio gay. Per ricordare altri tempi, altre imprese. Le imprese (e gli scontri con la polizia di New York) a Christopher Street
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3 giugno 2003
Il Dio delle donne
Sul libro di Luisa Muraro che si trascina dietro il linguaggio materno, l'intelligenza dell'amore e la differenza ragionano Franca Chiaromonte e Rosetta Stella
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10 maggio 2003

La prima porno-femminista?
Si chiamava Lilith e abbandonò l'Eden
All’età di 21 anni, Ovidie ha realizzato più di 40 lungometraggi, è la regista di due film porno e, il 6 maggio 2002, è stato pubblicato, in Francia, il suo primo libro: Porno Manifesto.
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2 maggio 2003
Venite in analisi, vi sentirete normali
" Se continuate a vivere, invecchierete?" "Quando mancate di ossigeno, provate una sensazione di soffocamento?.
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29 marzo 2003
“Nudus“, magazine sessualmente corretto
per libertini raffinati e militanti
Il " retour de l'ordre moral" annunciato dalla sinistra francese alcuni mesi fa ha già trovato la sua controtendenza
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18 febbraio 2003
Oscurantisti, giù le mani da Dolly
Dolly è morta. Aveva sette anni. E' stata soppressa perché "soffriva troppo", dicono i medici
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10 febbraio 2003
Le imbarazzanti verità del nudo
750 donne si spogliano per disegnare un cuore e uno slogan – no alla guerra – su una collina
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8 febbraio 2003
Bioetica: il travaglio della politica
Cattolici e musulmani, credenti e non credenti, ebrei e protestanti, donne e uomini
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12 gennaio 2003
Il valore del seme perduto
“Per fare un tavolo ci vuole il legno/ per fare il legno ci vuole l’albero/ per fare l’albero ci vuole il seme“
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18 dicembre 2002
Mi sento centenaria. Evviva
Quanto è simpatica l’ottuagenaria spot, l’arzilla vecchietta
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17 dicembre 2002
Sul papa e il silenzio di Dio
Perché non riesco a prenderlo sul serio ? Perché questa volta non mi impressiona più che tanto
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7 dicembre 2002
Siamo stanchi dell'aids (noi gay)
Siamo stanchi dell’Aids. Sono quasi vent’anni che se ne parla, quasi vent’anni che prudentemente indossiamo sterili preservativi
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> 12 aprile 2005


Il papa che avversava la modernità
e amava il "genio femminile"


Dal numero di venerdì 8 aprile compare sul "Foglio" la nuova rubrica di Bia Sarasini, "Biapolitica", che riproduciamo per le lettrici e i lettori di DeA

Non aveva paura delle donne, Giovanni Paolo II. Intendo nella forma comune in cui ne hanno paura in genere gli uomini. Paura che le donne, le singole che incontrano nella loro vita, ma anche quell’indeterminata donna, l’oscuro femminino che ha turbato nei secoli molte pregiate menti maschili, li privino della loro forza, sviliscano l’essenza, anzi la potenza della loro preziosa virilità. Non c’è traccia di comune misoginia, nel suo comportamento, nella sua voce. Quel messaggio che è stato la guida del suo pontificato “non abbiate paura”, è stato anche “non abbiate paura delle donne”, almeno da quando pubblicò nel 1988 la lettera apostolica Mulieris dignitatem. Che riconosce che l’umanità è fatta di due, che la donna è «un altro io della comune umanità» e ringrazia per le numerose manifestazioni del «genio femminile», dalle madri, alle «donne che lavorano professionalmente, donne a volte gravate da una grande responsabilità sociale; per le donne «perfette» e per le donne «deboli» per tutte: così come sono uscite dal cuore di Dio in tutta la bellezza e ricchezza della loro femminilità; così come sono state abbracciate dal suo eterno amore». A pensarci bene è un’immagine audace, questo Dio che abbraccia le donne. Certo non in sintonia con la tradizione cristiana, abituata a vedere nella bellezza della donna una minaccia all’esperienza del sacro. Per questo colpisce vedere come la sposa di Cristo, la Chiesa, sia incarnata solo in corpi di uomini, di esseri umani di sesso maschile. Colpisce anche in questi giorni di lutto. Non ci sono donne, presenze femminili, intorno al papa che è morto. E se ci sono, rimangono sullo sfondo. Come “le suore dell’appartamento”, così sono state perlopiù chiamate nei media le donne che hanno accudito l’esistenza terrena del papa, solo una, suor Tovana, ha avuto accesso alla pienezza del nome. Come Wanda Poltawska, docente di psichiatria a Cracovia, amica dal Pontefice dal 1947, intervistata su La Stampa di ieri da Marco Tosatti. Sono contenta che il commiato intimo, familiare dalla vita di Karol Wotyla non sia stato privo della presenza femminile. Come non avviene nella celebrazione pubblica, in cui la Chiesa cattolica conferma la scelta dell’esclusività maschile, scelta che papa Giovanni Paolo II, il papa che non aveva paura delle donne, non ha mai smesso in discussione: «Questa enfasi sulla differenza sessuale e questa preminenza del maschile, che ancora vige nella Chiesa Cattolica, non è moderna, ma è significativa» ha scritto Luisa Muraro sul manifesto a proposito del collegio cardinalizio, tutto maschile, che avrà il compito di nominare un altro papa, ovviamente uomo. E prosegue: «Ci ricorda l’avvento del patriarcato che ha estromesso le donne dai luoghi sacri sostituendole con gli uomini». Ecco, la modernità. Sarebbe per questo, per opposizione alle “libertà dei moderni”, che Giovanni Paolo II non poteva riconoscere all’interno della Chiesa cattolica i diritti delle donne che riteneva dovessero essere affermati nella vita ordinaria degli Stati? Ma è così sicuro che il sacerdozio delle donne sia una questione di diritti? E non si tratti invece di allargare l’esperienza del sacro, andare oltre i limiti di una vicenda storica, terrena, come appunto il patriarcato? Se mancassero altre testimonianze della sua avversione alla modernità, nel suo ultimo libro “Memoria e identità” (Rizzoli), il papa è più che esplicito, visto che ritiene l’Illuminismo alla base dei mali moderni, nazismo e comunismo, ma anche di beni fondamentali: “uguaglianza, fratellanza, libertà». Non è il caso di addentrarsi qui nel pensiero del papa, che si fonda comunque nell’altrove, nella fede e nel Vangelo. Il punto è che anche il rapporto delle donne con la modernità è controverso. Perché non c’è dubbio che solo nella modernità, quella che separa sfera del sacro e sfera pubblica, la libertà delle donne diventa pensabile, moneta corrente, ma all’insegna del paradosso. La proclamazione di diritti umani che viene dalla Rivoluzione Francese, ha incluso a fatica le donne nell’”io” dell’umanità, nel soggetto che si proclama libero e titolare di diritti. E nello stesso tempo porre i diritti “uguali” (agli uomini) come unico terreno per pensare le donne, le appiattisce all’unico corpo maschile. Come è avvenuto, avviene, nella sfera pubblica totalmente mondana e laica della politica. Non ultimo dei problemi della laicità contemporanea. Chiamata alle sue responsabilità dalla contemplazione del corpo morto di Giovanni Paolo II.

Bia Sarasini




I funerali del Novecento
di Lanfranco Caminiti

Non c’era alcuna possibilità di sottrarsi ai funerali di papa Wojtyla a meno di fuggire dal mondo, di cercarne riparo. Sono stati un evento talmente pervasivo, e pure dettagliato, da penetrare fin nelle ossa di ciascuno. Non necessariamente scuoterci e commuoverci, ma impedirci qualunque distrazione da esso, questo sì. Tranne un atto di volontà disumana, o un fioretto di digiuno: non leggere i giornali, non guardare la tv, non ascoltare la radio, in fondo quasi un’arroganza e un incapricciamento del pensiero. È un po’ curioso però che in nome d’una semplice spiritualità e, di complemento, della ragione – come fosse sobria per definizione e non avesse squassato mondi – si critichi e condanni questo pellegrinaggio dello sguardo, questo fondamentalismo dello spettacolo. L’apparizione della fede ha saputo trasmettersi velocemente da un’immaginetta, da una icona a uno schermo al plasma. La fede è sempre inclusiva e diffusiva. E troppo teologica la disputa tra povertà e ricchezza dei mezzi, quasi da ordine religioso contro ordine religioso. Non è qui il punto.
È già accaduto altrimenti. È già accaduto per l’11 settembre, l’attacco alle Torri gemelle: quell’ossessiva ripetizione dell’evento, una liturgia di immagini sconsacrate, fino a saturarci ogni pensiero, ogni sguardo, ogni parola, per mesi. Lì non v’era agonia naturale, la distruzione era stata rapida, ma si mantenne un’agonia ripetuta, una morte continuamente ridifferita, ricreata ogni volta artificialmente dallo sguardo. Anche la morte naturale del papa è stata differita, prolungata. Come se davvero l’appuntamento collettivo dello sguardo e non l’intimità personale, individuale, sacralizzi gli accadimenti. Non è la continua, ineliminabile necessità del sacro che può stupire, quanto la forma che esso assume, ha assunto nel tempo. Il sacro non è mai uguale, proprio perché il bisogno d’esso appartiene all’uomo e alla sua storia.
È la ritualità del sacro, l’apparecchiatura che gli uomini fanno per
celebrare il sacro, che è diversa in ogni tempo. E, all’inizio del nuovo millennio, il sacro appare consustanziato alla massificazione e alla semplificazione. La complessità del sacro, che è un processo, una elaborazione, un percorso, sembra sacrificarsi alla semplificazione. È sacro ciò che è semplice, che si lascia capire dallo sguardo. Afferrare rapido dallo sguardo, in un colpo d’occhio. La rivelazione può darsi solo en masse, spettacolarmente. Con questo dovremo imparare a convivere. Nient’affatto sopita o dimessa, perdente o perduta, la religiosità esplode là dove meno te l’aspetti, «a mezzo» della tecnologia.
Non sembri blasfemo l’accostamento tra i due momenti «spettacolari», i funerali del papa e l’11 settembre. Nell’uno e nell’altro tragico evento, nella loro spettacolarizzazione c’è un trionfo della morte che scompagina ogni razionalità. Una adorazione della morte. Nei funerali di papa Wojtyla c’è pure un riscatto della morte, un credo dellaresurrezione, di un mondo altro che ci aspetta, che schianta ogni ragionamento. Questo fa la differenza. Che gli uomini e le donne, i giovani e gli anziani si raccolgano attorno la morte d’un uomo è naturale: e quanto più grande è stato l’uomo, per quegli uomini e quelle donne, tanto più grande sarà il loro numero e il loro dolore.
Per dire d’altri luoghi, i funerali di Khomeini impressionarono non solo per la immensità di popolo ma per quel voler «toccare» il corpo, quell’ondeggiare d’una bara che passava di mano in mano. Ma questo fa la differenza con il pensiero radicato nella storia: le uniche certezze sono quelle che abbiamo qua, ciò che si è stati, non c’è viatico per un altrove, solo «memoria condivisa».
Per ricordare la storia nostra recente, di Berlinguer toccò quel morire «in servizio», quell’ostinazione al fare politica come fosse un primo dovere di rispetto verso la propria parte. Ai funerali di Togliatti – un fiume di popolo – il senso di perdita e di smarrimento si accompagnava al senso di riscatto, ma era un senso terreno, terragno, fatto di bandiere ritagliate a misura dell’umano. Qui la religiosità, il mistero della vita e della morte sono legati alla storia. E la povertà d’oggi d’un pensiero rivoluzionario e persino d’un pensiero riformista può misurarsi forse dalla povertà dei funerali che celebra. Dei riti che celebra. E non è una povertà francescana. Per tutto l’Ottocento, per buona parte del Novecento la morte di un rivoluzionario è stata «spettacolare».
Ma anche «dietro» l’11 settembre c’è il credo nella resurrezione: i martiri saliranno al paradiso e verranno ricompensati.
La storia troverà bizzarro che gli eventi iniziali e forse più iniziatici del nuovo millennio che così globalmente e assolutamente hanno coinvolto e sconvolto il nostro
sguardo siano legati alla morte. Alla ‘nuda vita’ che caratterizza oggi il rapporto tra dimensione biologica e dimensione sociale dell’uomo – quella che sinteticamente ormai si chiama ‘biopolitica’ – non può accompagnarsi una ‘nuda morte’. Forse così può leggersi questa «spettacolarità della morte». Un rovesciamento. Una resistenza.
Quegli eventi sono così terribilmente «resistenti» alla modernità, così «tecnologici» e nello stesso tempo così devotamente consacrati a opporsi a ciò che «segna» il contemporaneo, la fuga dal dolore, l’attaccamento alla vita, la carnalità del proprio corpo – che non ha resurrezioni ma lifting – il cinismo «flessibile» dei riti quotidiani: il lavoro, la famiglia, l’amore.
È qui il fascino e anche lo scandalo di queste passioni collettive, di questa prontezza al sacrificio, di queste dedizioni al martirio. La storia troverà bizzarro che si sia avuti per uno stesso periodo un polacco come pastore di tutta l’umanità e un saudita come nemico pubblico numero uno della terra:
due fatti così irripetibili di proprio da sembrare innaturali insieme. Una storia parallela. O ancora inconcepibile.
Nell’infinita bontà dell’uno e nella sconfinata carica d’odio dell’altro si ripete una favola antica dell’uomo, quasi eterna, fuori della storia, contro la storia. Comunque contro il «proprio» tempo. Santa è stata la parola di pace e di amore dell’uno, santa è la guerra dell’altro. Non ho sufficienti competenze per tracciare un quadro sintetico dell’esperienza di questo pontificato, ma poco mi convince il giudizio di chi – come Küng – ne sottolinea l’astoricità, l’antimodernità come fosse il suo peccato originale, e non piuttosto proprio la sua forza: come a esempio quel suo ostinato contrapporsi al Gesù della teologia della liberazione, così efficacemente detto in quel «Jesús es mucho mas que un reformator social». In fondo, continuassero a dire a me che Marx è stato un grande scienziato sociale, direi sempre che è stato molto di più. Mucho mas. Non basta la sua stessa vita a confinare, a limitare il senso della biografia d’un uomo.
È quando una biografia intercetta fenomeni sociali che accade il «miracolo» delle grandi trasformazioni. Ed è al riparo da ogni giudizio il fatto che papa Wojtyla abbia intercettato grandi trasformazioni. Nella devozione di così tanti fedeli alla sua morte c’è molto di più che una comune appartenenza cristiana: papa Wojtyla non è padre Pio, un uomo dei miracoli. È mucho mas. Perché stupirsi di così tanta devozione?
Ci si rivolge alla fede non perché smarriti, in cerca di conforto e di carezze, ma per corroborare le proprie certezze. Dio forse è morto o si è nascosto, ma la fede non è scomparsa dal mondo, al contrario essa si è disseminata. Una fede assoluta capace di vivere anche senza Dio. Che la crisi delle vocazioni, la chiusura delle parrocchie
possano essere un indicatore della caduta del tasso di fede è un’idea piccola, come se, per dire, la crisi del capitalismo fosse verificabile dalla chiusura delle fabbriche. Fenomeni di delocalizzazione toccano la chiesa cattolica: perché «produrre» fede a un costo così alto [le questioni del sacerdozio alle donne, del matrimonio dei preti, per dire] nel cuore dell’occidente, negli Stati uniti, quando si può «produrre» fede a costi bassissimi in Africa, in Estremo oriente? E i costi cattolici non sono i sacrifici, persino il martirio, anzi al contrario. La fine della fede, come la fine del lavoro, non prevede la sua estinzione ma un suo moltiplicarsi e diffondersi in ogni piega della vita. Così almeno sembra oggi.
Con papa Wojtyla muore per sempre il Novecento, la stessa biografia del secolo: ne è il suggello. Una morte del Novecento in differita. Il Novecento è stato ancora un secolo europeo. Un polacco – quelli che, come diceva Conrad, sono stati abituati a andare in battaglia senza aspettarsi nulla – può ben rappresentarne la conclusione. Ma con il fondamentalismo terrorista il Novecento cerca ancora di sopravvivere, quella morte di dio che si riveste di religioso, l’annichilimento di ciò che è umano, che è disprezzato perché non ha più nulla d’umano.
Il papa venuto dall’est e il terrorista che viene dal sud: sono gli unici pensieri semplici e forti capaci di infiammare anime con cui è iniziato questo millennio. E che crei scandalo l’accostamento.
Nel confronto con lo slavismo dell’uno il cristianesimo non poteva mai sradicarsi dal nazionalismo, e se un’idea di Europa c’era somigliava a quella napoleonica, dai Pirenei fin oltre gli Urali: l’insofferenza verso l’occidente era appena sotto traccia alla lotta aperta contro l’impero russo. Come per il piccolo caporale, Mosca però è rimasta inaccessibile: la caduta del muro di Berlino è stata solo una ritirata verso l’immensa steppa ghiacciata.
Nell’islamismo dell’altro, l’odio contro l’occidente e la modernizzazione, la finanza globale e la rapina delle risorse è dichiarato in un richiamo alla grande nazione araba contro l’impero americano. Dallo slavismo, dai suoi incredibili viluppi e derive, nacquero anche i narodniki. Da questo islam sono nati gli shahid. Il catechismo del rivoluzionario di Neciajev comincia così: «Il rivoluzionario è un uomo votato alla morte…». Ecco dove il Novecento è conficcato e cerca ancora di sopravvivere.
C’è ancora un altro dio che viene brandito, quello a stelle e strisce che asseconda la guerra globale. È un dio delle crociate. Un dio che accompagna la tecnica fin dove essa serve, alla conquista, al dominio. A segnare il prossimo secolo. La democrazia americana sarebbe nulla oggi senza quel dio. In esso, per esso v’è una «proiezione a ritroso», il Cristo puro. Anche nel fondamentalismo c’è richiamo a un islam puro. Una via di salvezza. Entrambi si contendono questo mondo. Il cattolicesimo semmai è tagliato fuori. E non può che, disperatamente, attaccarsi a un’idea di pace.
Chissà se il nuovo papa capirà l’importanza di questa sfida, e l’accetterà o se sarà prudente. Chissà come traghetterà la chiesa nel nuovo secolo. Quello che sgomenta è quanto piccolo sia il mondo del pensiero della storia. Quanto piccolo sia il mondo conteso.

Roma, 9 aprile 2005




Ombre di Dio nelle caverne

Recentemente mi è capitato di rileggere l'aforisma 108 della "Gaia scienza". Nuove battaglie lo aveva intitolato Nietzsche, e ve lo ripropongo: "Dopo che Buddha fu morto si continuò per secoli ad additarne la sua ombra in una caverna - una immensa orribile ombra. Dio è morto: ma stando alla natura degli uomini, ci saranno forse ancora per millenni caverne nelle quali si additerà la sua ombra. E noi - noi dobbiamo vincere anche la sua ombra".
Avevo pensato istintivamente all'idea di Dio che sta dietro a Bin Laden, abitatore proprio di caverne, e - con tutte le dovute differenze - anche al Dio del non cavernicolo Bush. Mi sono poi chiesto se anche il Dio di Wojtyla non sia raffigurabile come un'ombra per certi versi "immensa e orribile". Anche se questa divinità ha ispirato Giovanni Paolo II per una fortissima testimonianza verso il "bene", soprattutto verso il bene supremo della pace, contro il "male" novecentesco fatto di violenza e di morte prodotte dall'imbarbarimento della politica.
Wojtyla è senza dubbio una "grande" figura, che è stata capace di gesti carichi di alto valore simbolico nel segno del dialogo tra diversi e anche dell'espiazione dei peccati della stessa Chiesa . Ma il suo modo di intendere Dio e l'uomo non lo posso condividere, anche se, come dice Bia Sarasini, era un uomo che non aveva paura delle donne.
Nel suo ultimo libro afferma un parallelismo tra il fatto che il nazismo si è affermato per via democratica nella Germania degli anni '30 e che per via democratica i parlamenti europei si sono dotati di leggi per la regolamentazione dell'aborto, autorizzando così la peggiore propaganda reazionaria e maschilista, e non pochi equivoci sul significato del valore sacro della vita. Si scaglia contro Cartesio e l'Illuminismo, in sostanza contro la modernità, e raffigura una umanità in balia della propria tendenza al male, che solo Cristo può redimere e salvare. Penso che ci sia una ferrea coerenza nella sua fede e nella sua visione religiosa, cristiana e cattolica, del mondo. E certo una visione laica del mondo, e aggiungo una visione non religiosa, è ineludibilmente provocata dalla sua testimonianza. La dialettica negativa della modernità che ha pensato la morte di Dio deve essere interrogata ancora radicalmente, dopo gli esiti per tanti versi catastrofici del Novecento.
Ma preferisco non rinunciare all'idea che gli uomini e le donne possano fare il bene e conquistare la pace riconoscendo se stessi e il mondo che abitano, riconoscendo desideri e conflitti, riconoscendo la propria finitezza.
Nella vita non c'è solo dolore, e mi ribello a quella smorfia di stizza e sofferenza con cui Giovanni Paolo II si è accomiatato da noi, muto, dalla sua finestra su S.Pietro.

Bartleby





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Ombre di Dio nelle caverne
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